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Flat tax, tutti gli errori della retorica populista

La flat-tax è, assieme al reddito di cittadinanza, uno dei provvedimenti bandiera di questo Governo. Uno di quelli su cui la coalizione Giallo-Verde si gioca la sua credibilità. È naturale, quindi, che su questa misura si sia aperto un ampio dibattito, più giornalistico e politico che tecnico, a dire il vero

di Vittorio Pelligra


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8' di lettura

La flat-tax è, assieme al reddito di cittadinanza, uno dei provvedimenti bandiera di questo Governo. Uno di quelli su cui la coalizione Giallo-Verde si gioca la sua credibilità. È naturale, quindi, che su questa misura si sia aperto un ampio dibattito, più giornalistico e politico che tecnico, a dire il vero.

In sostanza l'idea della “tassa piatta”, un'aliquota unica indipendente dal livello del reddito, si fonda su un'intuizione resa popolare da Arthur Laffer, secondo cui al crescere dell'aliquota fiscale il gettito raccolto aumenta in misura decrescente, fino ad un punto oltre il quale ulteriori incrementi della tassazione porteranno ad una riduzione del gettito. Se le tasse sono troppo alte, scoraggiamo la gente dal pagarle, quindi, se le abbassiamo la gente sarà indotta a pagarle di più.

Questo ragionamento venne sintetizzato da Laffer in un grafico, secondo la leggenda disegnato nel 1974 su un tovagliolo durante una cena con Dick Cheney e Donald Rumsfeld; grafico diventato poi noto come la “curva di Laffer”. Questa curva ha la forma di una “U rovesciata”. All'aumentare dell'aliquota il gettito prima cresce e poi si riduce.

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La flat-tax, quindi, riducendo l'aliquota, in particolare sui redditi alti, e assumendo che l'aliquota corrente sia oltre il livello ottimale - quello della gobba della curva, per intenderci - dovrebbe portare ad un aumento del gettito. La crescita del gettito dovrebbe essere favorita dal maggiore impulso che una bassa tassazione eserciterebbe sull'attività economica, con un conseguente incremento dell'occupazione, ma anche e, forse, soprattutto, a causa della riduzione dei fenomeni di evasione ed elusione dei redditi. Se l'aliquota è alta, il guadagno derivante dall'evasione è alto, quindi la tentazione elevata. Se invece l'aliquota è bassa, il beneficio dell'evasione è relativamente ridotto e quindi la tentazione di porre in essere comportamenti disonesti si riduce.

    Questo ragionamento semplice e lineare sta, probabilmente, alla base dell'attrazione che molti politici e, con loro, anche molti cittadini, provano verso la tassa piatta. Ma al di là della sua semplicità e della sua linearità, quanto c'è di vero in questo ragionamento? Davvero le persone, i contribuenti, ragionano in questo modo? Veramente nel decidere se evadere oppure no le tasse, commettere un crimine oppure no, tutti noi facciamo un calcolo razionale nel quale pesiamo i costi e i benefici? Questo è ciò che si assume nel cosiddetto “simple model of rational crime” (il modello semplice del crimine razionale), proposto originariamente dal premio Nobel per l'economia, Gary Becker (”Crime and Punishment: An Economic Approach”, Journal of Political Economy 1968 76:2, 169-217).

    Vuole la leggenda che un giorno Becker fosse in ritardo per una conferenza. Non riuscendo a trovare parcheggio decise di lasciare la macchina in divieto di sosta. Riflettendo, successivamente, sulla sua scelta comprese che questa era emersa da una rapida comparazione dei benefici derivanti dalla partecipazione alla conferenza, con i costi associati all'eventualità di una multa. In quell'occasione i primi superavano i secondi e quindi Baker decise di violare la legge.

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    Generalizzando questo ragionamento, l'economista di Chicago creò un intero nuovo campo di studio, l'analisi economica del crimine. Uno dei risultati di quest'analisi è quello che abbiamo appena visto: se aumenta la tentazione, a parità di sanzione attesa, la probabilità di commettere un crimine cresce e, viceversa, se questa si riduce, anche la probabilità del crimine si riduce. Ecco, in poche parole, la base teorica dell'effetto incentivante della flat-tax contro l'evasione fiscale.

    Ma il ragionamento non può, non deve fermarsi qui. Dobbiamo chiederci quanto, effettivamente, questa teoria riesca a prevedere il comportamento reale delle persone, dei contribuenti, in questo caso. Ci viene in soccorso l'economia comportamentale che in questi anni ha preso molto a cuore lo studio delle determinanti dell'onestà e della disonestà.

    Immaginate che vi chiedano di risolvere dei semplici quesiti matematici e che per farlo vi propongano una ricompensa di 5 centesimi per ogni risposta corretta. Immaginate anche che ad un gruppo di partecipanti venga chiesto di consegnare i fogli con le risposte giuste allo sperimentatore, per la verifica e poi per il pagamento, mentre ad un secondo gruppo venga chiesto solo il numero delle risposte giuste, senza nessuna verifica, anzi con la richiesta preventiva di distruggere i fogli con le risposte in un trita-documenti.

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    Dan Ariely, con alcuni collaboratori, ha condotto un esperimento simile, con incentivi reali e considerando le risposte di centinaia di soggetti. Dal confronto tra la media delle risposte corrette nei due gruppi, lo studio mostra che, effettivamente, i soggetti nel gruppo “senza verifica”, si comportano in maniera meno onesta, dichiarano, cioè, un numero di risposte esatte, significativamente maggiore, di quello dei partecipanti nel gruppo con verifica. Chi può bara, questa è la morale. Ora però bisogna capire cosa rende più o meno probabile il comportamento disonesto. Il fattore numero uno da esplorare, anche alla luce di quanto abbiamo detto sopra a proposito della razionalità del comportamento criminale, è il livello della tentazione. Più alta la posta in gioco, maggiore la tentazione, maggiore l'incidenza della disonestà.

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    Ariely e soci ripetono, a questo punto, il loro esperimento ma, questa volta, con molti più gruppi ai quali viene proposta una ricompensa variabile, che va da 25 centesimi fino a 10 dollari, per ogni risposta corretta. Maggiore la ricompensa, si presume, maggiore il numero di risposte falsamente corrette riportate dai partecipanti nella versione “senza verifica”. E invece no. In tutte le versioni senza verifica, indipendentemente dalla dimensione della posta in gioco, i partecipanti riportano, in media, due risposte corrette in più, rispetto ai gruppi con verifica. Se c'è la possibilità si bara, ma questo non dipende dalla posta in gioco. L'occasione fa l'uomo ladro, ma solo un po' e questo, soprattutto, non dipende dal livello della tentazione.

    Eppure, nonostante questo risultato, se chiediamo ai partecipanti una previsione circa il comportamento degli altri soggetti coinvolti, tutti, invariabilmente, ci dicono che all'aumentare della tentazione aumenterà significativamente il livello di disonestà. Siamo un po' disonesti, meno di quanto dovremmo esserlo se fossimo razionali, ma non sappiamo di esserlo. Abbiamo, cioè, una visione molto più pessimistica circa la nostra onestà, di quanto dovremmo, alla luce dei dati concreti (cfr. Ariely D., 2012. The (Honest) Truth About Dishonesty. Harper Collins).

    Certo, questi esperimenti sono interessanti, ma sono pur sempre esperimenti di laboratorio, condotti in genere con un numero ampio, ma limitato di soggetti, tutti studenti, per giunta. Quale mai potrà essere il livello di generalizzabilità di questi risultati? Per fortuna, questa domanda, lungi dal mettere in discussione la metodologia dell'economia comportamentale, anzi, ci suggerisce la necessità di nuovi esperimenti. È così che funziona la scienza. Nuovi esperimenti con campioni più ampi, magari rappresentativi della popolazione e magari di più popolazioni e culture differenti.

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    A tale questione risponde uno studio su larga scala appena pubblicato su “Science”, durato tre anni, che ha esplorato il comportamento di decine di migliaia di soggetti soggetti in 355 città, in 40 nazioni differenti (Cohn, A., et al. “Civic honesty around the globe”. Science, 20 Jun 2019). In Italia, tra le città studiate, vi sono Bari e Bologna, Catania e Firenze, Genova e Messina, Milano, Napoli, Padova e Palermo, Roma, Taranto, Torino, Trieste, Venezia e Verona. L'esperimento usa un semplice e collaudato protocollo. In ognuna delle 355 città considerate, in tutto il mondo, vengono “smarriti” dei portafogli, più di 17mila in totale, ognuno contenente dei biglietti da visita con il nome, il cognome, la professione e l'email, presumibilmente del proprietario, una chiave e una lista della spesa. In alcuni di questi portafogli poi vi sono anche dei soldi, in alcuni pochi (circa 15 dollari, in valuta locale), in altri, molti (circa 100 dollari).

    Misurando la percentuale dei portafogli restituiti rispetto a quelli abbandonati, scopriamo, non sorprendentemente, che Svizzera, Norvegia e Olanda risultano le nazioni più oneste e che Perù, Marocco e Cina, quelle con il più basso numero di restituzioni. L'Italia è, come spesso capita, a metà classifica, in compagnia di Grecia e Cile. Ma approfondendo l'analisi scopriamo anche che praticamente in tutte le nazioni considerate (38 su 40), i portafogli contenenti più denaro, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, vengono restituiti più frequentemente di quelli senza denaro e in nessuna delle altre rimanenti due nazioni vengono restituiti meno frequentemente.

    La dimensione della tentazione non sembra influenzare in nessun modo l'onestà del comportamento osservato. Questo risultato non solo va contro il modello del crimine razionale di Becker, ma anche contro l'intuizione sia degli esperti che della proverbiale casalinga di Voghera. Nello stesso studio, infatti, gli autori chiedono ad un campione di soggetti di formulare delle previsioni circa l'effetto della tentazione sull'onestà, e lo stesso fanno con 279 tra i migliori economisti accademici al mondo, e tutti, invariabilmente, sono convinti che la dimensione della tentazione influenzerà negativamente l'onestà. Ci comportiamo in un certo modo ma pensiamo che gli altri faranno diversamente. Anche questa è una forma di bias, di discrepanza tra percezione e realtà, su cui varie volte ci siamo soffermati su Mind the Economy. Quello che dallo studio emerge, alla fine, è che, in realtà, la tentazione c'è, ma con essa aumenta anche il costo di vedere noi stessi come dei ladri disonesti. Per intascare i soldi devi rinunciare alla tua auto-immagine di onestà. Non considerare questo secondo effetto ci porta a sbagliare previsioni.

    Tornando ora alla questione iniziale della flat-tax, se, come ci ha mostrato lo studio sui portafogli, la riduzione della tentazione non favorisce il livello di onestà, da dove deriva la convinzione, che sta alla base della proposta, secondo cui una riduzione dell'aliquota fiscale possa ridurre l'evasione? Non certamente dai dati ricavati dall'osservazione dei comportamenti reali. Forse, piuttosto, dalla visione fallace che tutti noi, semplici cittadini ed esperti, abbiamo circa le dinamiche motivazionali della nostra natura umana. Sempre i risultati dello studio di Cohn e soci, mostrano come le previsioni erronee derivino da un modello mentale del comportamento che ci porta a sovrastimare il ruolo del puro egoismo come motivazione delle nostre azioni.

    Queste evidenze dovrebbero gettare nuova luce sui risultati, per altro già noti, che mettono in discussione gli assunti di Laffer e quindi l'efficacia di provvedimenti come la flat-tax. Gli economisti Goolsbee, Hall e Katz, in un lavoro nel quale veniva analizzato l'effetto delle riforme fiscali per un arco temporale di sessant'anni, concludono, per esempio, che, nonostante l'idea di poter aumentare il gettito fiscale riducendo le aliquote appaia come meravigliosa, produrrebbe infatti un miglioramento del benessere del migliore dei tipi, sfortunatamente per tutti noi, i dati storici mostrano che è improbabile che questa idea sia vera, per ogni livello di aliquota oggi praticabile (“Evidence on the High-Income Laffer Curve from Six Decades of Tax Reform”. Brookings Papers on Economic Activity, 1999(2), pp. 1-6).

    Alla luce di queste considerazioni, ed estendendo un po' il campo di applicazione, potrebbe essere utile iniziare a chiedersi, dunque, quali sono, già oggi, e quali saranno, per il futuro, i costi di politiche costruite non sui dati ma sulle percezioni, non sulle migliori teorie che abbiamo a disposizione, ma su impressioni e gusti personali e su una psicologia poco più affidabile del senso comune.

    Potrebbe anche essere utile chiedersi, più spesso e con più convinzione, “cui prodest”? Quali sono i blocchi sociali che trarrebbero vantaggio da certi provvedimenti e quali , invece, ne trarrebbero reale detrimento. Ma, si capisce, questo rischierebbe di aprire capitoli spinosi, in netto contrasto con quella retorica populista di cui l'Italia oggi sembra non poter fare a meno. Ci risveglieremo, prima o poi, ne sono convinto, speriamo solo che sia da un sonno agitato e non, invece, da un vero e proprio incubo.

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