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Fmi: una carbon tax per combattere il climate change

Per il Fondo, tassare i combustibili fossili è lo strumento più efficace, se non l’unico, nella lotta al surriscaldamento globale. Ma va accompagnata dalla riduzione di altre tasse e da misure di sostegno per i gruppi sociali più colpiti

di Gianluca Di Donfrancesco


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Un’attivista durante una manifestazione contro il climate change a Berlino il 7 ottobre

4' di lettura

Il mondo sta perdendo la sfida del climate change: gli obiettivi fissati dagli Accordi di Parigi sono fuori portata, per recuperare il terreno perso, lo strumento più efficace, se non l’unico, è far pagare le emissioni di anidride carbonica a chi le genera, attraverso una carbon tax. È l’analisi del Fondo monetario internazionale, che al surriscaldamento globale dedica un capitolo del suo Fiscal Monitor 2019.

La carbon tax ipotizzata dal Fondo non deve però essere una semplice tassa in più, ma deve essere frutto di un coordinamento internazionale, equa e orientata alla crescita economica. Un mix non semplicissimo da ottenere. Deve anche essere salata: 75 dollari a tonnellata entro il 2030.

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Il capitolo analitico «Come mitigare il cambiamento climatico» è anche il primo del Fiscal Monitor ed è stato diffuso il 10 ottobre a Washington, dove dal 14 ottobre si terranno gli incontri annuali dell’Fmi e della Banca mondiale. La lotta al surriscaldamento globale è stata al centro dei lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a settembre a New York, aperti proprio dal vertice sul clima, a sua volta dominato dall’intervento shock della giovane attivista svedese Greta Thunberg.

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Il punto di partenza dell’analisi dell’Fmi è che un ruolo determinante nella lotta la climate change deve essere giocato dalle politiche fiscali, con una rimodulazione dei sistemi di prelievo nazionali che scoraggi l’utilizzo del carbone e degli altri combustibili fossili e incentivi consumi più efficienti e l’utilizzo di fonti alternative. L’anidride carbonica generata dai combustibili fossili rappresenta oltre il 60% dei gas serra, ma è anche quella più facile da aggredire, sottolinea il Fondo.

I GAS SERRA

Emissioni in percentuale, dati 2016. Fonte: Fmi

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Tassa salata
Ci sono diversi strumenti che possono raggiungere analoghi effetti, ma per l’Fmi la carbon tax è lo «strumento singolo più potente ed efficace per ridurre le emissioni di CO2 da combustibili fossili». Secondo il Fondo, per contenere il surriscaldamento globale sotto i 2 gradi, i Paesi più inquinanti dovrebbero adottare un’imposta da 75 dollari a tonnellata entro il 2030. Questo farebbe aumentare la bolletta elettrica del 43% in media, con picchi nei Paesi che più dipendono dal carbone nella generazione elettrica. Il prezzo della benzina salirebbe in media del 14%. Quello del metano del 70% e quello del carbone balzerebbe del 200%. Disincentivare l’uso dei combustibili fossili, rendendoli più costosi, è però proprio l’obiettivo dell’imposta, ricorda il Fondo.

Per l’Italia, una carbon tax da 75 dollari farebbe crescere del 134% il prezzo del carbone, del 50% quello del metano del 18% la bolletta elettrica e del 9% la benzina.

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Le entrate generate da una carbon tax del genere, secondo l’Fmi, possono variare tra lo 0,5 e il 4,5% del Pil (a seconda dei Paesi) e andrebbero spese per tagliare altre imposte (ad esempio quelle sul lavoro), sostenere le comunità più esposte alla transizione energetica (come quelle dei minatori), finanziare gli investimenti in fonti rinnovabili. O anche redistribuite ai contribuenti sotto forma di dividendo.

Un’alternativa alla carbon tax sono gli Ets, le borse per lo scambio delle quote di emissione. Il primo e il più grande al mondo è quello applicato dalla Ue dal 2005 ad alcuni settori economici (centrali energetiche, impianti industriali e compagnie aeree): ne fanno parte i Ventotto, più Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Gli Ets fissano un tetto alla quantità totale di emissioni di gas serra che possono essere generate dagli impianti regolati. Entro questo limite, le imprese ricevono o acquistano quote di emissione che possono rivendere.

Rispetto alla carbon tax, gli Ets, non consentono di prevedere il prezzo del carbonio (soggetto alle oscillazioni del ciclo economico), non garantiscono entrate fiscali con la stessa certezza e richiedono più complessi meccanismi di controllo.

La Francia sta spingendo per l’adozione da parte della Ue di una carbon tax alla dogana, in modo da tassare le merci importate da imprese inquinanti. Il dossier rientra nel Green New Deal del nuovo presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ed è affidato al prossimo commissario per gli Affari economici, Paolo Gentiloni. Nel programma di von der Leyen c’è anche l’estensione del sistema Ets a settori economici finora non coinvolti.

Tutti insieme, si può fare
Al momento, circa 50 Paesi hanno sistemi che impongono un costo alla produzione di gas serra: la Svezia ha introdotto nel 1991 una carbon tax di 28 dollari, cresciuta fino a 127 nel 2019; il Sudafrica ne ha appena varata una da 10 dollari. Poi ci sono i sistemi di scambio delle quote di emissione, come quello della Ue, con un prezzo che viaggia attorno ai 25 dollari a tonnellata. E infine le soglie minime di prezzo, come quella introdotta nel regno Unito nel 2013.

Tuttavia, il prezzo mondiale medio del carbonio, sottolinea l’Fmi, è di appena 2 dollari a tonnellata.

IL DOSSIER: Climate change

La Svezia è indicata dall’Fmi come modello: la carbon tax ha permesso di ridurre le emissioni del 25%, senza frenare l’economia, che anzi è cresciuta del 75%. La tassa è stata introdotta appunto come parte di una riforma più ampia, che comprendeva la riduzione complessiva delle imposte su energia, lavoro e capitale. I ridettiti bassi e medi hanno potuto contare su sistemi di compensazione e i settori industriali più esposti al commercio hanno scontato tasse più basse (fino al 2018).

Agli antipodi la Francia, dove il tentativo di introdurre una carbon tax da 50 dollari è naufragato nel 2018, sull’onda delle proteste contro un’imposta percepita come ingiusta.

Tra le principali resistenze all’introduzione di una carbon tax c’è il timore che questa possa svantaggiare le imprese colpite in un certo Paese nella competizione internazionale. I vantaggi del minor inquinamento, al contrario, non sono circoscrivibili: ne beneficiano anche gli Stati che fanno poco o nulla contro il surriscaldamento globale. Per questo, l’Fmi propone di procedere in maniera coordinata.

Tassa salva-vita
Una carbon tax di 75 dollari a tonnellata di CO2 emessa nei Paesi del G20 permetterebbe di tagliare le emissioni del 35% e di salvare di 725mila persone ogni anno da decessi prematuri collegati all’inquinamento dell’aria che respirano. Un’imposta di 50 dollari ridurrebbe i gas serra del 29% e salverebbe 600mila persone (400mila nella sola Cina). Un’imposta di 25 dollari ridurrebbe le emissioni del 19%.

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