STRUMENTI

Fondi comuni, Pir ed Eltif: i veicoli adatti a investire in Pmi

Con i prodotti ad hoc anche il piccolo investitore può scommettere sulle imprese del nostro Paese selezionate dal gestore, diversificando non solo l’investimento ma anche il rischio

di Isabella Della Valle


3' di lettura

La vera materia prima dell’Italia è il risparmio. Lo è da sempre. Ma non sempre questa risorsa è stata utilizzata per favorire lo sviluppo di un’altra eccellenza tricolore: il tessuto produttivo, quello costituito dalle Pmi. Difficile per un investitore, soprattutto se poco esperto, l’accesso diretto alle piccole medie imprese e, soprattutto, rischioso se si decide di investire in un’unica realtà. Non solo. Anche capire quali siano le vere eccellenze aziendali sulle quali puntare per favorirne la crescita non è banale, come non è immediato capire che un investimento del genere ha bisogno di un orizzonte temporale medio lungo. Insomma, avventurarsi su questo segmento di mercato è complesso, ma gli strumenti per farlo non mancano.

Uno di questi è il fondo comune, attraverso il quale è possibile investire su un certo numero di aziende (diversificando quindi il capitale e il rischio) anche con somme contenute. Sono prodotti che rientrano nella categoria degli azionari Italia, puntando sia sulle grandi società sia su realtà di minori dimensioni (di solito facilmente riconoscibili dal nome o, per chi ha più pazienza, dalla lettura del prospetto informativo che specifica il raggio di attività del gestore). L’investimento sui fondi azionari Italia nell’ultimo anno ha reso mediamente il 13% e se si allunga l’orizzonte temporale a tre e a cinque anni, la rivalutazione è stata rispettivamente del 38 e del 39 per cento. Ma il veicolo ad hoc per puntare sulle small e mid cap è (o meglio, era) il Pir, il piano individuale di risparmio. Creato nel 2017, ha riscosso molto successo presso gestori e risparmiatori complice l’agevolazione fiscale prevista. Nel primo anno di vita i Pir hanno raccolto quasi 11 miliardi, nel secondo 4. Ora il mercato è bloccato a causa delle modifiche normative varate con la legge di bilancio 2019 che ne ha rivisto la struttura originale, imponendo dei limiti minimi di investimento (3,5% sull’aim e 3,5% sul ventre capital) che, secondo gli operatori del settore e non solo, potrebbero compromettere la liquidabilità di questi prodotti che di fatto sono fondi aperti. Risultato? Oggi il comparto dei Pir (71 prodotti in totale) è fermo e viaggia con una raccolta negativa per poco meno di 600 milioni da inizio anno: gli unici flussi che potrebbero arrivare sono quelli di chi ha investito nel 2017 e nel 2018 perchè di nuovi prodotti non ne sono più nati. E pensare che da gennaio a oggi le performace di alcuni di questi prodotti sono molto vicine al 30%. Ora bisognerà vedere se il governo deciderà di tornare alla versione originale, come richiesto a gran voce dai gestori.

A offrire un’alternativa, però, per investire sulle realtà non quotate di medie dimensioni ci sono gli Eltif, i fondi chiusi a lungo termine. Come i Pir, prevedono agevolazioni fiscali per le persone fisiche (l’esenzione prevista dal Decreto Crescita è ancora al vaglio della commissione Ue che deve stabilire se rientri o meno nell’ambito degli aiuti di Stato) e cercano di cogliere le opportunità imprenditoriali che nel lungo termine (7 anni la durata minima, 150 mila euro l’investimento massimo annuo per un totale di 1,5 milioni) possono dare buoni risultati. Al momento in Italia sono pochi gli Eltif disponibili: Eurizon Italian Fund (Eurizon Sgr con soglie di accesso molto alte),i prodotti Muzinich in collaborazione con Cordusio Sim e quelli di October. Se sulla rampa di lancio c’è Amundi Eltif Italia 2020, a gennaio è atteso l’Eltif di Azimut che per primo sul mercato consentirà un investimento a partire da 10mila euro.

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