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Fondi Ue, ora il governo va a caccia di risorse in Europa

In corso la selezione dei fondi non impegnati che possono essere dirottati sul decreto in arrivo ad Aprile. Dai dati Ue bacino potenziale fino a 10,5 miliardi. Per Fedeterziario 22 miliardi di stanziamenti non impegnati

di Giuseppe Chiellino e Gianni Trovati


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(EPA)

3' di lettura

La settimana che si è chiusa il 22 marzo ha archiviato di fatto le regole fiscali europee sull’aggiustamento strutturale con il comunicato dell’Eurogruppo del 16 marzo, e ha messo praticamente in soffitta il Patto di stabilità con la proposta del 21 marzo della Commissione. Ma il repentino cambio di pelle dell’Unione è destinato a continuare nei prossimi giorni: l’Eurogruppo, annuncia il suo presidente Mario Centeno, studierà una «nuova linea di difesa dal Coronavirus» per le economie europee, in una discussione dove tornerà al centro della scena il Mes e la sua possibilità di utilizzo per finanziare un piano di aiuto a livello continentale.

Ipotesi, questa, che con la rapida corsa della crisi sanitaria sembra superare molte resistenze tradizionali nel mondo tedesco, ma continua ad accendere polemiche a Roma per il «no» al Mes sotto qualsiasi forma pronunciato dai Cinque Stelle oltre che dalle opposizioni di Lega e Fratelli d’Italia.

Le prossime mosse di Bruxelles
Le prossime mosse di Bruxelles saranno cruciali per capire gli spazi saranno del prossimo intervento di sostegno all’economia per un’Italia che con il primo decreto anticrisi ha esaurito il deficit aggiuntivo approvato dal Parlamento. La caccia alle risorse sfrutta un’altra forma di «flessibilità» appena maturata in Europa, cioè la possibilità di dirottare sull’emergenza le quote non impegnate della programmazione 2014/2020 dei fondi strutturali.

In gioco ci sono «diversi miliardi», ha ripetuto in questi giorni il ministro dell’Economia Gualtieri senza dare ulteriori dettagli. Perché la cifra effettiva arriverà alla fine del certosino censimento che gli uffici del Mef e l’Agenzia della Coesione, in stretto contatto con la Dg Regio della Commissione stanno portando avanti sugli oltre 50 programmi operativi del Fondo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo sociale (Fse). Oltre all’accelerazione dei flussi di cassa, rinunciando agli anticipi 2019 non utilizzati e erogando subito quelli del 2020 per 1,75 miliardi (si veda Il Sole 24 ore del 20 marzo), si sta battendo il terreno alla ricerca dei fondi necessari al «decreto Aprile».

Perché i fondi europei sono l’unica risorsa vera
Una conferma del fatto che i fondi europei sono quasi l’unica risorsa vera su cui si può contare per le misure di sostegno pubbliche. Il lavoro, proseguito anche nel fine settimana, è titanico, se si pensa che i programmi Por e Pon si articolano a loro volta in più di 300 azioni e in centinaia di «misure». Tra Roma e Bruxelles si stanno selezionando le somme non ancora giuridicamente vincolate, cioè assegnate con bandi già chiusi, e dunque disponibili per l’emergenza e se è possibile anche per il dopo, quando bisognerà sostenere la ripresa.

Sulla base dei dati aggiornati costantemente sul portale della Commissione, Cohesiondata, i programmi italiani che utilizzano il Fesr hanno già assegnato a progetti selezionati l’86% delle risorse, compreso il cofinanziamento nazionale. Dunque entro il 2023 restano da spendere 4,7 miliardi di euro. Per il Fondo sociale l’importo teoricamente disponibile è di 5,5 miliardi. Al momento non si parla del Feasr (agricoltura). Con le risorse residue di Garanzia Giovani si arrivarebbe a 10,5 miliardi. Ma è una cifra teorica.

Il balletto delle cifre
Le valutazioni sono in corso e ballerine, certo è che questo importo può solo diminuire. Sia chiaro, non sono nuove risorse Ue per l’Italia, ma solo la riprogrammazione di quelle assegnate, sulla base delle nuove necessità : sanità (in particolare le terapie intensive), capitale circolante per le imprese e ammortizzatori sociali.

Molto più alta, 22,2 miliardi,è la stima di Federterziario, l’associazione di piccole imprese e professionisti che monitora i fondi Ue per i suoi 60mila associati, lamentando un tasso di realizzazione non proprio brillante in una programmazione avviata ormai sei anni fa. Il calcolo, basato sui dati di Opencoesione, considera «non impegnato» il 42% dei fondi. «Su questi fondi serve una due diligence puntuale e veloce per capire quali risorse sono libere da vincoli giuridici - spiega Nicola Patrizi, presidente della confederazione -, e occorre subito una regia nazionale forte per gestire risorse fin qui affidate a strutture spesso inefficienti».

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