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Fmi: con una nuova crisi, a rischio default 19mila miliardi di $ di debiti delle imprese

Primo discorso del nuovo direttore generale Kristalina Georgieva: i dazi hanno innescato un rallentamento globale - Per reagire alla frenata servono politiche di bilancio coordinate

di Gianluca Di Donfrancesco


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Il direttore generale dell’Fmi Kristalina Georgieva

4' di lettura

L’economia globale attraversa una fase di «rallentamento sincronizzato». E in caso di brusca frenata, «saranno a rischio default 19mila miliardi di dollari di debito delle imprese, equivalenti al 40% del debito delle 8 principali economie». Sono alcuni dei passaggi chiave dell’intervento del nuovo direttore generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva. Che lancia un appello: se arriverà una nuova crisi, sarà necessario rispondere in modo coordinato. E invita a muoversi in fretta, prendendo in prestito una citazione di Shakespeare: «Meglio tre ore in anticipo, che un minuto in ritardo».

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La settimana prossima, a Washington, il World economic outlook dell’Fmi taglierà le stime per il Pil mondiale del 2019 e del 2020. I numeri saranno diffusi il 15 ottobre (nell’ambito delle riunioni annuali del Fondo e della Banca mondiale), ma ci si possono attendere tassi di crescita attorno al 3%. A luglio, la stima per il 2019 era già stata portata al 3,2% dal 3,3% previsto ad aprile. Per il 2020, le previsioni erano state abbassate dal 3,6 al 3,5%.

Il 19 settembre, l’Ocse ha abbassato le proprie stime di crescita per il 2019, portandole dal 3,2 al 2,9%. Quelle per il 2020 sono state tagliate dal 3,4 al 3%. Anche l’Ocse indica come principale fattore frenante le tensioni sul commercio.

IL PIL GLOBALE

Variazione % annua (Fonte: Fmi)

Il peso dei dazi
La prima causa del rallentamento è la guerra dei dazi. Meno di due anni fa, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, cominciava la sua crociata a colpi di tariffe contro Cina, Europa e tutti quei Paesi che, secondo lui, «si stavano approfittando dell’America». Era il gennaio del 2018: da allora gli appelli a evitare guerre commerciali non hanno fatto che ripetersi, accompagnati dai segnali di frenata dell’economia globale.

IL DOSSIER: La guerra dei dazi

Anche a causa di queste tensioni, spiega Georgieva, «l’attività manifatturiera globale e gli investimenti si sono indeboliti in modo sostanziale». Il settore manifatturiero, quello più esposto al commercio e quindi al protezionismo, è in crisi ovunque. In Germania, il comparto fatica a uscire dalla recessione, nonostante il rimbalzo registrato ad agosto. Qualcosa di simile si comincia a vedere anche negli Usa (con l’indice Ism ai minimi dal 2009). E ora «c’è il rischio che servizi e consumi possano essere presto contagiati», afferma Georgieva, che avvisa: «La guerra dei dazi può costare 700 miliardi di dollari entro il 2020, lo 0,8% del Pil mondiale». Più o meno quanto vale l’economia della Svizzera.

A causa della escalation delle tensioni sui dazi, il 1° ottobre, la Wto ha abbassato le previsioni di crescita del commercio mondiale, portandole all’1,2% nel 2019, rispetto al 2,6% stimato ad aprile. Il rimbalzo previsto nel 2020 sarà a sua volta più debole: il volume degli scambi aumenterà del 2,7% anziché del 3%.

Il debito delle imprese
Per sostenere l’economia reale, le Banche centrali di tutto il mondo stanno tenendo i tassi molto bassi e in molti casi in territorio negativo. Dove opportuno, ribadisce Georgieva, è bene che le Banche centrali tengano basso il costo del denaro. Questo però, avvisa il direttore dell’Fmi, genera anche pericolosi effetti collaterali. In alcuni Paesi, le imprese stanno sfruttando i bassi tassi per accumulare debito con il quale, piuttosto che investire, finanziano operazioni di fusione e acquisizione. Il Fondo stima che, in caso di forte frenata, il debito delle imprese a rischio default salirebbe a quota 19mila miliardi di dollari, vale a dire il 40% del debito totale nelle otto principali economie. «Un livello più alto di quello visto durante la crisi finanziaria», afferma Georgieva.

Il rischio finanziario
Non c’è solo il debito delle imprese a preoccupare l’Fmi. I rendimenti bassi o addirittura negativi dei bond pubblici costringono fondi pensione e assicurazioni ad assumere rischi più alti. Al tempo stesso, gli investitori si riversano sui mercati emergenti, che offrono ritorni più cospicui. Questo però espone le economie piccole a improvvise inversioni dei flussi di capitale.

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La «potenza di fuoco» delle politiche di bilancio
Le politiche monetarie, ribadisce il Fondo per bocca del suo nuovo numero uno, non possono bastare: «Le politiche di bilancio devono assumere un ruolo centrale». È ora che i Paesi con conti pubblici in surplus usino la loro «potenza di fuoco». Georgieva cita espressamente Germania, Olanda e Corea del Sud: in questi Paesi, l’aumento della spesa in infrastrutture e ricerca «aiuterà ad accelerare la domanda e la crescita potenziale».

Situazione opposta per i Paesi fortemente indebitati, che farebbero meglio a rimettere in ordine i conti, senza tuttavia sacrificare «istruzione, salute e occupazione», sottolinea Georgieva.

Climate change
Il Fondo torna ad affrontare la questione del cambiamento climatico e lo fa raccomandando una carbon tax: non si tratta però di limitarsi ad aggiungere una tassa in più, avvisa l’Fmi, ma occorre rimodulare il prelievo fiscale così da sfruttare le entrate addizionali per ridurre la pressione in altri settori e per finanziare le persone colpite dagli effetti del surriscaldamento globale.

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