Il pacchetto

Fit for 55, tempesta sull’automotive

Il Cluster lombardo della mobilità: con le proposte Ue a rischio oltre 20mila posti di lavoro e le Pmi della filiera
Le imprese del distretto: l'elettrico non è la sola soluzione per abbattere le emissioni, serve una pianificazione a lungo termine

di Cristiana Gamba

Tecnologie alternative. Le imprese sostengono la necessità di step intermedi come la valorizzazione delle tecnologie alternative, l'idrogeno e l'ibrido (foto, lavorazione in un reparto di Streparava)

3' di lettura

C’è un incubo che aleggia sulla filiera lombarda dell’automotive e leva il sonno alle imprese del distretto. I mal di pancia generati dal pacchetto europeo Fit for 55, che prevede la riduzione del 55% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 e lo stop alle immatricolazioni di auto con motore a combustione interna dal 2035, non sono un segreto. Meno noti sono gli effetti collaterali, che, secondo i dati del Cluster lombardo della mobilità, si abbatterebbero sul territorio mettendo a rischio tra i 15 e 20mila posti di lavoro, facendo saltare una intera filiera, la seconda in Italia e la quinta a livello europeo, che conta più di un migliaio di aziende e produce 20 miliardi di fatturato all’anno.

Se le proposte legislative avanzate a luglio scorso dalla Commissione europea dovessero avere il via libera del Consiglio e del Parlamento una tempesta economica e sociale si abbatterebbe sulla regione. Da qui la cascata di dubbi su contenuti e scadenze: il livello di energia prodotto da fonti rinnovabili in Italia si limita al 40% e il rischio di alimentare l’elettrico con energia sporca è più che una probabilità.

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«Non siamo contro la decarbonizzazione ma vogliamo che qualcuno ci dimostri che la transizione sarà davvero verde – afferma Paolo Streparava, amministratore delegato dell’omonima azienda e vicepresidente di Confindustria Brescia -, allora forse avrà un senso immolare una filiera. Otto anni sono ben pochi per passare all’elettrico, sempre che questo passaggio possa dare i risultati che ci attendiamo». La catastrofe che sta per abbattersi, secondo l’ad, andrà a colpire soprattutto l’esercito di Pmi della filiera e in questo modo il distretto perderà i suoi preziosi fornitori, che lo rendono competitivo, unico. «Ripeto – aggiunge ancora Streparava – la mia non è una crociata contro l’elettrico anche perché la nostra società poco produce per il motore endotermico: la cosa paradossale è che hanno scelto una tecnologia per la transizione ma non la soluzione per abbassare le emissioni».

La pianificazione a lungo termine è un punto cruciale dunque che le imprese chiedono. Meticolosa e dettagliata poiché gli impatti sociali potrebbero essere critici: il target previsto dalla normativa deve essere realistico. Pasquale Forte, presidente di Eldor Corporation, sottolinea anche l’importanza che tutte le parti sociali si siedano al tavolo per disegnare il piano di questa transizione evitando così di trovarsi tra dieci-quindici anni con imprese e filiera compromesse perché non sono state in grado di convertirsi.

«Siamo nell’automotive da vent’anni e la riduzione delle emissioni è da sempre nel nostro Dna», chiarisce Forte. L’azienda infatti dal 2007 sta facendo investimenti sull’elettrificazione e su sistemi di accensione in grado di ridurre le emissioni di CO2 dei motori a combustione interna. «L’obiettivo di arrivare a una mobilità a zero emissioni lo condividiamo – dice il presidente – ma l’auto elettrica è solo un pezzetto di un puzzle più grande, da sola non è sufficiente ad abbattere le emissioni, poiché necessita di fonti di energia green e di infrastrutture omogenee che ancora non ci sono. Vanno promossi step intermedi come la valorizzazione delle tecnologie alternative, l’idrogeno e l’ibrido. E gli incentivi all’innovazione devono andare anche in questa direzione».

«La decarbonizzazione sembra avere criminalizzato il settore dell’automotive, principalmente il motore endotermico che pare la causa di tutti i mali dell’umanità – aggiunge Marco Corti, presidente e ad di Costamp Group -. Serve una valutazione più oggettiva. Fortunatamente nell’elettrico siamo ben inseriti e siamo fornitori di alcuni tra i player più importanti».

La direzione è tracciata, e le perplessità non mancano: come verrà generata tutta l’energia elettrica che serve per fare girare il parco macchine? «Se decarbonizziamo da una parte e carbonizziamo dall’altra non va bene. Possiamo pensare a un compromesso che possa rendere meno traumatico il passaggio visto che in Italia e soprattutto in Lombardia ci sono molte aziende che col power train e coi motori diesel ci vivono. Ci deve essere spazio per tutte le tecnologie che rispettino i requisiti richiesti senza criminalizzare nessuno».

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