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Fmi: scende il debito pubblico globale, ma è l’effetto inflazione

Il rapporto sul Pil passa dal 97 al 91% anche per l’esaurimento delle misure anti-Covid. «Contro l’aumento dei prezzi, servono misure mirate sui più vulnerabili»

di Gianluca Di Donfrancesco

Fmi abbassa le previsioni per il 2023: "Il peggio deve venire"

3' di lettura

Tutelare i soggetti più esposti alla fiammata dei prezzi, senza pesare troppo sui conti pubblici e senza agire in contrasto con la stretta monetaria varata dalla Banche centrali. È il nuovo mantra del Fondo monetario internazionale per i Governi, nella complessa era della crescita bassa o nulla e dell’alta inflazione. Un mantra ribadito dal nuovo Fiscal Monitor, presentato il 12 ottobre. Secondo il report, nel 2022, il debito pubblico globale scenderà al 91% del Pil, restando però a livelli storicamente alti.

Effetto inflazione

La discesa del debito pubblico è l’effetto della riduzione del disavanzo generato dalle misure anti-Covid, della ripresa economica dopo il crollo pandemico, che però è ormai in piena frenata e in qualche caso si è trasformata in recessione, e della fiammata dell’inflazione (che però concorre al balzo dei costi di rifinanziamento). Malgrado la netta discesa dal 97% del Pil del 2021 (e dal 99,2% del 2020), il debito pubblico globale sarà di circa 7,5 punti percentuali più alto rispetto ai livelli prepandemici, sottolinea l’Fmi.

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Tutelare i più vulnerabili

Nel nuovo quadro di crisi che si è ormai consolidato, e che ha visto il Fondo abbassare le stime di crescita globale del 2023 al 2,7%, i Governi «devono proteggere le famiglie meno abbienti dalle grandi perdite di reddito reale e garantire loro l’accesso al cibo e all’energia. Ma devono anche ridurre le vulnerabilità generate dagli ingenti debiti pubblici e, in risposta all’elevata inflazione, mantenere un regime fiscale rigoroso, in modo che le misure di sostegno non operino in contrasto con la politica monetaria restrittiva».

Il Fiscal Monitor ribadisce quindi un altro messaggio già lanciato più volte dall’Fmi: quando le Banche centrali raffreddano la domanda, con una dolorosa stretta sui tassi, i Governi non devono cercare di riscaldarla con politiche fiscali di senso espansivo. L’effetto sarebbe quello di prolungare la fase di alta inflazione, costringendo a maggiori sacrifici per domarla.

L’aumento dei prezzi «minaccia il tenore di vita delle persone ovunque, spingendo i Governi a introdurre una serie di misure, compresi sussidi, tagli alle tasse e trasferimenti di denaro», spiega il report. Nella maggior parte dei Paesi, le misure annunciate costano più dello 0,5% del Pil e si sommano ai sussidi già esistenti. Per il Fondo, l’entità degli interventi riflette il fatto che non sono sufficientemente mirati. Al contrario, per i tecnici del Fondo, «consentire l’adeguamento dei prezzi dell’energia è fondamentale per preservare incentivi più ampi per limitare il consumo e aumentare l’offerta». I Governi, insomma, «non dovrebbero tentare di limitare l’aumento dei prezzi attraverso tetti, sussidi o tagli alle tasse, che sarebbero costosi e in definitiva inefficaci».

Senza dimenticare, sottolinea il Fondo, che i sussidi ai combustibili fossili frenano la transizione verso le fonti rinnovabili e si traducono in un maggior costo da sostenere nel futuro. Al contrario, sforzi maggiori verso le energie verdi ridurrebbero la vulnerabilità di fronte agli shock dei prezzi dei combustibili inquinanti.

La tassa sugli extra-profitti

L’Fmi invita a valutare con attenzione la tassazione sugli extra-profitti delle società dell’energia: «In generale, una tassa permanente sulle eccedenze di profitto generate da combustibili fossili può essere considerata, se un’adeguata fiscalità non è già in atto. Aiuta ad aumentare le entrate senza ridurre gli investimenti o aumentare l’inflazione ed evita le distorsioni dovute a un prelievo temporaneo sulle entrate straordinarie».

Vitor Gaspar, che dirige il dipartimento per le politiche di bilancio dell’Fmi, ha però affermato che l’iniziativa ora presa in considerazione dall’Unione europea è «problematica», perché viola la certezza della tassazione. L’Fmi ritiene che il sistema fiscale debba essere chiaro, prevedibile e regolato dalla legge, il che significa che una proposta per tassare gli extra-profitti «su utili che si sono già verificati sarebbe problematica».

I Paesi europei stanno discutendo se le compagnie petrolifere che realizzano profitti record a causa della crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina debbano pagare tasse aggiuntive per aiutare i consumatori a far fronte all’aumento dell’inflazione. La società energetica francese TotalEnergies il mese scorso ha affermato che, in questo caso, potrebbe dover versare al Fisco oltre un miliardo di euro in più.

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