musica

Fontaines D.C e la band ritrovata di “A Hero's Death”

Dopo l’eccellente esordio con “Dogrel” il gruppo ha attraversato un periodo difficile. A un passo dalla distruzione e con un carico professionale decisamente fuori dall'ordinario, il quintetto si è fermato nel proprio luogo natale, Dublino, dove ha ritrovato l'equilibrio necessario per ricominciare: il risultato è questo album

di Michele Casella

(Credit: Richard Dumas)

5' di lettura

La storia del rock, è cosa nota, ha un andamento ciclico e il suono di chitarre vive momenti di periodica riscoperta planetaria, soprattutto se proviene da Stati Uniti o Gran Bretagna. Con eguale sistematicità sono proprio le giovani band a rappresentare il fulcro di questa attenzione rinnovata, perché capaci di sintetizzare stili, memorie e urgenze espressive particolarmente evocative. È questo il caso dei Fontaines D.C., la band di Dublino che nel 2019 ha esordito con l'eccellente Dogrel, un album capace di mettere d'accordo almeno tre generazioni attorno a un suono di attitudine prepotentemente post-punk.

Incalzante e accelerato, ruvido e allo stesso tempo melodico, il disco diviene subito un successo, debuttando nella top 10 britannica e facendo guadagnare alla band una nomination ai Mercury Prize. Un risultato deflagrante e allo stesso tempo inaspettato, che riporta alla mente la potente escalation di icone rock del recente passato come Strokes, Libertines, Arctic Monkeys o White Stripes.

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Un trionfo che i Fontaines D.C. affrontano con entusiasmo ma anche con una certa difficoltà, quella di doversi calare nella turbinante realtà del music business, fatta di tour infiniti e totale destabilizzazione. «Le nostre anime si stavano ribellando», raccontano. «Non avevamo spazio per noi stessi, non avevamo un posto dove vivere, nessun luogo dove riposare». A un passo dalla distruzione e con un carico professionale decisamente fuori dall'ordinario, il quintetto si è fermato nel proprio luogo natale, Dublino, dove ha terminato il secondo album e ritrovato l'equilibrio necessario per ricominciare.

Il risultato si intitola A Hero's Death e mostra un profilo inedito per una band dalla forte identità. Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Black Midi e Bat For Lashes), questa nuova prova su lunga distanza non cerca l'approvazione dei propri fan. Lo dimostra la scelta del primo singolo di lancio, I Don't Belong, una traccia che rinnega le appartenenze dei Fontaines D.C. e che proietta il gruppo verso il proprio futuro. Le fughe in avanti e il dinamismo della sezione ritmica fanno però ancora parte del DNA di questi irlandesi, che si fanno riconoscere nelle turbolenze di Televised Mind, nelle irregolarità di A Lucid Dream e nell'ipnotismo di Love Is The Main Thing.

Abbiamo raggiunto il chitarrista Conor Curley a pochi giorni dalla pubblicazione di A Hero's Death. Quando ci risponde al telefono, in sottofondo si sente il verso dei gabbiani e il pacato fruscio del vento. La tranquillità ritrovata prima che l'uscita dell'album cambi nuovamente tutto.

Il vostro nuovo album sembra innanzi tutto una dichiarazione di indipendenza, perfino dal vostro stesso primo disco. Si tratta in effetti di una scelta volta a proteggere la vostra libertà artistica?
In termini generali tutta la musica dovrebbe essere legata alla libertà, all'esprimere se stessi in modo onesto e a non subire altre influenze. Nel subconscio credo che l'idea centrale arrivi dall'aver compreso che essere in una band può richiedere davvero molto impegno, può diminuire la tua libertà, e che dipende solo da te determinare la tua indipendenza.

Eppure la vostra musica, figlia del nuovo millennio, ha degli evidenti riferimenti nel suono punk e post punk. In generale la percepisco come erede della migliore tradizione angloamericana…
Quando abbiamo fatto nascere la band siamo partiti da una serie di ascolti anni 50 e 60, perlopiù di matrice rock and roll. Pian piano abbiamo avuto progressioni che andavano di pari passo con un avanzamento cronologico, arrivando a Sex Pistols e Ramones negli anni 70 o Joy Division e musica alternativa negli 80. Ciascun membro della band dà il proprio contributo rispetto a ciò che lo ispira e che gli fornisce nuovi stimoli e penso che questo scambio sia la chiave di una collaborazione sempre entusiasmante.

Col vostro primo album siete stati sbalzati ai clamori mediatici mondiali, ma questa esperienza così vorticosa vi ha quasi distrutto. Cosa è accaduto?
Di fatto siamo una giovane band e credo che abbiamo affrontato un periodo di lavoro davvero troppo intenso, specialmente la scorsa estate, quando abbiamo suonato in tutti quei festival. Non riuscivamo a tirarci fuori da questo vortice, per fare le cose che volevamo con la corretta tranquillità mentale, in modo da stare bene in senso generale. Ciononostante abbiamo ottenuto tutto ciò che desideravamo, abbiamo suonato tantissimo, ma questa esperienza è stata così faticosa da non permetterci di tranquillizzarci, specialmente quando volevamo scrivere e registrare il nuovo album nel minor tempo possibile. Abbiamo però imparato dai nostri errori, comprendendo ciò che è importante. Ora con la band è tutto ok, abbiamo avuto il tempo per fermarci, riflettere, imparare e adesso siamo pronti a suonare le nuove canzoni dal vivo.

A Hero's Death, I Don't Belong e Televised Mind sono i singoli che hanno anticipato il nuovo album, come mai la scelta è ricaduta proprio su questi brani?
Intendevamo scegliere proprio quegli specifici brani, a cominciare dal pezzo che dà il titolo al disco, A Hero's Death. Con I Don't Belong volevamo mostrare un nuovo tipo di suono per la nostra band, mentre Televised Mind l'avevamo già suonata dal vivo al festival South by Southwest di Austin. Il brano è stato poi caricato su YouTube e da subito abbiamo pensato che potesse essere un potenziale singolo, dovevamo solo capire come arrangiarlo nella maniera giusta. Abbiamo insomma cercato di fornire al pubblico un'immagine completa di come sarebbe stato il nuovo album, darne la migliore rappresentazione possibile.

Per la scrittura del nuovo albume e le sessioni di registrazione avete trovato rifugio nella vostra Dublino, una scelta che vi ha permesso di riscoprire il significato dell'essere una band. Quanto è importante questa città per voi?
Senza dubbio è molto importante per la musica che scriviamo, ma credo che qualunque posto può esserlo quando lavori a un'opera creativa. Dublino è il posto dove abbiamo concepito questi primi due album e ci ha fortemente influenzati, ma non siamo legati alla città in senso assoluto.

La musica dei Beach Boys è stata di aiuto per la stesura di A Hero's Death ?
Ci ha influenzato soprattutto nella ricerca degli arrangiamenti e nel lavorare sui cori. Quel che ci ha colpito è quell'aria allo stesso tempo solare e oscura che possono avere i loro brani.

Cosa significa per te la parola “successo”?
Significa essere in grado di condividere la musica che facciamo con quanta più gente possibile, ricevere reazioni da luoghi distanti come il Messico o il Brasile, raggiungere palcoscenici in giro per il mondo.

Cosa pensi dell'ascolto su piattaforme di streaming come Spotify? Pensi che possa aiutare la diffusione della musica o preferisci il buon vecchio vinile?
Io credo nella positività dello streaming, soprattutto per i ragazzi di 17 o 18 anni che così possono conoscere con facilità tanta nuova musica attraverso il digitale e le playlist. Ciononostante, l'idea che una band prepari un disco e lo pubblichi su vinile resta il vero sogno, perché significa avere un pezzo di arte fra le mani dopo il grande investimento di lavoro che hai realizzato. Se credi in un artista e lo vuoi supportare, allora devi comprare il vinile.

Qual è il posto in cui desidereresti suonare dal vivo?
In questo momento c'è un posto al mondo in cui desidererei suonare, si tratta del Red Rocks Amphitheatre in Colorado. Si tratta di un anfiteatro naturale fatto appunto di rocce rosse e sembra il posto più straordinario e magico in cui fare un concerto, anche se al momento non è nei nostri piani. Di recente, in Gran Bretagna, abbiamo suonato alla Brixton Academy di Londra ed è stata un'esperienza magnifica, anche per la storia e la grandezza del posto. Anche il live di del Glastonbury Festival è stato intenso, un vero evento culturale con tantissime band. Abbiamo passato davvero un momento fantastico assieme. Saremo invece in Italia il prossimo 13 marzo per un live ai Magazzini Generali di Milano.

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