ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl ricordo

Fitoussi, un keynesiano convinto. Ma non dogmatico

L’economista francese guardava lucidamente e con preoccupazione al crescere delle disuguaglianze e ai pericoli che ciò comporta per la democrazia

di Giovanni Tria

(ANSA)

3' di lettura

Jean-Paul Fitoussi ci ha improvvisamente lasciati e ci mancherà molto. A me mancherà molto la nostra amicizia, il confronto continuo, le discussioni libere e appassionate, i programmi che continuavamo a costruire e a immaginare fino a pochi giorni fa. Ma Fitoussi non mancherà solo agli amici più stretti.

Economista, accademico, intellettuale rigoroso e appassionato, Fitoussi è stato e rimane la voce di un uomo libero che nella professione della scienza, la sua scienza che era l’economia, cercava la verità non fine a sé stessa, ma perché servisse da guida a migliorare la società.

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Jean-Paul Fitoussi in tutti i suoi libri, scritti da solo o in collaborazione con i più grandi economisti del nostro tempo – dai premi Nobel Edmund Phelps, Joseph Stiglitz e Amartya Sen – e negli innumerevoli articoli e interventi pubblici affrontava i temi fondamentali di politica economica che hanno direttamente impatto sulla società.

Keynesiano convinto, ma non dogmatico, guardava lucidamente e con preoccupazione al crescere delle disuguaglianze, anche nelle nostre ricche società, e ai pericoli che ciò comporta per la democrazia, anche per le nostre democrazie occidentali. E denunciava, lui che era consulente rispettato di governi e istituzioni internazionali, la miopia e l’indifferenza di questi stessi governi e istituzioni. La sua denuncia andava alle radici degli errori, cioè ai problemi di conoscenza e di comprensione della dinamica economica e sociale da cui derivano gli errori di policy.

In un suo libro di qualche anno fa, intitolato Il teorema del Lampione, denunciava come spesso gli economisti si impegnano nello studio di ciò che è facile, di ciò che è alla luce, ma non di ciò che è nell’ombra e quindi più difficile da cogliere. Richiamava la storiella dell’uomo che cerca sotto un lampione le chiavi perse e, a chi gli chiede se le avesse perse vicino al lampione, risponde di no, ma che solo sotto il lampione c’è luce. Fitoussi sosteneva, appunto, che non possiamo guardare alla crisi delle nostre società con gli occhi rivolti al cono di luce che ci giunge dal passato, da teorie economiche ormai falsificate.

È lo stesso approccio alla conoscenza che ispira uno dei suoi ultimi libri, di cui aveva appena finito l’aggiornamento, dal titolo La neo-lingua dell’economia – ovvero come dire a un malato che è in buona salute, in cui denuncia come sono le stesse parole oggi utilizzate nel dibattito di politica economica che sono fuorvianti e impediscono la comprensione del mondo reale e quindi ostacolano l’adozione di politiche economiche corrette, intendendo per tali quelle che aumentano il benessere di tutti i cittadini.

Ancora nel suo ultimo libro (con Stiglitz e Martine Durand) Misurare ciò che conta riprende il discorso iniziato fin dal 2009 sui limiti che derivano dall’adottare come misura del benessere il Prodotto interno lordo, di cui scrutiamo ogni giorno le minime variazioni, senza esaminare il contenuto di ciò che produciamo e la sua distribuzione nella società, perché ciò che veramente conta è il benessere sociale e la qualità della vita.

Jean-Paul Fitoussi è stato un economista importante e influente. Anche in Italia, Paese che amava e di cui conosceva perfettamente la lingua, è stato sempre presente nel dibattito di politica economica. Non estraneo all’establishment sia accademico sia del mondo economico e delle istituzioni, ne faceva parte sempre con una forte passione civile che lo rendeva interlocutore ricercato e rispettato anche dal mondo politico di vario orientamento.

Certamente lascia in sospeso molti discorsi appassionati e riflessioni che continuava a condividere con tutti i suoi amici. Ora ci rimane il suo metodo: dissacratore, ironico ma fondato sempre su una logica rigorosa. Facciamone buon uso.

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