scatti da non perdere

Focus sulla fotografia indiana

Il sistema occidentale scopre i fotografi del subcontinente. Valori in veloce ascesa grazie a fiere e gallerie

di Filippo Maggia


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«Tree Huggers» di Pamela Singh (Courtesy © Pamela Singh and Sepiaeye)

3' di lettura

«Indubbiamente c’è stata una vera e propria esplosione della fotografia in India da quando ho aperto la galleria nel 1997 a New Delhi, e sicuramente questo boom è coinciso con la rivoluzione digitale che ha reso la fotografia accessibile a tutti e più semplice per gli artisti in termini di sperimentazione e di comunicazione». Chi parla è Peter Nagy, direttore di Nature Morte , galleria di arte contemporanea, leader del settore in India. In effetti la fotografia indiana nell’ultimo decennio è andata progressivamente proponendosi e affermandosi come uno dei più interessanti territori da esplorare, quanto a contenuti e intensità dei lavori proposti, tanto da imporsi negli Stati Uniti e in Europa dove artisti come Dayanita Singh (21 scambi in asta e un top lot per 23.436 € per «Family Portrait (2014-2015)» nel 2014), Raghubir Singh (22 passaggi in asta, 63,6% di venduto e il top lot da 12.146 € per «Rainbow, Dal Lake, Kashmir»,1980 nel 2018), Sunil Gupta (la Hales Gallery offrirà a Frieze London due lavori a circa 7.000 $), Gauri Gill (da Nature Morte le fotografie della serie «Acts of Appearance» vanno da 5.000 a 13.850 $), Pamela Singh (da sepiaEYE le sue opere quotano da 4.000 a 22.000 $) o Vivan Sundaram (sempre da sepiaEYE i prezzi vanno da 4.000 a 15.000 $) hanno negli ultimi anni avuto mostre personali o partecipato a importanti collettive presso prestigiose istituzioni quali lHaus der Kunst di Monaco, il Philadelphia Museum of Art , il Fowler Museum di Los Angeles, il Tokyo Photographic Art Museum , la Photographers’ Gallery di Londra e molti altri ancora.

Il cammino. Nell’ultimo lustro questo crescente interesse per la fotografia ha, inoltre, significato l’avviamento nel subcontinente indiano di molte biennali, fiere di arte contemporanea e festival dedicati alla fotografia, in alcuni casi estesi anche a nazioni confinanti come il Nepal.

India Art Summit, la prima fiera d’arte contemporanea in India nata nel 2008 e poi ribattezzata India Art Fair , si terrà a New Delhi dal 30 gennaio al 2 febbraio 2020, con una previsione di circa 100.000 visitatori, in linea con le ultime edizioni. Se il collezionismo pubblico e privato internazionale da anni segue con interesse la fotografia indiana – in particolare quello nordamericano ed europeo come ricorda Esa Epstein, direttrice della galleria Sepia Eye di New York –, ora anche il collezionismo interno ha iniziato ad acquistare opere fotografiche, video e film d’artista (fra gli autori più apprezzati va sicuramente ricordato Amar Kanwar, artista della Galleria Marian Goodman che nel 2018 ha avuto personali al Minneapolis Institute of Arts e alla Tate Modern , ma che in asta registra solo due passaggi per poche centinaia di euro), seppur con maggior cautela rispetto a una decina di anni fa, quando, ricorda ancora Peter Nagy: «come effetto del boom fotografico, molti collezionisti compravano per puro investimento pensando di poter rivendere in pochi anni».

Scatti. Del resto, i temi affrontati dagli autori indiani, pur essendo trattati con uno stile che ancora guarda al fotogiornalismo di cui Bhupendra Karia, Raghu Rai (11 presenze in asta e un top lot poco sopra i mille euro) e Pablo Bartholomew vanno citati come indiscussi maestri, sono una declinazione in chiave contemporanea di questioni sociali (di genere e identità innanzitutto) che ancora oggi angustiano e rendono complicato il passaggio dal recente passato post coloniale al futuro di una nazione con enormi potenzialità, popolata da oltre un miliardo e trecento milioni di persone con tradizioni e dialetti fra loro molto differenti. Se, dunque, da un lato la fotografia grazie alla sua larga diffusione (oggi si calcola che almeno 800 milioni di indiani utilizzino smartphone con fotocamera) può senz’altro generare interesse e curiosità, dall’altro non è detto che quando le immagini diventano opere la loro accezione sia altrettanto immediata. Pertanto non c’è da stupirsi che siano stati proprio i Paesi occidentali, forti di una lunga tradizione nella fotografia, a guardare per primi alla fotografia indiana e ai suoi protagonisti, tant’è che lo scorso anno la 17ª edizione della Biennale di Houston, il FotoFest , ha visto come curatore Sunil Gupta che ha proposto una esaustiva overview sulla fotografia indiana contemporanea con la partecipazione di oltre 45 artisti.

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