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Conte bis, perché l’Europa garantirà una flessibilità di 10-12 miliardi sulla manovra

Una partita di fatto obbligata. È quella che nelle prossime settimane il nuovo Governo M5S-Pd dovrà giocare con la commissione Ue per sostenere la complessa manovra economica 2020

di Marco Rogari e Claudio Tucci


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3' di lettura

Una partita di fatto obbligata. È quella che nelle prossime settimane il nuovo Governo M5S-Pd dovrà giocare con la commissione Ue per sostenere la complessa manovra economica 2020. Che, senza più l’ipoteca “flat tax” targata Lega, si dovrebbe attestare tra i 30 e i 35 miliardi, compresi i 23,1 miliardi necessari per evitare gli aumenti dell’Iva e i 4-5 miliardi per spese indifferibili e rifinanziamenti obbligati.

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Riempire questo bacino sarà un’impresa tutt’altro che facile. Anche per questo motivo, pur senza ammetterlo ufficialmente, i protagonisti di un esecutivo giallo-rosso sperano tutti di ottenere da Bruxelles l’ok a una nuova tranche di flessibilità di 0,4-0,5 punti di Pil da sommare alla quota dello 0,18% di Prodotto interno per interventi contro il dissesto idrogeologico e il Ponte Morandi di Genova già utilizzata quest’anno e messa in conto per il prossimo dall’ultimo Def. In tutto si tratterebbe di 10-12 miliardi, più o meno un terzo delle coperture per la prossima legge di bilancio.

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La manovra e i numeri in gioco

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La manovra, secondo un primo schema abbozzato nei confronti tecnici da Pd e M5S, dovrà contenere un taglio al cuneo da almeno 4-5 miliardi, magari anche con la funzione di allargare la platea dei lavoratori beneficiari del bonus 80 euro e prevedere una forte spinta agli investimenti “Green” e a quelli destinati al Sud, senza trascurare le infrastrutture. Del resto, l’operazione “cuneo” dovrà alleggerire le imprese, e al tempo stesso aumentare le buste paga dei lavoratori.

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Molta attenzione verrebbe poi data alla formazione, soprattutto continua, e alla scuola. Resterà in vigore il reddito di cittadinanza, magari con un rafforzamento delle misure di politica attiva per incentivare di più, e meglio, il raccordo con il mondo del lavoro; mentre, con tutta probabilità, ci sarà un’ampia rivisitazione di quota 100, che dovrebbe esaurirsi nel 2021 e lasciare il posto ad altri strumenti, come ad esempio l’Ape social rafforzata. Quasi certe alcune correzioni al Jobs act, soprattutto sul versante crisi aziendali. Attualmente al Mise sono aperti oltre 150 tavoli relativi a grandi aziende che interessano più di 200mila lavoratori. Qui, tra le ipotesi su cui si starebbe ragionando, accanto al potenziamento delle politiche, è un irrobustimento dei sussidi, Cigs in testa (ridotta dalla riforma del 2015) ma che, a oggi, con l’esaurirsi della mobilità, rappresenta l’unico strumento di sostegno prima della perdita del posto di lavoro.

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La flessibilità Ue è insomma indispensabile. E le chance di successo per il Governo italiano sarebbero tutt’altro che limitate, per due motivi. Il primo è rappresentato dai conti sostanzialmente in ordine lasciati dal primo esecutivo Conte anche attraverso l’aggiustamento di luglio (come ha ricordato lo stesso ministro uscente Giovanni Tria) grazie al quale il deficit 2019 è sceso attorno al 2 % dal 2,4% indicato nel Def. E a fine anno potrebbe toccare quota 1,9% per effetto dei risparmi finali di quota 100 e reddito di cittadinanza e alle maggiori entrate fiscali a consuntivo. Senza dimenticare la spesa per interessi che risulterà più bassa rispetto alle previsioni iniziali.

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L’effetto trascinamento delle misure adottate a luglio, insieme alla quantificazione delle minori spese per il prossimo anno (sempre dal “welfare”), delle maggiori entrate e delle uscite più contenute per gli interessi sul debito garantiranno una “dote” di circa 8 miliardi per il 2020 con una contemporanea riduzione dell’indebitamento, attualmente previsto al 2,1%. Da qui partirà la costruzione della manovra che verrà puntellata con la probabile rimodulazione di quota 100 (possibile minor spesa di quasi 4 miliardi) e un mix di spending review e riordino dei bonus fiscali.

Il secondo fattore che può favorire l’uso di deficit aggiuntivo è da ricercare nell’approccio della Ue che comincia ad apparire meno rigido. La recessione che si sta incuneando nell’Europa e il rallentamento dell’economia tedesca starebbero inducendo Bruxelles a dare un’interpretazione più elastica degli attuali vincoli sui conti pubblici, in attesa magari di una riscrittura del Patto di stabilità e crescita in versione più soft.

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    Marco Rogarivicecaporedattore

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: italiano, francese

    Argomenti: conti pubblici, previdenza, politiche del welfare, pubblica amministrazione, attività parlamentare

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    Claudio TucciRedattore

    Luogo: Roma

    Argomenti: Mercato del lavoro, education

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