timori per la crescita globale

Fondi in fuga dai metalli, rame a picco sotto 6mila dollari

di Sissi Bellomo


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(Bloomberg)

3' di lettura

Se è vero che il mercato dei metalli industriali anticipa l’andamento dell’economia globale, allora le cose si stanno davvero mettendo male. Il prezzo del rame, il più importante dei non ferrosi, sta andando a picco, spinto sotto la soglia psicologica dei 6mila dollari per tonnellata da un’ondata di liquidazioni che si è ingrossata in fretta.

Solo un mese fa il metallo rosso scambiava ai massimi da quattro anni, sostenuto proprio dagli hedge funds che adesso gli stanno voltando le spalle. L’esposizione rialzista degli speculatori si è ridotta a ritmi vertiginosi al London Metal Exchange e le posizioni “corte” – quelle di chi scommette su ulteriori ribassi – sono ora ai livelli più alti da gennaio 2016 afferma Marex Spectron.

In parallelo il prezzo è crollato di quasi il 20% dal picco di giugno. Il rame, chiamato Doctor Copper per la presunta capacità di misurare lo stato di salute dell’economia, è insomma a un passo dal “bear market”, mercato orso. E il suo non è un caso isolato.

Anche le sorti degli altri metalli (e più in generale delle materie prime) sono cambiate in peggio da quando il mondo ha preso atto che le guerre commerciali non sono più soltanto una minaccia, ma una realtà che rischia di provocare danni gravi. Secondo uno studio presentato ieri dalla Banca centrale francese, la crescita del Pil globale potrebbe subire una riduzione del 3% in due anni.

Dazi e controdazi, che si moltiplicano e non coinvolgono più solo Usa e Cina, stanno già provocando le prime ripercussioni sull’economia reale e sui mercati finanziari. Borse e valute dei Paesi emergenti mostrano segnali di sofferenza, mentre il dollaro – spinto anche dalle politiche della Fed – corre, penalizzando ulteriormente le commodities, che sono quasi tutte quotate nella divisa americana.

I dazi si stanno ritorcendo anche contro i produttori che Donald Trump puntava a difendere: Alcoa, gigante dell’alluminio «made in Usa», ieri ha perso oltre il 10% a Wall Street, dopo un profit warning legato anche all’introduzione delle tariffe, definite un ostacolo «significativo» dal ceo Roy Harvey. Il gruppo, gravato da costi extra a causa del rincaro dell’energia e perché produce parte dell’alluminio in Canada, ha tagliato le previsioni sull’Ebitda 2018 a 3-3,2 miliardi di dollari, da 3,5-3,7 miliardi.

Anche le quotazioni dell’alluminio peraltro hanno subito un brusco calo: al Lme il metallo ora scambia intorno a 2mila $/tonnellata, gli stessi livelli di aprile, quando le sanzioni Usa contro Rusal non c’erano ancora, e da inizio anno la performance è negativa. Lo stesso vale per tutti gli altri non ferrosi, ad eccezione del nickel (che comunque ha perso circa il 18% dal record pluriennale di giugno, ripiegando sotto 13.400 $).

I metalli preziosi non stanno meglio. L’oro non sembra aver tratto alcun beneficio dal tradizionale ruolo di bene rifugio ed è ai minimi da un anno: ieri c’è stato un ulteriore affondo, a 1.211 dollari l’oncia.

Sono tornati ai livelli dell’estate scorsa anche l’argento l’argento (15,27 $/oz) e il palladio (888,65 $). Il platino – che come quest’ultimo è usato nelle marmitte catalitiche – è addirittura crollato ai minimi dal 2008 (795 $), ora che il focus delle guerre commerciali si è spostato sull’industria dell’auto.

Sono comunque pochissime le materie prime risparmiate dalle vendite nelle ultime settimane: il petrolio Brent è da poco sceso ai minimi da tre mesi, sotto 72 dollari al barile, e il Bloomberg Commodity Index – che riflette un paniere di 22 prodotti – è in zona correzione, giù del 10% dal massimo triennale di maggio.

L’umore degli investitori è così pessimista da influire negativamente anche su materie prime che in teoria avrebbero fondamentali solidi: una considerazione che spinge alcuni analisti a prevedere un’inversione rotta, quanto meno per alcuni prodotti. Tra questi ci sarebbe anche il rame, che ormai scambia sotto il costo di produzione marginale, stimato a 6.200-6.400 $/tonn.

Oliver Nugent di Ing ritiene che il prezzo risalirà a fine anno, quando «dopo le elezioni Usa di mid-term la retorica (sul protezionismo, Ndr) si smorzerà». Il rame, assicura Citi , ha fondamentali così forti in prospettiva da giustificare rincari «pompati da steroidi nel prossimo decennio», anche se a breve le guerre dei dazi rischiano di mandare il prezzo «molto più in basso, prima che possa risalire».

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