INTERVISTA A Gaetano Manfredi

«Fondi per la ricerca e l’innovazione: il 40% andrà al Sud»

Il ministro Gaetano Manfredi illustra la strategia adottata con investimenti per almeno sei miliardi entro il 2026

di Vera Viola

 Ora la spesa dell’Italia storicamente bassa, finalmente si avvicina alla media europea, ma si deve fare ancora di più

4' di lettura

«Il Recovery Plan prevede investimenti in ricerca da qui al 2026 per 12 miliardi, oltre 3,6 miliardi per la formazione universitaria. Di tutto ciò, quindi di 15 miliardi, stimiamo che almeno il 40% debba essere speso nel Mezzogiorno». Fatti due conti, fa riferimento a 6 miliardi circa per il Sud il ministro Gaetano Manfredi sfogliando le pagine del Recovery Plan così come è stato presentato dal presidente del Consiglio alle parti sociali.
Manfredi, napoletano, professore di Tecnica delle costruzioni, ex rettore della Federico II ed ex presidente della Crui, ha messo in campo una strategia per far crescere la ricerca che non ha precedenti nel nostro Paese, avendo l’opportunità dei fondi di Next Generation Eu e non solo. Il Programma europeo e il Piano nazionale della ricerca, varato una settimana fa, sono due tappe di un lavoro per il quale il ministro ha chiamato a dare il proprio contributo il fior fiore della accademia e della ricerca italiana, registrando un gran numero di adesioni e contributi.
Veniamo a noi, ministro, può illustrarci i programmi per il Sud d’Italia?
Gli interventi per la ricerca, così come quelli per il Sud, non sono concentrati solo in un capitolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Abbiamo previsto la realizzazione di “ecosistemi per l'innovazione”, di “reti tematiche”, “poli di digitalizzazione”, e abbiamo anche strumenti come il credito d'imposta, il patent box, le misure per i ricercatori. Abbiamo adottato per lo più misure che coprono tutto il territorio nazionale. E solo alcune invece sono specifiche per il Mezzogiorno, come in parte quella sugli “Ecosistemi per l'innovazione” e il “credito di imposta per la ricerca”. Un orientamento che questo Governo adotta anche in altri settori: si ritiene che sia preferibile adottare gli stessi strumenti, in alcuni casi potenziandoli al Sud.
Soddisfatto delle risorse stanziate? Finora l’Italia ha sempre investito molto poco in ricerca e formazione.
Si è fatto un grande sforzo di cui sono molto soddisfatto. Del resto, l’Italia deve recuperare un gap importante rispetto al resto del mondo. Con il Recovery Plan finalmente ci avviciniamo alla media europea in tema di investimenti in ricerca e innovazione. Ma è mia opinione che gli investimenti in questo settore debbano crescere ancora, superando la media europea.
La strategia del Recovery plan poggia su ecosistemi per l’innovazione, reti per il trasferimento tecnologico e poli per la digitalizzazione. In tutti i casi si punta, ed è evidente nel Piano, a una forte sinergia tra mondo della ricerca e mondo delle imprese. È così? Ciò vale anche per il Sud?
Oggi abbiamo l’esigenza di non scindere la ricerca di base dalla sua valorizzazione. L’estrema velocità delle tecnologie infatti comporta che la vera innovazione parta dalla ricerca di base. Sin dalle prime battute, quindi, deve essere una costante la contaminazione tra mondo della ricerca e quello delle imprese, sia fisica che virtuale. In questa chiave riponiamo grande attenzione alle infrastrutture di ricerca che devono essere una forte leva per l’attrazione di investimenti. Tutto ciò vale per tutto il Paese. Anche per il Mezzogiorno che peraltro deve essere sempre più inserito in un sistema di ricerca europeo.
Spesso si fa riferimento a modelli di istituzioni di ricerca presenti in Italia, ce ne sono anche al Sud. Quali?
Come ecosistemi di innovazione pensiamo all’esperienza del polo di San Giovanni a Teduccio, che è stata ben valutata anche all’estero: esso rappresenta una positiva integrazione tra mondo della ricerca, imprese e accademia. Ma potrei citare anche i distretti dell’aerospazio di Campania e Puglia, la microelettronica a Catania, il polo digitale a Cosenza. Quanto alle Reti, abbiamo previsto Agritech a Napoli. Voglio chiarire che tutte le misure previste si integrano con la strategia europea che prevede gli stessi strumenti. Ciò vale anche per il Piano nazionale della ricerca presentato qualche giorno fa.
È stato approvato anche il Pnr, cosa prevede per il Sud?
Il Programma nazionale per la ricerca è stato messo a punto guardando ad una strategia europea che di per sé considera il territorio del Mezzogiorno quale obiettivo 1 della programmazione 2021-2027. Nelle priorità di sistema in ogni caso c’è l'obiettivo del riequilibrio dei territori facendo leva anche sulle infrastrutture di ricerca e sulla ricerca in generale. Tutto ciò serve anche a moltiplicare l’efficacia degli investimenti. Se tutti gli sforzi convergono sugli stessi obiettivi, evidentemente saranno più efficaci. Anzi, dirò di più, pensiamo che debba convergere anche l'investimento privato che può essere una leva importante.
Parliamo di formazione. Anzi, di immatricolazioni nelle università del Sud: si prevedeva un aumento come effetto della pandemia. Come sono andate?
Le iscrizioni alle università aumentate: in Italia del 7,04% e al Sud del 7,13%. Il Sud ha un gran bisogno di sostegni per tutelare il diritto allo studio. In quest’ottica l’istituzione della “No tax area” e l’aumento delle borse di studio hanno dato qualche primo frutto. Non a caso, con l’ultima legge di bilancio, abbiamo reso l’incremento dei fondi sul diritto allo studio una misura strutturale. Ma voglio aggiungere che, per rendere il Sud attrattivo, il rapporto tra formazione e sistema produttivo deve crescere. I giovani emigrano soprattutto perché cercano sbocchi occupazionali.
Scappano ancora anche troppi ricercatori. E quelli che vorrebbero rientrare spesso hanno difficoltà a trovare occasioni di lavoro interessanti.
Gli sgravi fiscali previsti per coloro che rientrano in Italia stanno dando effetto, un flusso di rientro di ricercatori italiani c'è. La creazione di grandi infrastrutture di ricerca sicuramente ne attrarrà altri. Faremo anche una sorta di sportello per aiutare chi vuole rientrare. Incontro spesso i giovani ricercatori che dall'estero vorrebbero rientrare in Italia e molti vorrebbero ritornare proprio al Sud: mi dicono che vorrebbero procedure più snelle e programmazione regolare di bandi e progetti. In altre parole, vogliono sapere quali opportunità potranno cogliere anche in futuro, non si accontentano chiaramente di progetti saltuari.
In conclusione, il Mezzogiorno sconta un ritardo nel campo della ricerca che deve essere colmato? In altre parole, esiste anche un “research divide”?
Esiste certamente un divario. Ma questo riguarda non tanto la ricerca pubblica quanto quella privata e ciò è legato alla debolezza del sistema industriale meridionale. Con le Reti nazionali che avranno un ruolo importante al Sud puntiamo a potenziare proprio la ricerca privata. Non dimentichiamo che esistono settori molto avanzati proprio nel Mezzogiorno, come l'aerospazio, l'automotive, quello dell'energia. Ecco, è importante partire proprio da queste preesistenze e valorizzarle.

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