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Flessibilità e servizi salva-tempo per contrastare la denatalità

Le nascite nella regione sono diminuite del 29,2% tra il 2010 e il 2020. Le aziende faticano a trovare personale e corrono ai ripari, con pacchetti di misure a sostegno della genitorialità

di Giovanna Mancini

Vita e Lavoro.  A sinistra, i figli dei dipendenti visitano i luoghi di lavoro dei genitori in Saati. In alto, un momento della produzione in ABB Italia. A destra: la biblioteca aziendale di Fedabo, aperta ai dipendenti e ai loro figli

4' di lettura

«Se le persone stanno bene, si sentono realizzate, fanno qualcosa per cui si sentono utili, riescono anche a lavorare meglio. E se lavorano meglio i nostri collaboratori, anche la Fedabo ottiene risultati migliori». Katia Abondio è amministratore delegato di Fedabo, una Esco fondata nel 1999 a Darfo Boario Terme, in provincia di Brescia, assieme al socio Andrea Fedriga. «La nostra è stata una scelta ben precisa: se avessimo aperto la nostra attività in una città, avremmo avuto un percorso diverso, sicuramente saremmo cresciuti di più. Ma abbiamo preferito restare qui, nella Valle, tenere qui le teste e dare il nostro contributo per contrastare l’impoverimento sociale che si stava innescando», racconta.

Oggi l’azienda ha un fatturato di circa 7 milioni di euro e una sessantina di dipendenti (per il 43% donne), tra ci sono stati sindaci, vicesindaci, presidenti di case di riposo, persone impegnate nel volontariato e nella comunità. E di questo Abondio è orgogliosissima. Perché anche questo è una forma di contrasto alla denatalità e all’impoverimento demografico: tenere viva una comunità, offrire ai giovani un’idea di futuro, dare alle persone l’opportunità di svolgere un lavoro appagante, ma anche di costruirsi una famiglia, fare figli e spendersi per il proprio territorio. In Fedabo (che non a caso è una B-Corp) quando nasce un “fedabino”, ai genitori viene dato un bonus di 1.000 euro per coprire le prime spese. Inoltre i dipendenti possono contare su un servizio di stiratura e, presto, su un maggiordomo aziendale che svolgerà per loro alcune incombenze domestiche, consentendo di liberare tempo per se stessi, la famiglia e la comunità.

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È la testimonianza che anche nelle piccole aziende della Lombardia qualcosa sta cambiando, in termini di mentalità, a favore di una cultura che contrasti la denatalità che pesa sulla regione come su tutto il Paese, con conseguenza anche pesanti sull’economia. Mancano le figure professionali – perché ci sono meno giovani di un tempo, ma anche perché i pochi che ci sono preferiscono andarsene – e ce ne saranno sempre meno. Secondo le ultime previsioni dell’Istat sul futuro demografico del nostro Paese, la popolazione residente scenderà da 59,2 milioni al 1° gennaio 2021 a 54,2 milioni nel 2050. Meno italiani e sempre più anziani: nel 2049 i decessi potrebbero doppiare le nascite, mentre il rapporto tra individui in età lavorativa e non scenderà da circa tre a due nel 2021 a circa uno a uno nel 2050.

La Lombardia non fa eccezione: l’ultimo report Polis-Lombardia sulla natalità registra nel 2021 un calo delle nascite più contenuto (-0,6% sul 2020) rispetto alla media nazionale (-1,3%), ma nel 2020 i nati in Lombardia sono stati 69.234: il 5,3% in meno del 2019 e il 29,2% in meno del 2010. A rischio c’è non solo la tenuta del sistema sociale del Paese, ma anche di quello economico, con aziende sempre più in difficoltà nella ricerca di personale qualificato. Detto che il problema richiede prima di tutto l’intervento delle istituzioni pubbliche, anche le aziende possono e devono fare la loro parte, adottando misure di welfare a favore della genitorialità.

È quello che da anni da Saati, azienda di Appiano Gentile (Como) con 90 anni di storia, specializzata nella produzione di tessuti tecnici per utilizzi industriali speciali (dalle sacche di filtrazione del sangue agli smartphone, ai giubbotti antiproiettili), con sedi anche in Francia e Germania. «Siamo ormai una multinazionale con mille dipendenti, da 20 anni completamente managerializzata, ma la proprietà è familiare e questa caratteristica si riflette nella visione di impresa, che da sempre valorizza un senso di appartenenza e comunità», spiega Maria Chiara Barabino, direttrice del personale del gruppo. Questa visione prende forma concreta in un «pacchetto welfare importante e molto personalizzato», aggiunge Barabino. Grande flessibilità di orario, innanzitutto; opportunità di smartworking e part-time. Ma anche un’attività di counseling psicologico per i dipendenti e servizi “salvatempo”, affidati a una cooperativa esterna e a carico dell’azienda. I risultati si vedono: il turnover volontario è molto basso (circa il 2%), così come il tasso di assenteismo (1% in ufficio e 5% nei reparti).

L’impronta “nord-europea” è evidente nella policy di Abb Italia, parte del gruppo dell’elettrotecnica svizzero-svedese, che in Italia conta numerosi impianti e 4.500 dipendenti. A favore della genitorialità il gruppo ha adottato il Parental Leave Gender Neutral, che prevede due settimane aggiuntive di congedo parentale per il secondo genitore entro il primo anno di vita del bimbo, oltre a smartworking illimitato. «La nostra strategia sull’inclusione e la diversity, implementata negli ultimi anni, comprende anche azioni a favore della natalità – spiega Federica Matté, HR business partner di Smart Power-Abb –. Siamo convinti che colleghi motivati e ingaggiati, che riescono a conciliare vita e lavoro, siano più felici e perciò lavorino meglio e portino risultati migliori». Per i dipendenti che stanno per diventare genitori (o lo sono da poco), l’azienda offre anche webinar e corsi online per spiegare come sfruttare al meglio, anche sul lavoro, competenze che si acquisiscono proprio grazie alla genitorialità.

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