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Fondi alternativi, l’industria arriverà a 14mila miliardi di dollari nel 2023

di Monica D'Ascenzo


4' di lettura

L’attivismo dei fondi alternativi a livello internazionale continua a crescere e così anche la loro popolarità, tanto che le stime di Preqin indicano per l’industria il raggiungimento di quota 14 mila miliardi di dollari al 2023 dagli 8,8 mila miliardi di dollari di fine 2017. Pensare che solo dieci anni fa il settore aveva masse amministrate per poco più di 3 mila miliradi di dollari. Certo la crescita sta rallentando: da un incremento medio annuo del 12,1% dal 2008 al 2017, si passerà ora a un +8% per questi cinque anni. Il dato, naturalmente, ha una valenza globale ed è basato su un panel di 300 fondi e 120 investitori istituzionali.

«Quattordici miliardi di dollari possono sembrare una previsione eccessivamente ambiziosa per il settore dei fondi alternativi, ma è inferiore
rispetto al tasso di crescita medio che abbiamo visto negli ultimi dieci anni. Ci sono diversi fattori chiave che guideranno questa crescita, compreso la comprovata performance di lungo termine degli alternativi; le crescenti opportunità disponibili nel segmento private debt; e l'ascesa dei mercati emergenti in cui i fondi alternativi sono già radicati. Se mai, crediamo che 14mila miliardi di dollari sia più probabilmente una stima troppo bassa piuttosto che troppo alta» commenta Mark O'Hare, ceo di Preqin, società che dal 2003 monitora e analizza il mercato dei fondi alternativi.

Nello spaccato per settori, i fondi di private equity sembrano destinati a surclassare gli hedge fund come classe di investimenti nel prossimo futuro. Le loro masse gestite, infatti, sono stimate in crescita del 58% da 3,1 mila miliardi a 4,9 mila miliardi, mentre il passo di incremento per gli hedge sarà leggermente più lento con un +31% da 3,6 mila miliardi a 4,7 mila miliardi. Le due asset class insieme, a fine 2017, avevano masse gestite per un totale di 6,7 mila miliardi, pari al 75% del totale dell’industria. Invece sia i fondi dedicati al private debt sia quelli specializzati nel real estate duplicheranno le masse gestite da qui al 2023. I fondi di private debt dovrebbero raggiungere 1,4 mila miliardi, mentre il real estate dovrebbe salire a 1,2 mila miliardi. Poco dietro le infrastrutture con un miliardo di miliardi.

«Sicuramente abbiamo un trend mondiale che fa inserire il private capital e quindi per perivate equity e private debt con sempre maggior forza nelle asset class degli investitori istituzionali. Dall’altro lato abbiamo imprese nel mondo - e questo trend lo vedremo prestissimo anche in Italia - che sempre meno ricorrono al debito bancario e sempre più agli strumenti di private capital» ossera Anna Gervasoni, direttore denegale di Aifi, che per quel che sta accadendo in Italia specifica: «Inutile dire che le prospettive per il settore che rappresenta Aifi sono interessanti. Il trend del 2017 e il primo semestre 2018 confermano questo punto. Gli investimenti sono andati molto bene e stanno diventando un fenomeno capillare in tutti i principali settori della nostra economia sia tradizionali che tecnologici. Certo, le imprese che entrano nel radar dei fondi oggi sono qualche centinaio: 400 l’anno se sommiamo private equity, venture capital e private debt. Dobbiamo presto superare il migliaio per portarci ai livelli dei nostri principali competitori internazionali. Per questo dovremo forse cambiare anche la nostra offerta e pensare a modelli di intervento flessibili e giusti per le imprese italiane».

Certo la crescita dell’industria si inserisce in uno sviluppo ben più ampio degli investimenti nel risparmio gestito in generale. Nel 2004, secondo le stime di PwC, le masse gestite a ivello globale erano pari a 37 mila miliardi di dollari, mentre le stime da qui al 2025 indicano che si raggiungeranno i 145 mila miliardi, quadruplicando quindi la cifra in 20 anni. Questo non può che essere un driver della crescita anche per gli alternativi.

Naturalmente le performance hanno un loro peso. Secondo Preqin, ad esempio, i fondi specializzati in buyout hanno messo a segno una performance superiore a quella dello S&P 500 del 5% dal 2000. «Proprio per questi risultati molti investitori hanno aumentato l’allocazione di capitali in queste asset class o hanno iniziato a investire per la prima volta nel settore. Mi aspetto che questo trend continui andando oltre. Tanto più che sta maturando anche il mercato secondario, riducendo la percezione di illiquidità di certi asset e questo può accelerare ulteriormente nei prossimi anni» osserva Michael Murphy, managing director e co-head del Private equity Group di Credit Suisse, sentito da Preqin. È vero anche, però, che il 2018 non è l’anno migliore per gli hedge fund, per i quali i primi otto mesi dell’anno sono stati i peggiori dal 2011. Ma le prospettive nel lungo dicono altro.

Certo che la differenza la fanno anche i fondi pensione, che al momento stanno soffrendo per performance poco soddisfacenti. Secondo Citibank ci sono fondi pensione neiPaesi Ocse per un valore di 78mila miliardi di dollari che potrebbero arrivare a investire sul mercato. Un volano di sviluppo non da poco, qualora arrivasse sull’industria degli alternativi.

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