verso LA NOMINA

Fmi, come funziona il processo per la successione a Christine Lagarde

I ministri dell’Economia europei hanno deciso di puntare sulla bulgara Kristalina Georgieva per la guida del Fondo monetario internazionale. La strada dovrebbe essere spianata, ma come funziona il processo che porta all’elezione definitiva del managing director?

di Alb.Ma.


Fmi, Georgieva candidata europea

4' di lettura

L’Unione europea ha scelto la sua candidata per la guida del Fondo monetario internazionale: l’economista bulgara Kristalina Georgieva, nata nel 1953 e direttrice della Banca mondiale dal 2017. Il verdetto sblocca le tensioni che si erano create sulla decisione fra i vari ministri dell’Economia europei, chiamati poi a esprimersi con un voto via email nella sfida che ha visto la stessa Georgieva superare l’olandese Jeroen Dijsselbloem.

In teoria la selezione di Georgieva negli ambienti Ue dovrebbe spianare la strada al suo insediamento ai vertici dell’organizzazione, secondo la prassi che assegna all’Europa la scelta dei vertici del Fondo monetario internazionale e agli Stati Uniti quella del numero uno della Banca mondiale. Nei fatti la procedura è ancora in corso e non si possono escludere del tutto colpi di scena entro la scadenza del 4 ottobre, quando il cosiddetto Consiglio esecutivo del Fondo annuncerà il successore di Lagarde al timone dell’istituto.

Ma chi può essere candidato?
Il Fondo monetario internazionale sceglie il suo direttore operativo (managing director) secondo una procedura «aperta, basata sul merito e trasparente». I requisiti di partenza dei candidati sono un curriculum di altissimo profilo, un’esperienza dimostrabile in campo diplomatico e nell’amministrazione economica e una nazionalità ricompresa tra i 189 Paesi che rientrano nel perimetro del Fmi. Esiste anche un vincolo anagrafico, visto che l’età massima per accedere alla carica è di 65 anni e la carica non può essere più detenuta a compimento del 70esimo anno di età.

Si tratterebbe di un ostacolo ingombrante per Georgieva, che compirà 66 anni il 13 agosto 2019 ed è destinta con ogni probabilità a essere ancora in carica quando ne avrà 70. Il problema si sarebbe posto anche con un’altra ipotesi di peso, Mario Draghi, più anziano di sei anni rispetto a Georgieva e già incompatibile sotto entrambi i criteri anche al solo momento della candidatura. Per questo motivo il Consiglio dei governatori (vedi sotto) può votare per una modifica del regolamento che allenti i vincoli e consenta l’insediamento di un managing director di età più avanzata.

Come funziona la procedura?
La candidatura può essere avanzata da uno dei 189 membri del Consiglio dei governatori (l’organismo che riunisce i rappresentanti di tutti i Paesi inclusi nell’organizzazione, in genere rappresentati dal proprio ministro dell’Economia o governatore della Banca centrale: per l’Italia intervengono Giovanni Tria o Ignazio Visco) o da uno dei 24 direttori del Consiglio esecutivo (l’organismo che conduce l’attività quotidiana del fondo, formato da membri eletti da stati membri o gruppi di stati membri). Prima del 2011, la proposta dei candidati era prerogativa dei soli direttori.

La finestra per le candidature è aperta dal 29 luglio al 6 settembre del 2019. Scaduto il periodo, il Consiglio esecutivo pubblicherà la rosa di candidati emersa entro i termini stabiliti. Se il totale di candidati supera le tre unità, il Consiglio procede a una scrematura per arrivare entro sette giorni a un terzetto definitivo di «finalisti» nella selezione.

Il processo di scrematura si svolge in base alle preferenze indicate dai vari direttori, tenendo conto del potere relativo dei vari membri: per semplificare, ogni direttore rappresenta un certo Paese o gruppo di Paesi, che a propria volta esprimono un «peso specifico» calibrato a seconda dei casi (gli Stati Uniti incidono da soli sul 16% dei voti). Anche se si può arrivare al voto di maggioranza, il Fmi preferisce arrivare a un nome per consenso. Pubblicata la graduatoria finale, in inglese shortlist, il Consiglio esecutivo si incontra con i candidati rimasti in lizza, per esaminarne punti di forza e debolezza in vista del ruolo che andranno a ricoprire. Anche in questo caso la tendenza è di fare una scelta per consenso, ma si può ricorrere al voto per maggioranza dei vari stati membri. L’annuncio definitivo arriva il 4 ottobre 2019.

Ma deve essere per forza europeo?
Non esiste alcuna regola scritta che imponga al Fondo monetario internazionale di essere guidato da un europeo, ma di fatto è sempre stato così. Nel dettaglio, gli 11 managing director che si sono susseguiti finora provenivano in cinque casi dalla Francia (Pierre-Paul Schweitzer dal 1963 al 1973, Jacques de Larosière dal 1978 al 1987, Michel Camdessus dal 1987 al 2000, Dominique Strauss-Kahn dal 2007 al 2011, Christine Lagarde dal 2011 ad oggi), in due dalla Svezia (Ivar Rooth dal 1951 al 1956, Per Jacobsson dal 1956 al 1963) e in un caso ciascuno da Belgio (Camille Gutt, dal 1946 al 1951), Paesi Bassi (H. Johannes Witteveen, dal 1973 al 1978), Germania (Horst Köhler, dal 2000 al 2004) e Spagna (Rodrigo de Rato).

La prassi vuole che l’Europa esprima la posizione di vertice dell’Fmi, mentre gli Stati Uniti possono decidere chi presiederà la Banca mondiale: l’ultimo in ordine cronologico è l’analista ed ex segretario del Tesoro di Donald Trump David Malpass, designato lo scorso aprile. Il «mutuo scambio» fra Bruxelles e Washington inizia però a essere indigesto alla maggioranza di Paesi estranei all’asse Usa-Europa, irritati da un meccanismo che finisce per tagliare fuori dalla leadership del Fmi tutto l’orizzonte dei cosiddetti Paesi emergenti.

È la ragione che potrebbe portare un’alleanza esterna al duopolio americano-europeo a presentare una propria candidatura, per ora identificata nel direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali Agustin Carstens (Messico). Ma c’è di più. Sui media statunitensi è emersa l’ipotesi che Trump indichi un candidato interno agli Stati Uniti, violando l’intesa che ha sempre disciplinato gli equilibri con l’Europa. Il risultato sarebbe uno strappo in più nei rapporti, mai lineari, fra l’Unione europea e l’attuale inquilino della Casa Bianca.

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