Interventi

Fondo di garanzia rafforzato per affrontare l'emergenza

di Luca Papi* e Mario Pepe**

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6' di lettura

Ormai è evidente che la pandemia causata dal coronavirus produrrà una recessione economica globale. Globale e diversa dalle crisi precedenti nelle cause e nelle conseguenze. L'ampiezza della crisi che si sta rapidamente dispiegando è molto maggiore di quanto potevamo prevedere. Tutti gli indicatori che possiamo osservare forniscono segnali allarmanti. La produzione industriale e i consumi diminuiscono, la fiducia dei consumatori e delle imprese scende e le aspettative si abbattono. A marzo 2020 gli indici ISTAT del clima di fiducia dei consumatori e quello delle imprese hanno subito una forte riduzione (da 110,9 a 101 e da 97,8 a 81,7 rispettivamente). Anche i pochi dati economici disponibili in tempo reale, come ad esempio i valori borsistici e l'energia elettrica consumata nelle ultime settimane dai paesi colpiti dal virus, confermano questo scuro orizzonte. Il Dow Jones americano ha perso un quarto del suo valore nel solo mese di marzo - la diminuzione mensile più grande nella storia se si esclude il settembre 1931. Il consumo di energia elettrica è crollato nel mese di marzo 2020; rispetto al marzo 2019 il calo italiano è stato circa del 30 %, la maggiore caduta tra i paesi europei . In aggiunta, segnali preoccupanti arrivano dal mondo delle imprese e dei lavoratori autonomi che vedono bloccata la loro attività da provvedimenti d'imperio, dalla mancanza di beni e servizi intermedi nelle rispettive produzioni o da fornitori e clienti che non sono in grado di rispettare gli ordini e i pagamenti.
Dobbiamo quindi oggi porci il problema di come evitare che una recessione, ormai conclamata e provocata da giusti e inevitabili interventi sanitari introdotti dai paesi per contenere il contagio sanitario, si trasformi domani in un periodo di depressione che potrebbe durare ben oltre la fine dell'allarme epidemico.
Al riguardo saranno decisive le misure che i governi nazionali e le istituzioni internazionali prenderanno per fronteggiare la crisi in atto. A fronte di una minaccia globale, che non conosce confini, la governance del mondo dovrebbe rispondere globalmente. Vedremo in un prossimo futuro se nell'occasione di una causa comune e globale, quale la lotta alla pandemia del coronavirus, i potenti della terra riusciranno a dare segnali di un efficace coordinamento.
Se purtroppo attendersi una risposta coordinata a livello mondiale delle politiche economiche nazionali può sembrare quasi utopico, più fattibile dovrebbe essere una risposta coordinata all'interno dell'Unione Europea. Ma all'atto pratico, ora e di nuovo, sembra emergere una discrasia tra le istituzioni europee, più sensibili alla straordinarietà della situazione, e i governi dei paesi europei che faticano ad individuare un approccio condiviso. E così si osserva, da un lato, la positiva risposta della BCE e della Commissione europea. La prima ha dato prova di riconoscere i suoi errori e di cambiare rotta in tempi rapidi. Ricordiamo che dopo l'incidente dell'intervento della Lagarde (12 marzo 2020), la BCE si è complessivamente impegnata ad acquistare 220 miliardi di titoli italiani nel 2020 fornendo quindi risorse molto ingenti per finanziare il deficit italiano. In aggiunta il Consiglio direttivo della BCE si è detto pronto a incrementare l'entità dei programmi di acquisto dei titoli nella misura necessaria e finché le circostanze lo richiederanno. Un cambio di passo sembra caratterizzare anche la Commissione europea che ha annunciato la sospensione del Patto di stabilità aprendo così la possibilità di ricorrere ai deficit necessari per puntellare i sistemi sanitari e sostenere le economie nazionali. Dall'altro lato stanno le perplessità dei governi nazionali su come affrontare la crisi che si sono palesate anche nell'ultimo Consiglio d'Europa. In quel consesso invece di individuare un approccio comune per rispondere al coronavirus, si è registrata una nuova spaccatura tra nazioni del nord e del sud Europa e un rinvio di due settimane per la ricerca di una soluzione, un tempo inconciliabile con la progressione del virus e dei suoi effetti sociali ed economici. Sul tavolo c'è il ricorso a un'entità per la gestione di un debito europeo comune e condiviso da tutti i paesi dell'eurozona finalizzato ad affrontare la crisi. L'occasione di combattere insieme un nemico comune ed esterno - che non appartiene neppure al regno dell'uomo - tramite una qualche forma di mutualizzazione dei costi, a fronte di benefici che ricadrebbero laddove lo shock è maggiore, rappresenterebbe un segnale di grande unità e solidarietà in un momento difficile per gli ideali e i principi europei. Ma la questione rimane ancora aperta e diversi rimangono gli esiti possibili.
Ecco allora che in casa nostra dovremmo prepararci ad un eventuale scenario che contempli una risposta tardiva e un aiuto europeo non adeguato alla gravità della situazione. Un piano che in parte è stato già tracciato dal governo italiano nel decreto “Cura Italia”, ma che, a nostro umile avviso, potrebbe essere migliorato sulla base delle considerazioni che seguono.
E' evidente che la risposta agli effetti del coronavirus dovrà prevedere uno straordinario e massiccio intervento pubblico che assicuri il sostentamento dei più colpiti e salvaguardi la base fiscale, oggi ridotta dalla recessione forzosa indotta dalla lotta alla pandemia. Il problema è come usare al meglio le risorse dello stato avendo come orizzonte e come obiettivo il mantenimento dei livelli occupazionali odierni e la ripresa dell'attività produttiva dopo la crisi. Il recente articolo di Mario Draghi sul Financial Times è emblematico sulla definizione dei passi da compiere e lapidario sui costi di un intervento inadeguato: “La velocità è assolutamente essenziale per l'efficacia. Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell'esitazione può essere irreversibile.”
Il governo italiano ha reagito con misure che aiutano temporaneamente famiglie e imprese e ha rinviato ad un prossimo decreto le misure per la crescita. Ma si può fare di più per aumentare ed efficientare le risorse disponibili e per ridurre i tempi di realizzazione. Va salvaguardata e assicurata la liquidità delle aziende e va potenziato l'istituto della garanzia pubblica sui finanziamenti bancari alle attività produttive. Abbiamo in Italia uno strumento per gestire questi due obiettivi: la legge 662/96 che è stato uno dei principali strumenti di politica industriale che ha dato buona prova di sé negli ultimi due decenni. Si tratta di una norma ormai rodata, ben conosciuta sia dalle banche sia dalle imprese, che tramite il Fondo Centrale di Garanzia, garantisce parzialmente i prestiti del sistema bancario alle imprese e ai professionisti appartenenti a qualsiasi settore, con la sola esclusione delle attività finanziarie. Il “Cura Italia” ha innalzato la percentuale della garanzia pubblica fino all'80% del prestito richiesto, senza commissioni, ma evidentemente non è sufficiente per rasserenare il sistema bancario nella concessione dei finanziamenti e preso atto che imprenditori e artigiani sono uniti nel coro della mancanza di liquidità attuale.
Quel che proponiamo è di aumentare significativamente lo stanziamento al Fondo centrale di garanzia e di innalzare immediatamente al 100% la percentuale di garantito alle banche per tutti i finanziamenti richiesti da parte di imprese e professionisti che hanno accesso al Fondo per importi che dipendono dalle voci di conto economico relative al costo del lavoro e all'acquisto di materie prime in modo da garantire il pagamento degli stipendi e dei fornitori. Il sostegno finanziario così ottenuto potrebbe ovviare anche alla già decisa sospensione indifferenziata del pagamento delle imposte e migliorare conseguentemente l'onere diretto e immediato per il bilancio dello stato, già provato da diversi nuovi e maggiori esborsi. Il rafforzamento delle garanzie e i maggiori finanziamenti all'economia non solo sosterebbero la liquidità alle imprese e ai professionisti, ma agevolerebbero anche gli afflussi delle risorse della BCE a favore delle banche a tassi negativi. Ad esempio, si potrebbe pensare ad un finanziamento a 36 mesi con 12 mesi di preammortamento con commissioni e tassi d'interesse predefiniti attraverso le rodate tabelle di rating del Fondo Centrale.
E' noto che il Fondo ha una procedura efficace ed efficiente con le banche e con la garanzia al 100% l'erogazione sarebbe rapidissima. L'accesso al Fondo è regolato da requisiti che non dipendono dal ciclo economico, ma esclusivamente dai dati di bilancio e dalla regolarità dei versamenti contributivi. In questo modo si eviterebbe l'azzardo morale da parte di chi nei mesi o anni precedenti non ha onorato scadenze importanti e le banche metterebbero in circolo l'enorme quantità di liquidità che riceverebbero dalle operazioni di rifinanziamento a tassi negativi della BCE. Certamente in alcuni casi si manifesteranno delle perdite a fronte di prenditori che non restituiranno i fondi erogati dalle banche commerciali e a quel punto le perdite sul bilancio pubblico emergerebbero per le garanzie onorate dal Fondo e quindi dallo Stato. Tutto ciò avrà un impatto sui livelli di indebitamento pubblico, ma si eviterà che un elevatissimo numero di imprese esca dal mercato con effetti permanenti e ben più negativi sulla futura capacità produttiva del paese e quindi sulla stessa base imponibile a garanzia del nostro grande debito pubblico.

*Ordinario di economia politica, Università Politecnica delle Marche (UNIVPM), Ancona

**Ph.D UNIVPM, Ancona

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