FONDAZIONE GIMBE

I contagi in Italia? Ancora senza controllo

I numeri confermano che la curva non è andata a posto e il rischio di una nuova impennata dei casi è sempre in agguato

di Barbara Gobbi

Coronavirus, come si trasmette il Covid-19

I numeri confermano che la curva non è andata a posto e il rischio di una nuova impennata dei casi è sempre in agguato


3' di lettura

Nell'ultima settimana 25.733 casi e 3.976 morti in Italia: segnale che nel nostro Paese il coronavirus non è ancora sotto controllo. E che servirà grande cautela nel programmare la Fase 2, da gestire guardando a quanto fino a oggi si è trascurato. Il messaggio destinato al Governo arriva dalla Fondazione Gimbe, che ha analizzato ciò che fino a oggi «non ha funzionato» nelle strategie di contenimento.

I fattori chiave
Due elementi in particolare: la mancata identificazione di casi in sottogruppi di popolazione sotto-esplorati, come le residenze per anziani e le carceri, e la ridotta efficacia delle misure di distanziamento sociale. Quest'ultima da attribuire in parte a cause non prevenibili (ruolo dei soggetti asintomatici) e in parte a carenze sanitarie (insufficiente tracciatura dei contatti, isolamento domiciliare inadeguato), oltre che a misure inadeguate nei luoghi di lavoro e negli spazi chiusi – anche i mezzi di trasporto - e a comportamenti individuali impropri.

L’andamento della diffusione
«I dati degli ultimi sette giorni non sono affatto incoraggianti - spiega il presidente Gimbe Nino Cartabellotta -: se si è ridotto il numero dei pazienti ricoverati con sintomi (-3,0%) e soprattutto di quelli in terapia intensiva (-16,6%), si rileva un aumento dei casi totali del 18,0% (+25.733), di cui 3.976 decessi (+22,5%). Serve la massima prudenza - conclude Cartabellotta -: i numeri confermano che la curva dei contagi non è affatto sotto controllo e il rischio di una nuova impennata dei casi è sempre in agguato».

Rete di contenimento ancora a maglie larghe
«L'efficacia delle misure di distanziamento sociale sul contenimento dell'epidemia – continua Cartabellotta - dipende da tre fattori: tempestività, intensità e aderenza della popolazione. Di conseguenza, per valutare gli effetti dei decreti “#IoRestoACasa” e “Chiudi Italia”, bisogna anzitutto essere consapevoli che siamo partiti in ritardo, che il lockdown non è stato affatto totale e che l'aderenza della popolazione è stata buona, ma non eccellente, a giudicare dal numero delle sanzioni elevate nel corso dei controlli». Insomma le maglie della rete di protezione dal contagio sono, a quasi due mesi dall'esplodere della malattia in Italia - ancora troppo larghe. O allentate da una sorveglianza che potrebbe e dovrebbe essere più stringente, affermano dalla Fondazione Gimbe, se si vuole entrare con la maggiore serenità possibile nella Fase 2 a cui lavora il dream team affidato dal premier Conte al manager Vittorio Colao. Del resto ce lo chiese anche l'Europa, che nella roadmap della Commissione per la ripartenza indica come sia fondamentale ridurre e stabilizzare il numero dei ricoveri e dei nuovi casi per un periodo di tempo prolungato.

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La lunga lista dei veicoli di contagio
La “spunta” dei veicoli di contagio che tutt'ora persistono non è certo breve: persone asintomatiche non note, casi non identificati per insufficiente tracciatura dei contatti, persone conviventi in isolamento domiciliare, inadeguato o troppo breve; contagi nei luoghi di lavoro che non hanno implementato adeguatamente i protocolli di sicurezza; contagi sui mezzi di trasporto, da persone infette che hanno violato la quarantena. Infine, contagi da operatori sanitari, rimasti a lungo senza protezioni, soprattutto in contesti non ospedalieri come le Rsa, le case famiglia, l'assistenza domiciliare. Da qui l'appello della Fondazione: «In tutti i contesti regionali e locali dove il controllo dei nuovi casi risulta inadeguato tutte queste casistiche dovrebbero essere attentamente monitorate al fine di mettere in atto le opportune contromisure».

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