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Fmi: la crisi più grave dalla Grande depressione

Nel 2020 il Pil pro-capite scenderà in 170 Paesi. Incerto il recupero nel 2021. Già varati pacchetti economici per 8mila miliardi di dollari

di Gianluca Di Donfrancesco

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Tutto fermo: i treni dell’alta velocità francese parcheggiati vicino alla stazione di Lyon nel 23° giorno di lockdown

Nel 2020 il Pil pro-capite scenderà in 170 Paesi. Incerto il recupero nel 2021. Già varati pacchetti economici per 8mila miliardi di dollari


4' di lettura

Sarà la più grave crisi economica dalla Grande depressione del 1929, con una brusca contrazione della crescita globale nel 2020, seguita da una parziale ripresa nel 2021, «se l’epidemia sparirà nella seconda metà dell’anno. Ma l’incertezza resta enorme e la situazione potrebbe peggiorare». Così, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, anticipa (giovedì 9 aprile) i contenuti del rapporto sullo stato dell’economia mondiale, che sarà presentato il 14 aprile, nell’ambito del vertice dell’Fmi e della Banca mondiale a Washington. Un vertice che si terrà per forza di cose in forma virtuale.

Contrazione in 170 Paesi
Il 2020, ribadisce il Fondo, sarà un anno di grave contrazione dell’economia mondiale: «Appena tre mesi fa - afferma Georgieva - ci aspettavamo una crescita del reddito pro-capite in oltre 160 dei nostri
Paesi membri (189, ndr). Ora prevediamo che quest’anno oltre 170 Paesi registreranno al contrario una riduzione del reddito pro-capite». Prospettive cupe che valgono per le economie avanzate come per quelle in via di sviluppo: «Questa crisi non conosce frontiere. Tutti soffrono».

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Le analisi diffuse in queste settimane dallo stesso Fmi e da altri istituti e banche d’affari hanno già individuato i settori economici più colpiti dalla sospensione delle attività economiche e sociali imposta dagli sforzi per contenere il contagio: commercio al dettaglio, ricezione, turismo, trasporti. Con conseguenze particolarmente pesanti, sottolinea il Fondo, per i lavoratori autonomi e i dipendenti delle piccole imprese.

Per Oxford Economics, il Pil mondiale scenderà del 2,8% nel 2020 e del 7% nei primi sei mesi. Per l’Eurozona la contrazione sarà rispettivamente del 5,1 e del 10%.

Mercoledì 8 aprile, un report della Wto ha previsto una contrazione del commercio mondiale tra il 13 e il 32%. Al culmine della crisi finanziaria nel 2009, gli scambi mondiali si erano contratti del 12,5%.

L’Organizzazione internazionale per il lavoro prevede «effetti devastanti» sull’occupazione: «La crisi ridurrà il numero di ore lavorate nel mondo del 6,7% nel secondo trimestre del 2020, equivalenti a 195 milioni di lavoratori a tempo pieno», si legge nel rapporto diffuso il 7 aprile. Quattro lavoratori su cinque (81%) nel mondo sono coinvolti dalla chiusura totale o parziale delle attività produttive.

Manovra globale da 8mila miliardi
«La notizia incoraggiante -afferma Georgieva - è che tutti i Governi sono entrati in azione. Gli Stati hanno già varato interventi di sostegno dell’economia per un ammontare complessivo pari a 8mila miliardi di dollari», ai quali vanno aggiunte le massicce misure monetarie varate dalle banche centrali.

Gli emergenti a rischio
Come in tutte le crisi, ricorda però il Fondo, i più esposti sono i Paesi più poveri e vulnerabili in Africa, America Latina e gran parte dell’Asia, sorpresi dalla pandemia con sistemi sanitari fragili, megalopoli sovrappopolate e baraccopoli fatiscenti, «dove il distanziamento sociale non è un’opzione».

A questo si aggiungono le pressioni esterne: negli ultimi due mesi, sottolinea Georgieva, i mercati emergenti hanno sperimentato deflussi di capitale per circa 100 miliardi di dollari, «un ammontare più di tre volte maggiore rispetto allo stesso periodo della crisi finanziaria globale». È la fuga dal rischio innescata dalla pandemia.

Le priorità: contenimento e sanità
L’Fmi detta una ricetta in quattro punti per reagire alla pandemia. In primo luogo, occorre continuare con le misure di contenimento e il sostegno dei sistemi sanitari. E qui Georgieva è categorica: quello del «trade off tra salvare vite umane e salvare mezzi di sussistenza», per il direttore del Fondo, è «un falso dilemma: sconfiggere il virus e difendere la salute delle persone è necessario per la ripresa economica». Occorre quindi dare precedenza alla spesa sanitaria per test e apparecchiature mediche, pagare medici e infermieri, assicurare che ospedali e cliniche possano funzionare.

Per molti Paesi, in particolare quelli emergenti e in via di sviluppo, questo significa ridistribuire attentamente risorse pubbliche limitate. Al tempo stesso, sostiene Georgieva, occorre ridurre al minimo le interruzioni delle catene di approvvigionamento «e astenersi dall’imporre restrizioni sull’esportazione di forniture mediche e alimentari».

Sostegno a persone e imprese
Seconda priorità: proteggere le persone e le imprese colpite, con manovre economiche «ampie, tempestive e mirate». Il mix suggerito dal Fondo è quello visto ormai in tutti i Paesi raggiunti dalla pandemia: «Proroga delle scadenze fiscali, sussidi salariali e trasferimenti di denaro ai più vulnerabili; estensione delle misure a sostegno dei disoccupati e dell’assistenza sociale; adeguare temporaneamente le garanzie sul credito e le condizioni dei prestiti».

Ridurre lo stress sul sistema finanziario
La crisi metterà alla prova la resilienza del sistema bancario: le pressioni sono forti e le misure monetarie già adottate dalla banche centrali giocheranno un ruolo fondamentale.

Programmare la ripresa
Già durante la fase di contenimento, sottolinea il Fondo, «dobbiamo pianificare la ripresa, con un’attenta valutazione del momento giusto per attenuare gradualmente le restrizioni, in base a chiare prove che l’epidemia stia scomparendo».

Sarà nella fase in cui l’attività economica inizierà a stabilizzarsi, che sarà più importante che mai intervenire con misure coordinate per sostenere la domanda. «I Paesi con maggior spazio di bilancio dovranno fare di più. Quelli con risorse limitate, avranno bisogno di più supporto», sottolinea Georgieva.

Il Fondo in campo
Georgieva ricorda poi gli sforzi annunciati dal Fondo per sostenere le economie in crisi (già 90 i Paesi che hanno chiesto aiuto), facendo leva sui mille miliardi di dollari di linee di credito di cui l’istituto dispone.

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