il negoziato e i dubbi delle regioni

Fondi Ue, il piano per mettere 10 miliardi sull’emergenza

Provenzano: un anticipo, poi doppio meccanismo di rimborso con risorse Fsc

di Carmine Fotina

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Provenzano: un anticipo, poi doppio meccanismo di rimborso con risorse Fsc


3' di lettura

Dieci miliardi di euro. È la proposta che il governo avanzerà all’inizio della prossima settimana alle Regioni per utilizzare i fondi europei nel decreto di aprile, e in parte a copertura del decreto Cura Italia, nell’ambito dell’emergenza sanitaria ed economica. Partiranno lettere dal ministero del Sud, guidato da Giuseppe Provenzano, ai singoli governatori. Non sarà un negoziato semplice, viste resistenze già trapelate nei giorni scorsi dal fronte del Sud, ma il governo conta di trovare l’accordo con uno schema che promette di mantenere la chiave di riparto a garanzia del Mezzogiorno, escludendo travasi territoriali, e il fondamentale criterio dell’addizionalità dei fondi che per le regole delle politiche della coesione non possono andare a sostituire risorse ordinarie.

Questa operazione secondo il governo consentirebbe tra l’altro un rapido assorbimento degli 1,75 miliardi relativi ai prefinanziamenti assicurati dalla Commissione Ue, non risorse nuove ma di cui si dispone con un’immediata disponibilità di cassa. L’idea, riassumendo, è chiedere ai governatori di utilizzare una cifra attorno al 20% dei loro programmi (Por) 2014-2020. Le operazioni già selezionate che rischierebbero di essere dirottate per l’emergenza verrebbero salvaguardate utilizzando il Fondo nazionale sviluppo e coesione (Fsc). L’obiezione principale è che l’Fsc deve garantire risorse addizionali e non sostitutive di interventi già programmati, per questo il secondo pezzo della proposta prevede che le Regioni vengano compensate in quota parte con una tranche aggiuntiva di risorse nella prossima programmazione 2021-2027. Anche in questo caso si utilizzerà l’Fsc, con uno stanziamento straordinario che verrebbe inserito nella prossima legge di bilancio. Uno schema che somiglia molto a una richiesta di anticipo alle Regioni. «Di fatto anche con un premio – osserva Provenzano – perché alla fine, considerando anche la prossima programmazione, le risorse Fsc aggiuntive potrebbero essere superiori a quelle che spetterebbero loro ad oggi, a bocce ferme».

I 10 miliardi che il Governo punta a mettere sul piatto potranno finanziare spese sanitarie, dalle attrezzature all’assunzione di medici e infermieri, misure sociali (ammortizzatori sociali e sostegno al reddito), misure anche per il capitale circolante delle imprese. Il lavoro di ricognizione fatto in questi giorni da Agenzia per la coesione e Dipartimento politiche di sviluppo è stato piuttosto complesso. Sono stati individuati 10,9 miliardi di fondi strutturali (sia Fesr che Fse, di cui 8,3 di quota regionale e 2,6 di programmi nazionali) teoricamente attivabili sulla base delle operazioni “selezionate” comunicate a Roma e Bruxelles. Si tratta di progetti per i quali non ci sono ancora impegni giuridicamente vincolanti (al 31 dicembre al Sud solo il 47% è impegnato). Se si considerassero solo gli impegni, le risorse “libere” sarebbero anche di più. Su questo punto però non c’è accordo con le Regioni, che sulla base delle procedure amministrative già avviate ritengono le risorse attivabili di gran lunga inferiori (solo 2-2,5 miliardi). Di qui la controproposta studiata dal ministero del Sud per superare l’impasse, cioè il meccanismo alternativo basato su un anticipo del 20% e il ristoro. In questo caso la cifra finale potrebbe attestarsi appunto sui 10 miliardi.

In questo schema, circa 4,5 miliardi potrebbero essere anticipati da regioni del Mezzogiorno, 2,5 da regioni del Centro-Nord, 3 attraverso i Pon (programmi nazionali). Le Regioni temono una centralizzazione che comprometta l’attuale ripartizione. «Non ci sarà alcuna distrazione territoriale di risorse – replica Provenzano –. Tutto il paese dovrà fronteggiare l’emergenza economica e sociale, il problema non è solo comprare mascherine per le quali allo stato c’è un fabbisogno molto più alto al Nord. Le Regioni potrebbero chiedere di riprogrammare autonomamente le risorse, se invece accetteranno di concorrere alle misure nazionali per l’emergenza avranno fondi Fsc a salvaguardare i programmi che in parte saranno definanziati». Ad ogni modo Provenzano mette in evidenza una norma del decreto Cura Italia passata quasi inosservata. Il comma 10 dell’articolo 126 specifica che le Pa, nel rispetto della normativa Ue, destinano le risorse disponibili dei loro programmi alla realizzazione di interventi per l’emergenza.

«È evidente – dice Provenzano – che per rispettare quella disposizione di legge e per avere entità di risorse congrue per l’emergenza le scelte non possono essere demandate alla singola autorità di gestione. Di qui la necessità di costruire un accordo politico, con i ministri competenti e con le Regioni». La flessibilità prospettata dalla Commissione Ue viene giudicata «un’occasione preziosa per spendere entro i termini fondi che vedano ancora percentuali di assorbimento modeste. E non va sprecata, anche per guadagnarci flessibilità sul dopo. Quello che è certo, in questa crisi, è che non si può pensare di uscirne come se nulla fosse, continuando con i ritmi di spesa di prima».

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