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Flessibili, sostenibili e digitali: le nuove rotte delle supply chain

Imprese alla svolta dopo la crisi delle catene di fornitura legata all'emergenza Covid. I modelli: regionalizzazione, diversificazione degli acquisti, tecnologie 4.0 e competenze rinnovate

di Luca Orlando

Fuori controllo. Pandemia, prezzi esorbitanti nei noli, tempi fuori controllo hanno posto problemi inattesi: ottenere un componente nei tempi richiesti non è più scontato

3' di lettura

Ritardi nelle forniture? Certo che sì. A rispondere con convinzione in modo affermativo non è una sparuta pattuglia di aziende ma quasi i due terzi delle imprese manifatturiere sondate. Segnale potente di un fenomeno pervasivo, che riguarda il riassestamento globale delle supply chain nell’era post-Covid. Tema centrale dell’ultimo World Manufacturing Report, documento chiave del summit annuale svolto alle porte di Brescia pochi giorni fa.

Pandemia, prezzi esorbitanti nei noli, tempi fuori controllo, fornitori inchiodati dal nuovo conflitto, hanno posto ad ogni azienda problemi inattesi: ottenere un componente (come i chip) o un materiale ad un prezzo ragionevole (vedi materie prime o energia) e nei tempi richiesti non è più un fatto acquisito.

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I manager della supply chain sono così diventati improvvisamente attori chiave, impegnati a trovare il giusto mix tra efficienza, disponibilità, rapidità dei tempi, diversificazione del rischio. Mix complesso, a cui sono dedicate le raccomandazioni finali del Report, schema logico in cui dovrebbero muoversi le imprese così come i governi.

Un primo punto è legato alla possibile reazione “autarchica”, comprensibile ma pericolosa. Trovare fonti alternative autonome è utile, a patto di non reagire sull’onda del panico in modo eccessivo.

Guardando alle materie prime critiche è comunque utile che i governi agiscano con programmi di estrazione o (nel nostro caso) recupero e riciclo, per evitare di avere troppe dipendenze strategiche. Riduzione dalla dipendenza che per le imprese può tradursi nella creazione di hub regionali di fornitura, più prossimi rispetto alle reti attuali, un mix di reshoring e friendshoring, cioè spostamento verso paesi “amici”.

Il punto cruciale, tenendo conto dei continui rischi per le catene globali, è quello di mantenere forme di flessibilità e adattamento continuo: il ridisegno della supply chain non può essere attività una tantum ma piuttosto un processo continuo, che coinvolga anche la progettazione di prodotto, processo originario da cui poi discendono le necessità di fornitura. Un esempio riguarda la carenza di chip: in più di un caso le aziende si sono trovare costrette ad inserire nuova elettronica (quella disponibile) in sostituzione delle parti standard inizialmente previste: una rapida riconfigurabilità di alcune parti del prodotto può essere la soluzione per sviluppi futuri.

La necessità di ridisegnare la supply chain può inoltre rappresentare l’opportunità di rivisitarla in chiave green, puntando al recupero e al riutilizzo dei materiali, non semplicemente adattandosi alle normative locali ma puntando ad estendere il concetto di circolarità all’intera rete di fornitori. Schema che richiede collaborazione e condivisione delle informazioni, in modo ad esempio che chi “recupera”, sia esattamente a conoscenza dei materiali e dei componenti inseriti in un prodotto.

Nell’approccio green, ma più in generale nell’intero processo, diventa sempre più determinante la disponibilità di dati affidabili, schema di lavoro in cui la digitalizzazione diventa un must. “Gemelli” digitali per valutare scenari alternativi di fornitura o tecnologia blockchain per promuovere tracciabilità e trasparenza sono due possibili esempi di applicazioni concrete. Altra evoluzione riguarda la stampa 3D, con il posizionamento di stampanti in luoghi strategici a rappresentare una valida alternativa (su volumi limitati) di fronte a rotture o difficoltà della supply chain: se un componente non arriva - questa la ratio -, in una certa misura posso produrlo in modo autonomo.

Se il mondo 4.0 è la strada, diventa imperativo per le aziende di taglia maggiore accompagnare la platea di Pmi nel percorso digitale: condividere dati con partner evoluti è in effetti la strada più efficace per sviluppare flessibilità ed efficienza.

A livello più ampio, inoltre, la crisi recente dovrebbe aver trasmesso l’urgenza di un maggior livello di consapevolezza del funzionamento delle catene globali. Le aziende proattive dovranno essere sempre più in grado di avere una visione chiara di ciò che acquistano per produrre, delle possibili aree di rischio e criticità, dei piani alternativi da adottare. Prima dell’invasione russa in Ucraina e dello stop forzato all’export di argille, ad esempio, i nostri produttori di piastrelle avevano solo contatti sporadici con fornitori di altri paesi, come Turchia o Portogallo. Reti che sono state attivate nell’emergenza e che in futuro potranno essere prese in considerazione con minore difficoltà. Oggi, la produzione di un componente in un luogo considerato vulnerabile non entra nel calcolo dei costi fino a che il rischio non si materializza. Schema che dovrà essere innovato per “prezzare” in modo adeguato tali criticità.

Idee e prescrizioni, quelle viste finora, che per funzionare avranno però bisogno di competenze specifiche. Capacità di leadership e problem solving, team e risk management, pensiero strategico e modelli statistici dovranno essere sempre più presenti in azienda per affrontare in modo adeguato le nuove sfide.

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