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Fondi tra due fuochi: riscatti da record e mercati «in secca»

La settimana scorsa sono fuggiti dagli obbligazionari globali 108 miliardi dollari

di Morya Longo

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(NurPhoto)

La settimana scorsa sono fuggiti dagli obbligazionari globali 108 miliardi dollari


4' di lettura

L’intervento d’urgenza con qui Goldman Sachs ha iniettato un miliardo di dollari per salvare i suoi fondi monetari è solo la punta di un iceberg. Idem l’azione di settimana scorsa della Federal Reserve, con cui la banca centrale Usa ha creato una linea di liquidità destinata proprio ai fondi di money market statunitensi. Oppure la mossa di ieri, con cui ha annunciato (tra l’altro) l’acquisto di Etf. Sotto queste “punte”, c’è infatti un iceberg enorme: la crisi del risparmio gestito negli Stati Uniti e nel mondo. Il settore è stretto tra due fuochi: da un lato la fuga in massa dei clienti (con deflussi di capitale che settimana scorsa hanno raggiunto il record storico), dall’altro l’illiquidità dei mercati obbligazionari (che rende molto difficile monetizzare gli investimenti per far fronte ai riscatti). Insomma: i clienti chiedono i soldi indietro, ma in un mercato ingessato i fondi faticano a reperirli vendendo titoli. Soprattutto se si tratta di obbligazioni. Questo crea una spirale negativa.

La crisi, arrivata tutta d’un colpo, è preoccupante per le conseguenze che può avere non solo sul risparmio ma anche sulle imprese. Dopo il crack di Lehman Brothers le Autorità hanno stretto la cinghia alle banche, vincolandole a regole sempre più dure: questo ha spostato una grossa fetta del finanziamento alle imprese dalle banche ai fondi e investitori vari. Ormai, soprattutto negli Stati Uniti, spesso sono loro a finanziare le aziende comprando i loro bond o erogando credito vero e proprio. Per cui una crisi dei fondi rischia di tradursi (già sta accadendo) in una crisi di liquidità delle imprese. E viceversa. Ha ragione Alberto Gallo, portfolio manager di Algebris, quando dice che «oggi il mondo dei fondi ha una rilevanza meno sistemica rispetto al settore bancario nel 2008». Ma ugualmente una crisi di questo settore va evitata. La Fed lo sa: per questo interviene.

2020, FUGA DAI FONDI

Deflussi dai fondi nella settimana al 18 marzo.Dati in miliardi di dollari (Fonte: Bank of America, Epfr Global)

2020, FUGA DAI FONDI

Il primo “fuoco”: i riscatti

A mettere in ginocchio il settore è innanzitutto la violenta ondata di riscatti. Solo settimana scorsa (quella terminata mercoledì 18 marzo), secondo Bank of America dai fondi obbligazionari globali la clientela ha portato via un totale di 108,9 miliardi di dollari. Solo nella giornata di lunedì scorso, il deflusso ha raggiunto i 30,2 miliardi nel mondo: mai si era vista una fuga di tale entità in una sola seduta. Mai. Sono poi usciti in settimana 20,7 miliardi di dollari dai fondi azionari globali. E se si guarda alla sola Europa, i deflussi sono stati altrettanto violenti: 64 miliardi di dollari in una settimana dai fondi obbligazionari e 4 da quelli azionari.

Ci sono poi gli Etf a soffrire. Ormai quotano sul mercato a un valore abbondantemente inferiore al Nav, cioè al portafoglio di titoli sottostanti. «Questo significa che sul mercato si vendono Etf perché i bond sottostanti sono illiquidi, ma anche gli stessi Etf offrono una liquidità solo apparente», commenta Gallo. Ci sono infine fondi particolarmente problematici in questa fase, come quelli «risk parity» e i tanti che operano a leva, che stanno soffrendo ancora di più. Da loro sono partite le grandi vendite forzate su tutte le asset class.

Il secondo “fuoco”: l’illiquidità

Il problema peggiora perché tanti fondi ed Etf garantiscono la liquidabilità dell’investimento alla propria clientela, ma loro hanno in portafoglio titoli che sono illiquidi. Per intenderci: titoli che sono molto difficili da vendere, perché sui mercati la loro liquidabilità non è garantita da nessuno. I mercati obbligazionari sono illiquidi da un decennio, da quando le regole varate a livello internazionale hanno limitato l’operatività delle banche d’affari (le uniche che un tempo garantivano una certa movimentazione sul mercato dei bond). Ma ora che la crisi è esplosa improvvisa e tutti vogliono monetizzare, l’illiquidità (intesa come difficoltà a vendere un titolo) è diventata totale. Questo è un grave problema: l’illiquidità è l’unico vero killer sui mercati.

«Per gli investitori una stretta di liquidità che dura per un periodo prolungato è una delle situazioni più difficili da affrontare - spiega Mark Holman, Ceo di TwentyFour Asset Management -. Le correlazioni si rompono, i mercati negoziano a vuoto, i piccoli scambi portano a movimenti di prezzo sproporzionati, il valore relativo scompare, il panico si fa sentire, le attività di vendita avvengono senza distinzioni». Holman conferma che addirittura il mercato dei titoli di Stato Usa (stiamo parlando di un settore immenso) dal 9 marzo è diventato illiquido: «Quel giorno abbiamo cercato di vendere una modesta posizione in titoli di Stato Usa a 30 anni - racconta -. Di primo mattino abbiamo chiesto a tre primary dealer, e due si sono rifiutati di fare offerte». Insomma: si sono rifiutati di dare un prezzo. Blocco totale. Muro. «Questo è stato un fatto straordinario e senza precedenti nella nostra esperienza», osserva.

Così, in un mercato illiquido che crolla a strapiombo, per i fondi è difficile stare al passo di un’ondata di riscatti che arriva come uno tsunami. Per questo la Fed ogni giorno è costretta a inventare nuovi interventi, con l’obiettivo di andare a ridare liquidità a un mercato ormai in tilt. In Europa, dove il credito alle imprese arriva invece in gran parte dal canale bancario, la Bce interviene più sugli istituti creditizi. Ma, a quanto pare, non basta ancora.

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