Rapporti24

Flotte green all’anno zero

di Gian Primo Quagliano


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3' di lettura

Nel settore automobilistico il banco di prova per testare e lanciare nuove tecnologie è costituito dall’alto di gamma e, in seconda battuta, dal mercato delle flotte auto, che è indubbiamente molto sensibile alle nuove soluzioni che consentono di migliorare sicurezza e comfort. Si potrebbe ritenere che le flotte siano molto attente anche alle soluzioni più rispettose dell’ambiente. Lukas Neckermann, nel suo saggio pubblicato in Italia dall’osservatorio Cvo di Arval, sostiene che un contributo importante a una mobilità più sostenibile verrà anche dalle flotte. Può darsi che abbia ragione, ma al momento dalle flotte italiane non vengono molti segnali di particolare sensibilità. Certo, vi sono casi esemplari, come quello della flotta di Barilla che ha deciso di acquistare solo auto ibride ed ha in azienda già 64 postazioni per la ricarica elettrica. O quello della Sibeg di Catania che ha nel suo parco auto ben 110 auto a trazione completamente elettrica. A ciò si aggiunge che mediamente le emissioni delle auto delle flotte sono sensibilmente inferiori a quelle medie dell’intero parco circolante italiano. La ragione di questa virtuosità ambientale non dipende però dalla scelta di alimentazioni alternative a quelle tradizionali. La ragione sta invece nel fatto che le vetture delle flotte hanno un’anzianità che difficilmente supera i tre anni. Queste auto sono quindi in assoluta prevalenza di recente o recentissima fabbricazione, hanno dunque standard di emissioni decisamente più contenuti rispetto ai livelli medi dell’intero parco circolante e, per giunta, vengono sottoposte a programmi di manutenzione che le tengono nelle migliori condizioni di affidabilità. Non è certo una situazione da sottovalutare, anche perché, come è ovvio, ha un impatto molto positivo, oltre che sull’ambiente, anche sulla sicurezza della circolazione. Se però confrontiamo la composizione per alimentazione del parco circolante italiano, come emerge dagli ultimi dati disponibili, con quella relativa alle flotte, come emerge da un recente sondaggio del Centro studi auto aziendali, la virtuosità ambientale delle flotte viene sensibilmente ridimensionata. Nell’intero parco circolante italiano, le auto ad alimentazione tradizionale (benzina e gasolio) sono il 92% mentre quelle “verdi” (a Gpl e metano, ibride ed elettriche pure) sono l’8%. Per le flotte, invece, le alimentazioni tradizionali sono il 95%, con una nettissima prevalenza del diesel mentre le alimentazioni “verdi” hanno una quota del 5%, con una presenza del tutto marginale delle elettriche pure.

Da che cosa dipende la minore sensibilità ambientale delle flotte? La ragione pare ovvia: le flotte tengono sotto stretto controllo i loro costi di esercizio e da questo punto di vista il confronto tra le alimentazioni tradizionali e quelle ecologiche è perdente per queste ultime. A ciò si aggiunge che anche in termini di versatilità e facilità di utilizzo i problemi di rifornimento rendono le auto ecologiche decisamente meno convenienti di quelle tradizionali.
E allora qual è la soluzione? Bisogna partire dall'ovvia considerazione che, se i vantaggi ambientali dell'utilizzazione di alimentazioni ecologiche interessano l'intera collettività, i maggiori costi per adottarle devono essere spalmati sull'intera collettività. In concreto bisognerebbe prevedere delle compensazioni economiche per chi utilizza alimentazioni ecologiche. La strada principale è l'istituzione di un sistema di incentivi che riguardi tutti gli utilizzatori di auto verdi. Qualcosa di questo tipo già esiste, come, ad esempio, le accise agevolate su metano e Gpl, ma occorre fare di più. Per quanto riguarda le auto aziendali, una via immediatamente percorribile (bilancio dello Stato permettendo) è un intervento per rendere meno penalizzante il trattamento fiscale delle auto ecologiche rispetto a quelle con alimentazione tradizionale, ampliando, ad esempio, la deducibilità dell'ammortamento e la detraibilità dei costi per l'acquisto di carburante. Se i vantaggi di emissioni più contenute sono di tutti, tutti dobbiamo contribuire e quindi i costi vanno coperti con la fiscalità generale. Essere ecologisti non vuol dire solo fare proclami appellandosi alla sensibilità dei singoli, ma vuol dire soprattutto accollarsi, ognuno secondo le proprie disponibilità economiche, gli oneri che la politica per l'ambiente comporta.

* L'autore è presidente del Centro studi Promotor

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