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Fondi Ue, a rischio 8 miliardi per giovani e politiche attive

Risorse della programmazione 2014-20 ancora non spese. Se non lo faremo entro il 2023 potrebbero essere disimpegnate e perse. Ipotesi utilizzo per la decontribuzione Sud al 30%

di Claudio Tucci

Risorse in bilico. Riguardano l'emergenza occupazione (Getty Images)

3' di lettura

Nell’Italia perennemente a caccia di fondi per il lavoro rischia di suonare come l’ennesimo paradosso avere circa 8 miliardi di fondi europei, programmazione 2014-20, ancora non spesi e rendicontati al 31 dicembre 2022. E se non lo faremo entro dicembre 2023 queste risorse (o parte di esse) potrebbero essere disimpegnate, cioè perse. Un pessimo segnale in vista della nuova programmazione comunitaria, 2021-27, che per le voci lavoro, istruzione, formazione e inclusione ci assegna più di 17 miliardi tra programmi nazionali e regionali (il solo programma “Donne, giovani e lavoro” vale oltre 5 miliardi per sostenere l’occupazione giovanile e femminile, l’inclusione dei soggetti più vulnerabili, disabili e disoccupati di lunga durata, e l’ adeguamento delle competenze alla doppia transizione verde e digitale). Ma procediamo con ordine.

I ritardi nella spesa

Il campanello d’allarme è stato suonato nella conferenza stampa di fine anno dal premier, Giorgia Meloni, che aveva sottolineato come, «mentre spendevamo 8 miliardi per dare il reddito di cittadinanza a chi poteva lavorare, l’Italia non spendeva 8 miliardi del fondo sociale europeo».

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Dalla documentazione ufficiale pubblicata dall’Agenzia per la coesione, rielaborata per il nostro giornale dal servizio Lavoro, coesione e territorio della Uil, emergono i dettagli. E non sono, purtroppo, lusinghieri. Sui due programmi principali dedicati al lavoro, vale a dire “Iniziativa Occupazione Giovani” e “Sistemi politiche attive per l'occupazione” nel precedente settennato avevamo da spendere, in tutto, 10,7 miliardi; ne abbiamo spesi 2,8, il 26,17%. Sul primo programma, che comprende anche la fallimentare iniziativa Garanzia giovani, avevamo da spendere 2,8 miliardi. Al 31 dicembre 2022 le risorse spese certificate sono state 1,8 miliardi, vale a dire il 63,4%. All’appello manca un miliardo. I numeri sono peggiori sull’altro programma dedicato alle politiche attive per l’occupazione, dove su quasi 8 miliardi di fondi Ue a disposizione ne abbiamo spesi e certificare a fine 2022 appena il 13,2%, pari a poco più di un miliardo (ne restano sette).

Il tentativo di recupero

Certo, con la spesa sostenuta per la concessione degli esoneri previsti già nella manovra 2021 e la loro proroga per il 2023 potremmo, in parte, recuperare. Si ipotizza già di “attingere” da questi fondi ancora in bilico per coprire un’ulteriore annualità della decontribuzione Sud al 30%, autorizzata fino a fine 2023 dall’Europa (ma la misura si estende fino al 2029), che vale circa 4 miliardi. Così come si ragiona di far rientrare in questi fondi 2014-20 non spesi anche il miliardo per gli incentivi assunzionali per giovani e donne. Insomma, si prova a “mischiare” un po’ le carte (e le misure) per tentare di ridurre il danno.

Sul lavoro, ma il discorso vale per l’intera programmazione 2014-20 (al 31 dicembre l’Italia ha certificato alla Ue una spesa pari a 35 miliardi, il 54% dei 64,9 miliardi totali, dopo la riprogrammazione di React-Ue, ndr), «siamo di fronte ad un’attività di spesa che procede troppo lentamente e di questo siamo preoccupati - ha sottolineato la segretaria confederale Uil, Ivana Veronese -. Tralasciando per un attimo i “numeri”, il giudizio deve riguardare, anche e soprattutto, la qualità della spesa. La logica dello “spendere tanto per spendere” non porta a miglioramenti. Servono interventi aggiuntivi. E che non si sovrappongano con altre iniziative in corso, ad esempio quelle previste dal Pnrr».

I nodi (storici) da superare

Al Sud diverse regioni hanno percentuali di spesa certificata tra il 50 e il 60% (con l’eccezione della Puglia che sfiora il 95%). Al Nord la quota è più alta, intorno al 70%. Sull’incapacità di mettere in campo misure “ragionate” e “utili” concorrono tanti fattori. Dalla macchina amministrativa all’osso e a corto di risorse umane (Anpal è sotto organico da tempo) ai diversi livelli di efficienza regionali, fino ad arrivare ai sistemi informativi in uso che spesso presentano carenze e limiti in termini di interoperabilità, complicando la gestione e il controllo dei finanziamenti. Il cambio di passo è quanto mai auspicabile in vista anche dei fondi Pnrr (su lavoro e formazione oltre 29 miliardi, ndr) e della nuova programmazione 2021-2027.

Per non sprecare l’occasione, e dover sempre rincorrere, gli esperti indicano tre azioni. Primo, orientare la spesa verso interventi di cui c’è un reale bisogno attraverso una valutazione di impatto delle misure in termini di efficacia e tiraggio, la co-progettazione delle politiche con le Regioni e una consultazione degli stakeholder strutturata e sistematica. Secondo, rafforzare la Pa in termini di competenze (azioni di selezione mirata, upskilling e reskilling), semplificazione delle procedure anche attraverso una piena transizione al digitale. Terzo, garantire coordinamento, continuità, armonizzazione interistituzionale e accompagnamento a livello nazionale. Tutte azioni che sono sempre rimaste sulla carta.

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