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Fondi comuni d’investimento, crisi del settimo anno per la raccolta

di Marzia Redaelli


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(REUTERS)

3' di lettura

I fondi comuni di investimento globali archiviano la raccolta del 2018 in attivo per 606 miliardi di dollari, il saldo positivo più contenuto degli ultimi sette anni. A stilare il rapporto è il settimo Global Fund Flows Report di Morningstar (il primo ha coinciso con il record di entrate fin qui registrate).

L’analisi di Morningstar traccia le sottoscrizioni nette negli Stati Uniti, in Europa e in Asia di 95mila prodotti tra fondi e Etp (Exchange traded products, cioè fondi quotati che ricalcano in modo fedele o quasi l’andamento di diversi settori dei mercati finanziari). Nel 2017 i flussi avevano raggiunto i duemila miliardi.

Il ruolo dell’incertezza
Alla delusione per il risultato complessivo si contrappone il miglior esercizio dell’ultimo decennio dei fondi monetari ( che investono in strumenti a brevissimo termine), con un incasso pari a 331 miliardi di dollari. La corsa degli investitori a porti più riparati è la conseguenza dell’avversione al rischio che ha invaso le Borse a partire dallo scorso ottobre.

Gli azionari resistono
I fondi azionari, che hanno mantenuto lo scettro dei più richiesti, hanno comunque dimezzato la raccolta rispetto al 2017, con 353 miliardi all’attivo contro i 604 del 2017. Le nuove sottoscrizioni sono arrivate anche nell’ultimo quadrimestre del 2018 (+27 miliardi), a dispetto del ribasso dell’indice azionario Msci All Country World (-12,5%). La tenuta si deve in parte alla struttura dei prodotti a obiettivo e a scadenza (i “target-date funds”), che devono rispettare la percentuale di portafoglio destinata per regolamento alle azioni.

“I sottoscrittori dei prodotti azionari - afferma Kevin McDevitt, analista di Morningstar autore della ricerca - sono diventati più strateghi e meno interessati ai guadagni; hanno diminuito il rischio e cercato riparo negli investimenti a breve termine”.

Obbligazionari sotto pressione
I fondi obbligazionari, invece, non hanno mostrato appeal, nonostante il recupero dei prezzi dei titoli di debito, dovuto alla fuga dai listini azionari. La differenza tra acquisti e vendite è pari a 156 miliardi, il bilancio peggiore dal 2013 e un tracollo dagli 891 miliardi del 2017. “L’avversione al rischio è stata più evidente tra i fondi obbligazionari - conclude McDevitt -, chiusi tra la correzione dei mercati e le preoccupazione per il settore del credito”. Gli obbligazionari Usa hanno sequestrato quasi tutto il magro bottino (+102 miliardi ) grazie all’appeal offerto dai rendimenti raggiunti dai titoli di debito a stelle e strisce. Mentre i riscatti più elevati hanno riguardato i prodotti specializzati sull’India e sull’Europa.

Il podio dei protagonisti
I gestori sul podio del 2018 sono Vanguard (+176 miliardi) e la famiglia BlackRock/iShares (+167 miliardi), a testimonianza della crescente diffusione degli strumenti passivi e indicizzati che popolano la gamma dei due Gruppi societari e che hanno dominato la scena (+695 miliardi contro i 87 miliardi dei fondi attivi). Al contrario, Franklin Templeton è l’ultima in classifica tra i protagonisti del risparmio gestito, con deflussi pari a 44 miliardi.

La mappa globale
A livello regionale, gli Stati Uniti fanno la parte del leone (+549 miliardi), seguiti dall’Asia, dove la Banca del Giappone ha avuto un ruolo principe negli acquisti. In Europa i flussi sono stati più modesti (+80 miliardi). I rapporti di forza tra le categorie dei fondi (azionari e monetari battono obbligazionari) si ripete all’interno delle singole aree geografiche.

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