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Fmi: necessarie riforme della tassazione, da redditi alti o patrimoni il contributo alla ripresa

La minimum tax globale guadagna consensi nel G20. Vaccini: fermare la pandemia garantirebbe mille miliardi di maggior gettito alle economie avanzate

di Gianluca Di Donfrancesco

Aggiornato il 7 aprile 2021, ore 18.20

Vaccini: l'Italia tenta la rincorsa, indietro sugli over 70

4' di lettura

«Per aiutare a coprire le esigenze finanziarie legate alla pandemia, i Governi potrebbero valutare un contributo temporaneo alla ripresa, da riscuotere sui redditi o sui patrimoni elevati»: lo scrive il Fiscal Monitor dell’Fmi. Una sorta di tassa di solidarietà, nel segno della redistribuzione. In particolare, «potrebbero essere prese in considerazione imposte sugli utili aziendali “in eccesso”».

Un contributo di solidarietà

Una sovrattassa riconoscerebbe che «alcune imprese hanno fatto molto bene, anche in termini di valutazione di Borsa», durante la pandemia, ha detto il vicedirettore del Dipartimento affari fiscali dell’Fmi, Paolo Mauro, durante la conferenza stampa di presentazione del Fiscal Monitor, rilasciato mercoledì 7 aprile.

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Secondo il Fondo, servono «riforme sulla tassazione nazionale e internazionale, specialmente sfruttando lo slancio della ripresa», per trovare almeno parte delle «risorse necessarie a migliorare l’accesso ai servizi di base, ampliare le reti di assistenza sociale, raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile». E sanare le diseguaglianze, esacerbate dalla crisi innescata dal Covid-19, che ha colpito in modo sproporzionato i giovani.

La minimum tax globale

L’Fmi ribadisce, inoltre, il sostegno per una minum tax globale sugli utili d’impresa, per contrastare l’erosione delle basi imponibili nazionali, con il trasferimento dei profitti in paradisi fiscali. Da tempo «l’Fmi chiede un’aliquota minima globale, per interrompere la corsa al ribasso nella tassazione del reddito delle società», ha detto in conferenza stampa il direttore del Dipartimento affari fiscali del Fondo, Vitor Gaspar.

Il 31 marzo, il presidente Usa, Joe Biden, ha presentato una riforma del sistema fiscale che alza le imposte sulle società dal 21 al 28%, con una minimum tax raddoppiata al 21% e applicata sugli utili generati all’estero, per evitare fughe nei paradisi fiscali. Nei giorni scorsi, il segretario al Tesoro, Janet Yellen, ha rilanciato sul tavolo del G20 la proposta di minum tax globale. A partire dal 2025, il Regno Unito aumenterà le imposte sulle imprese dal 19 al 25% (ma solo per quelle con utili superiori alle 50mila sterline).

La proposta guadagna consensi nel G20. I ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali dei Venti, riuniti il 7 aprile sotto la presidenza dell’Italia, si sono impegnati a lavorare per «un sistema fiscale internazionale equo e sostenibile». Secondo il ministro dell’Economia, Daniele Franco, si punta a un accordo «a luglio», auspicabilmente al G20 di Venezia.

Il dividendo del vaccino

Sconfiggere la pandemia, con una efficace campagna di vaccinazione globale, permetterebbe di accelerare la crescita e potrebbe portare nelle casse economie avanzate oltre mille miliardi di dollari di maggiori entrate fiscali, entro il 2025. Ancora più consistenti i potenziali risparmi in termini di minor spesa pubblica. Secondo il Fiscal Monitor, gli investimenti nell’immunizzazione «si ripagherebbero da soli». Anzi: «La vaccinazione globale potrebbe essere il progetto pubblico con il più alto rendimento» di sempre, sottolinea Gaspar.

L’Fmi ribadisce la necessità, e la convenienza, di non lasciare indietro nessuno. «Finché la pandemia non sarà sotto controllo a livello globale, le politiche di bilancio devono rimanere flessibili e sostenere i sistemi di assistenza sanitaria, le famiglie e le imprese redditizie».

Una ripresa più veloce, grazie a una più rapida vaccinazione globale, scrivono i tecnici del Fondo, «permetterebbe di guadagnare 9mila miliardi di Pil mondiale entro il 2025, per due quinti a vantaggio delle economie avanzate». Supponendo un rapporto tasse/Pil del 30% in media, si arriva ai mille miliardi di dividendo, ai quali andrebbero aggiunti i risparmi in termini di spesa per sostenere sistemi sanitari, famiglie e imprese.

Sostenere la campagna universale, insomma, conviene a tutti. Al contrario del nazionalismo dei vaccini, «che lascia tutti i Paesi in condizioni peggiori», afferma il Fondo monetario. Nel World Economic Outlook di aprile, la capoeconomista Gita Gopinath sottolinea che «l’accesso ai vaccini è profondamente iniquo: i Paesi ad alto reddito, con il 16% della popolazione mondiale, hanno prenotato il 50% delle dosi». Mentre la maggior parte delle nazioni a basso reddito conta sul programma internazionale Covax e dovrà probabilmente aspettare fino alla fine del 2022 per vedere campagne di immunizzazione di massa.

I Paesi del G20 hanno trovato un accordo per una nuova emissione di Diritti speciali di prelievo (la valuta dell’Fmi) da 650 miliardi di dollari. Serviranno, almeno in parte, ad aiutare i Paesi più colpiti dalla crisi.

La corsa del debito pubblico

I pesanti e indispensabili interventi pubblici, varati per contrastare la recessione innescata dal Covid, stanno spingendo il rapporto tra debito pubblico e Pil verso il 100% nel 2021, dal 97% raggiunto nel 2020, dall’84% nel 2019, prima della pandemia.

L’Italia passa a un debito pubblico del 157% del Pil nel 2021, dal 135% nel 2019. Il deficit, balzato al 9,5% nel 2020, è stimato in discesa all’8,8% quest’anno (era all’1,6% nel 2019). Il debito pubblico del Giappone sale dal già altissimo 234% del 2019, al 256,5% quest’anno. Gli Stati Uniti passano dal 108 al 133%. La Germania resta a un confortante 70%. La Grecia sale al 210%, dal 185% del 2019 (ma già in discesa dal 213% del 2020). Il debito pubblico della Spagna sale in due anni dal 95% al 118% del Pil.

Secondo i calcoli dell’Fmi, tralasciando garanzie, prestiti e iniezioni di capitale, ma prendendo in considerazione solo misure di aumento della spesa pubblica e riduzione del gettito fiscale («above the line»), nel 2020, gli Stati Uniti hanno fornito un’assistenza equivalente al 16,7% del Pil, a famiglie, imprese e governi locali. Giappone e Regno Unito hanno fornito rispettivamente il 15,9% e il 13% del Pil. Tra politiche fiscali nazionali (oltre il 5% del Pil della regione) e stabilizzatori automatici, l’Eurozona si pone attorno al 10%.

Dei 16mila miliardi di dollari di interventi globali per contrastare la pandemia, varati al 17 marzo 2021, 10mila miliardi sono spese aggiuntive e entrate perse e 6mila miliardi sono prestiti, garanzie e iniezioni di capitale. «Gli effetti sulla crescita sono stati particolarmente forti in Canada, Germania e Stati Uniti».

LA CORSA DEL DEBITO PUBBLICO
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Ripartire dall’economia verde e sostenibile

Le politiche a sostegno della ripresa, afferma l’Fmi devono essere mirate a favorire la transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili: un’economia «verde, digitale e inclusiva». In questo senso, sottolinea il Fiscal Monitor, i fondi del Next Generation EU possono mettere l’Europa sulla giusta strada, se usati in modo efficiente.

I progetti di investimento dovrebbero mirare a mitigare il cambiamento climatico e a facilitare la digitalizzazione. Parte delle risorse, sostiene l’Fmi, possono essere trovate alzando la tassazione delle emissioni di anidride carbonica: un cavallo di battaglia del fondo, che considera questo come lo strumento più efficace nella riduzione dei gas serra.

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