Fondi Europei

Fondi Ue, gli obiettivi centrati e quelli futuri da non mancare

di Stefan Pan

(Adobe Stock)

4' di lettura

Nei giorni scorsi, abbastanza in sordina per la verità, l’Agenzia per la Coesione territoriale ha certificato che i target di spesa per il 2018 per i programmi italiani dei fondi strutturali 2014-20, pari complessivamente a circa 8,5 miliardi di euro, sono stati raggiunti da 48 programmi su 51, consentendo la rendicontazione del 99,3%, delle spese in scadenza. Centrano il loro obiettivo Regioni di Sud e Centro Nord, e quasi tutte le Amministrazioni Centrali interessate.

Restano non certificate spese per alcuni milioni di euro, sebbene sia pendente una domanda di sospensiva e dunque la loro sorte non è ancora segnata. Perdite dolorose, in tempi di ristrettezze economiche: ma pur sempre perdite estremamente limitate, a paragone dell’ammontare complessivo da utilizzare.

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Per questo il raggiungimento, pressoché completo, dei target dei fondi Ue è una buona notizia, che va sottolineata con la dovuta evidenza per vari motivi, a cominciare da quelli contabili, perché una mancata certificazione avrebbe causato un ulteriore, non necessario, fabbisogno sulle finanze pubbliche di parte nazionale.

In secondo luogo, perché dopo il complesso negoziato sui saldi di bilancio 2019, l’Italia ha bisogno di rafforzare la propria affidabilità nei confronti dei partner europei: di questo percorso fa senza dubbio parte il rispetto puntuale degli impegni presi. Grazie all’accelerazione di fine anno, l’Italia è oggi al quarto posto in Europa per volume complessivo di spese certificate in valore assoluto, dopo Polonia, Germania e Francia; sta rispettando (sia pure con un po’ di affanno) i profili di spesa concordati con la Commissione europea; non ha avuto bisogno di improbabili deroghe per rispettare gli impegni e può sedersi con consolidata autorevolezza al tavolo comune.

In terzo luogo, per motivi istituzionali interni. Regioni grandi e piccole, del Sud come del Nord, di ogni colore politico e livello di affidabilità, hanno dato prova di efficienza ed efficacia, proprio sulla tematica su cui spesso il nostro Paese è sul banco degli imputati.

In quarto luogo, si tratta di un risultato importante pro futuro. Il 2019 infatti, oltre a essere l’anno delle elezioni europee, è l’anno-chiave del negoziato sul bilancio dell’Unione post 2020, e più l’Italia, al pari degli altri Paesi membri interessati, riesce a presentarsi con le carte in regola, più gli argomenti degli avversari della coesione perdono di vigore. Andando finalmente a regime, la politica di coesione si conferma il principale strumento per includere, in concreto, cittadini, imprese e territori nel progetto europeo. L’accelerazione di fine anno mostra che l’Italia è parte integrante di tale azione.

Infine, è una (piccola, ma importante) buona notizia per l’economia italiana nel suo complesso. Nell’anno in cui la spesa per investimenti ha toccato il suo minimo storico, le risorse della coesione sono l’unica fonte finanziaria certa, quantificabile e monitorabile a sostegno della spesa in conto capitale, in particolare nelle regioni in ritardo. E il loro pieno utilizzo ha consentito di limitare i danni di tale trend decrescente.

Tutto ciò non significa che le nostre difficoltà di utilizzo di questi fondi siano superate. Tutt’altro.

In termini relativi, infatti, l’Italia rimane al quartultimo posto in Europa come percentuale di utilizzo, e ci resterà probabilmente anche quest’anno, poiché il profilo di spesa è stato costruito in modo da spostare la gran parte deipagamenti sugli ultimi anni utili per la rendicontazione (2022-25), proprio per tenere conto delle difficoltà amministrative esistenti.

Cionondimeno, anche la spesa da certificare ex novo quest’anno (per i soli fondi Fesr e Fse) è significativa, attorno ai 4 miliardi di euro, ed è fondamentale che lo sforzo di accelerazione si svolga tutto l’anno, per avere insieme benefici sui conti pubblici e sull’economia reale, ed evitare inutili stress amministrativi.

Taluni osservano che tale risultato è stato conseguito grazie a un ampio ricorso a cosiddetti “progetti coerenti” (ovvero avviati con altra fonte di finanziamento ma appunto “coerenti” nei tempi e nella finalità con la programmazione europea), e che ciò costituisce una patologia. Ciò è vero solo in parte: il problema non è tanto l’uso di progetti coerenti, quanto l’assenza del passaggio successivo, ovvero il finanziamento con risorse nazionali di nuovi progetti, in sostituzione di quelli coerenti utilizzati per la certificazione.

Sempre più, infatti, quella certificata per i fondi strutturali è l’unica progettualità esistente, soprattutto al Sud, per il progressivo impoverimento del “parco progetti” del Paese causato dalla caduta della spesa per investimenti della PA, come provano i più recenti dati sui bandi di progettazione e realizzazione di opere pubbliche, in timida ripresa ma ben lontani dai livelli precrisi. Per aumentare l’efficacia della spesa cofinanziata, è dunque necessario, innanzitutto, restituirgli la caratteristica di aggiuntività, riattivando, dal punto di vista progettuale, procedurale e della capacità amministrativa, una spesa per investimenti “ordinaria” da tempo colpevolmente bassa: affiancandovi un sostegno significativo agli investimenti privati che da soli hanno saputo, negli ultimi anni, compensare una caduta verticale dal lato pubblico.

Proprio per questo alcune scelte della recente Legge di bilancio lasciano più di un dubbio. La contemporanea riduzione, per il 2019, delle risorse nazionali e di cofinanziamento per la coesione e delle disponibilità del Credito d’imposta per gli investimenti al Sud va infatti esattamente nella direzione opposta a quella auspicata, perché ostacola, in un colpo solo, l’assorbimento dei fondi europei, il parallelo rafforzamento della spesa nazionale, e il sostegno agli investimenti privati. E rischia di vanificare gli effetti diretti e indiretti del buon risultato di fine anno.

Grazie a una migliore efficienza, i fondi di coesione possono dare una spinta rilevante alla crescita: mettiamoli nelle condizioni di farlo.
Vice presidente di Confindustria per le politiche regionali

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