Analisi

Fondi per l’agricoltura poco accessibili ai piccoli: servono i patti di filiera

Per intercettare i 100 miliardi destinati a innovazione e sostenibilità è fondamentale il ruolo aggregativo di associazioni e consorzi

di Alessio Romeo

(scharfsinn86 - stock.adobe.com)

4' di lettura

Un piatto ricco ma non per tutti. La filiera agroalimentare italiana si candida a giocare un ruolo da protagonista nella corsa all’utilizzo dei fondi del Recovery Plan. In particolare, dei 100 miliardi di posta stanziati complessivamente nei capitoli dedicati a digitalizzazione e transizione ecologica. Non tutta la filiera però, va detto, perché la capacità di investimento richiesta dal programma finanziato con i fondi europei del Next Generation Eu potrebbe, in molti casi, non essere alla portata di una realtà strutturalmente frammentata come quella dell’agricoltura italiana. Che potrà comunque contare, anche fuori dall’ambito del Green Deal europeo, sui quasi 50 miliardi di finanziamenti previsti dalla nuova Politica agricola comune post 2020, tra aiuti diretti al reddito e programmi regionali di sviluppo rurale.

Digitalizzazione e transizione

Principalmente, il sostegno al settore agroalimentare si colloca nell’ambito delle due missioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza dedicate rispettivamente a “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo”, con un budget previsto di 40,29 miliardi, e la missione 2 dedicata a “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quest’ultima in particolare nella componente dedicata ai temi “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” con 59,46 miliardi. I finanziamenti dovranno sostenere lo sviluppo di una filiera agroalimentare sostenibile e competitiva; progetti integrati in tema di economia circolare, mobilità, rinnovabili, digitalizzazione. E ancora l’ammodernamento di lavorazione, stoccaggio e confezionamento di prodotti alimentari per ridurre l’impatto ambientale, eliminare o generare meno rifiuti favorendone il riutilizzo a fini energetici e ambientali.

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Il ruolo trainante dei big

La spesa sarà trainata dalle soluzioni di agricoltura di precisione a supporto delle attività in campo, dai sistemi di monitoraggio e controllo di mezzi e attrezzature ai macchinari connessi. «Il Recovery Plan rappresenta un’opportunità enorme per tutta la filiera agroalimentare italiana. Tutte le imprese dell’agrifood hanno la possibilità di sfruttare questi incentivi ma lo faranno soprattutto le medie e grandi aziende agroindustriali, per migliorare trasformazione e logistica», spiega al Sole 24 Ore Francesco Raimondi, ceo di Value Target, società che opera nell'ambito della finanza agevolata che vanta una forte competenza su credito d’imposta ricerca e sviluppo e beni strumentali di Impresa 4.0. «Penso ad esempio – specifica – alle strutture di stoccaggio automatizzato. Attraverso degli automatismi tipici dell’Industria 4.0 le aziende possono approvvigionarsi in tempo reale per evitare il rischio di rimanere “sottoscorta”, attivando automaticamente gli ordini quando sono in esaurimento. La strutturale frammentazione del sistema agricolo italiano rappresenta un limite all’introduzione delle nuove tecnologie, che sono molto costose, a meno che non si facciano degli accordi di filiera attraverso i quali i grandi si fanno carico dell'investimento economico, sfruttando l’incentivo e trasferendo poi l’innovazione ai fornitori agricoli».

Anche i nuovi sistemi di irrigazione automatica difficilmente potranno essere implementati singolarmente da un’azienda di pochi ettari. «La transizione ecologia e digitale di cui abbiamo bisogno e che il Pnrr promuove sarebbe impensabile senza incentivi adeguati – spiega ancora Raimondi –. Ora gli incentivi però ci sono e dobbiamo cogliere questa occasione, tenendo però conto del fatto che la tecnologia, soprattutto quando è ancora di frontiera come nel settore agroalimentare, è costosa. Quindi i singoli, soprattutto i più piccoli, da soli non possono farcela. Per questo, accanto al lavoro delle organizzazioni, è fondamentale anche il ruolo a esempio dei consorzi nell’intercettare i finanziamenti, basti guardare al lavoro fatto dal Consorzio del Parmigiano a beneficio dei singoli produttori, sul fronte del miglioramento della produzione e dell’impatto ambientale e economico».

L’alleanza agricoltura-industria

Sul fronte dell’impatto ambientale l’altra grande partita si gioca sugli incentivi volti a ridurre il conto delle emissioni degli allevamenti attraverso il contributo alle energie rinnovabili. Gli allevamenti di suini a esempio generano emissioni e ora si sta studiando come rendere compostabili gli scarti degli allevamenti in un percorso virtuoso da sostenere con investimenti sull’innovazione.

Un tema di cui si è parlato questa settimana anche a Ecomondo, la fiera di riferimento in Europa dedicata alla transizione ecologica e ai nuovi modelli di economia circolare e rigenerativa, su cui si salda la nuova alleanza tra agricoltura e industria alimentare. «La transizione ecologica – conferma il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti – dovrà essere sostenuta da soluzioni innovative sui diversi comparti, per mantenere la competitività del settore e rispondere alle esigenze messe in evidenza dall’emergenza Covid: garantire l’approvvigionamento di prodotti agricoli, sempre più di qualità e a prezzi contenuti».

Per il futuro, aggiunge il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio, «i maggiori sforzi richiesti all'industria nel suo complesso dovranno essere accompagnati da un piano straordinario di investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, scongiurando provvedimenti punitivi come divieti e tassazioni ad hoc. L’industria alimentare italiana ha fatto moltissimo negli ultimi anni sulla via della sostenibilità: abbiamo diminuito del 30% in 20 anni i consumi di energia, dimezzato in 30 anni l’utilizzo di acqua, ridotto del 40% in 10 anni l’uso dei materiali da imballaggio e aumentato le pratiche di recupero e riciclo. Siamo tra i protagonisti di questa transizione energetica . Eppure, a livello comunitario ci sentiamo spesso trattati più come destinatari delle misure che vengono prese che veri protagonisti del cambiamento. Vorremmo che i decisori politici, a livello comunitario, riconoscessero il percorso fatto dall’industria».

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