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Flat tax, gli orfani del forfait: chi sono, cosa rischiano e cosa devono fare

La stretta del governo coinvolge circa 500mila soggetti con redditi oltre 30mila euro. Dal primo gennaio devono emettere fattura elettronica. Con Iva

di C. Dell'Oste e G. Gavelli

Partite Iva, cosa rischia chi ha scelto la flat tax

La stretta del governo coinvolge circa 500mila soggetti con redditi oltre 30mila euro. Dal primo gennaio devono emettere fattura elettronica. Con Iva


3' di lettura

Fuori dal regime forfettario un contribuente su quattro. È l’effetto della Manovra 2020, che esclude i dipendenti e i pensionati con un reddito oltre i 30mila euro e chi ha speso più di 20mila euro per personale e lavoro accessorio. Tutti professionisti, autonomi e imprenditori che da mercoledì primo gennaio 2020 dovranno fatturare con Iva e in modalità elettronica.

La platea
La relazione tecnica alla legge di Bilancio prevede circa 341.500 esclusi su una platea di 1,4 milioni di persone, in base alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2018 (anno d’imposta 2017). Ma bisogna considerare il boom di adesioni degli ultimi due anni, che ha portato ad almeno due milioni il numero di coloro che sfruttano la flat tax per le partite Iva. Solo nei primi nove mesi di quest’anno, coloro che hanno aperto una nuova posizione Iva optando per il forfait sono stati quasi 22mila. Una cifra cui vanno aggiunte le 195.500 aperture del 2018 e le opzioni su partite Iva già attive, rese possibili dall’aumento a 65mila della soglia massima di ricavi e compensi deciso un anno fa con la manovra per il 2019 e confermato anche per il 2020. Ecco perché, attenendosi alla percentuale contenuta nella relazione tecnica, si può dire che rimarrà fuori dal forfait almeno mezzo milione di contribuenti.

Tre rate di tre a uno
La stretta imposta dal Governo è motivata dalla volontà di limitare un regime ritenuto così vantaggioso rispetto all’Irpef da essere iniquo. Soprattutto ricordando che la tassazione agevolata a forfait (al 15% al 5% per le start up) è nata per aiutare situazioni marginali, come chi è stato licenziato, chi si mette in proprio, chi svolge un secondo lavoro o i giovani che avviano una nuova attività. Di certo, è facile intuire il disappunto di chi si è rapidamente abituato all’aliquota flat e ci contava per il futuro. Né si può escludere che una parte dei ricavi destinati a tornare sotto l’Irpef finiscano invece nel sommerso. Come spesso accade quando il Fisco propone “scaloni”, non si può neppure escludere che qualcuno abbia barato per entrare nel forfait. E infatti i controlli sulla flat tax sono uno dei punti forti delle Linee guida delle Entrate per il 2020 (si veda anche Il Sole 24 Ore del 12 dicembre scorso).
Quanto sia ampio lo “scalone” lo dice la stessa relazione tecnica: il tax rate a tassazione ordinaria è quasi il triplo rispetto a quello del forfait. Detto diversamente, con la stretta imposta dalla manovra 2020, si stima che l’Erario perderà circa 177 milioni di imposta sostitutiva (e 4,3 di Iva, per lo più dovuta a rettifiche) per guadagnarne 492 di Irpef, quasi 34 di addizionali e 9 di Irap.

Tagliati fuoi i «secondi lavori»
Rispetto alle ipotesi di esclusione introdotte dalla legge di Bilancio, la più frequente è senz’altro lo sforamento del reddito di lavoro dipendente o pensione. La soglia di 30mila euro corrisponde a circa 2.200-2.300 euro al mese. È un importo che dovrebbe lasciare tranquilli, ad esempio, molti insegnanti che svolgono attività professionale, ma potrebbe penalizzare i medici, così come i dirigenti in pensione. Tanto che alcuni forfettari – ormai sicuri di uscire dal 2020 – hanno scelto, nei limiti del possibile, di incassare quanto più possibile nel 2019, anche sforando i 65mila euro, per loro ormai ininfluenti.

CASO PER CASO

<span id="U2089109354672B" style="">Le situazioni che fanno scattare l’uscita dal regime forfettario nel 2020, tra modifiche introdotte dalla legge di Bilancio e disposizioni già previste</span>

CASO PER CASO

Il reddito non è un ostacolo, invece, quando un lavoratore è stato licenziato o si è dimesso. Ma resta pur sempre il vincolo di non dover fatturare in prevalenza all’ex datore o a soggetti a lui riconducibili. Così come restano tutte le cause di esclusione derivanti dal possesso di quote in società di persone o Srl, già in vigore nel 2019 (si veda anche il grafico).
Saranno invece in pochi, probabilmente, a dover abbandonare il forfait per aver sostenuto costi superiori a 20mila euro per lavoro dipendente, assimilato o simili nel corso del 2019, perché la situazione è difficilmente compatibile con un volume di ricavi o compensi non superiore a 65mila euro. La norma però richiama le spese previste dall’articolo 60 del Tuir, cioè i compensi per il lavoro prestato o per l’opera svolta dal coniuge, dai figli minorenni, dagli ascendenti e dai collaboratori partecipanti all’impresa familiare (articolo 5, Tuir). E qui, considerando che le somme restano in famiglia, qualche ipotesi potrebbe essersi verificata.
Nella manovra 2020 c’è anche un incentivo – sotto forma di abbreviamento di un anno dei termini d’accertamento – per invogliare chi è rimasto nel forfait a usare la fattura elettronica. La stima, forse ottimistica, è che quasi un contribuente su tre userà la e-fattura.

PER APPROFONDIRE:
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