Scenari globali

Flussi migratori da programmare con i datori di lavoro

di Andrea Goldstein e Alessandra Venturini

(AdobeStock)

3' di lettura

L’elezione di Joe Biden, come la formazione del governo Draghi, generano speranze che il populismo stia perdendo consensi e che sia possibile tornare a parlare seriamente di policy senza cadere nelle semplificazioni. Forse il principale ambito in cui questo potrà essere vero è quello delle migrazioni, e non a caso la nuova amministrazione democratica ha lanciato un ambizioso progetto. Troppo progressista per essere approvato, ma è comunque un segnale importante che nel Paese industrializzato che è di gran lunga la principale destinazione dei migranti (39%) il governo miri a una regolamentazione razionale dei flussi di persone.

Nel suo discorso del 17 febbraio, Draghi ha citato due tematiche migratorie: negoziare un nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, che sostituisca Dublino garantendo l’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso (come l’Italia) e solidarietà effettiva; e costruire una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati. E ha scelto la Libia per il suo primo viaggio all’estero, per parlare di pace e petrolio, ma anche della gestione dei flussi migratori da quello che è diventato il principale Paese di transito verso l’Europa.

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Gli immigrati sono circa un decimo della popolazione europea e di questi poco meno del 10% sono i richiedenti asilo. Un modesto 1% della popolazione europea, ma su cui si discute quasi esclusivamente – perché il numero dei richiedenti asilo è cresciuto rapidamente negli ultimi anni, passando da una media di 200mila arrivi annui all’inizio del secolo a più di 1,3 milioni nel 2015, per poi scendere. La gestione dell’emergenza è stata poco efficace e ha messo a dura prova la solidarietà intraeuropea; l’integrazione delle successive ondate di richiedenti asilo ha prodotto risultati insoddisfacenti.

Il problema principale non è di ordine pubblico, però, ma l’uso improprio che chi emigra in cerca di un lavoro e per sfuggire alla povertà fa delle procedure per ottenere la protezione internazionale. Esso accresce i costi amministrativi, sottraendo risorse, peraltro già scarse, alle politiche per l’accoglienza e l’integrazione. Inoltre crea un potenziale costo di rimpatrio: in Europa, in media, solo il 40-50% delle domande viene accettato, con grandi differenze tra Paesi.

Come uscire da questa situazione insostenibile? Una prima condizione, necessaria ancorché non sufficiente, è l’approvazione del nuovo patto per la migrazione e l’asilo e il miglioramento delle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale. L’Ue sta trasformando l’Easo (European asylum support office) in una vera agenzia, con un ruolo diretto nel decidere se riconoscere la protezione internazionale, con procedure uniformi.

Nel medio periodo il vero salto qualitativo passa dall’apertura di un canale efficace ed equo per le migrazioni di lavoro. Ciò richiede sia di anticipare le esigenze delle imprese in termini di mestieri e competenze, sia di attivare corsi di formazione nei Paesi di origine che favoriscano il matching e l’inserimento lavorativo di chi intende migrare. Nel 2015 la presidenza lussemburghese dell’Ue propose di investire nel Pre-departure vocational training in Nord Africa, ma poco è avvenuto da allora, anche sul fronte dei finanziamenti.

La Germania ha una lunga tradizione di migrazione programmata, a partire dal Anwerbeabkommen del 1955, l’accordo con l’Italia grazie al quale arrivarono centinaia di migliaia di Gastarbeiter con un lavoro che già li attendeva. Adesso è il momento per l’Italia di riconoscere che, di fronte al calo demografico e alla mancanza di manodopera qualificata, l’immigrazione è fondamentale. Ma è necessario gestirla e anticiparla in modo che essa coincida con le esigenze dei mercati del lavoro locali, riducendo i costi dell’inserimento e dell’integrazione. L’alternativa è lo sfruttamento dei migranti irregolari, alla ricerca disperata di una qualsiasi fonte di reddito, la loro esclusione e marginalizzazione e la prevedibile alimentazione di sentimenti anti-migranti.

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