MILANO

Fontana d’energia all’Hangar

di Angela Vettese


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. La mostra

4' di lettura

Tutti gli ambienti realizzati o anche soltanto progettati da Lucio Fontana (1899-1968) sono stati ricostruiti all’Hangar Bicocca, che conferma il suo ruolo di motore dell’arte contemporanea a Milano rendendo omaggio a uno dei suoi artisti più illustri. In precedenza, nella città dove visse, erano stati visti solo alcuni suoi Environments, mentre era in vita e poi durante le celebrazioni del centenario della nascita. Si incomincia l’itinerario con la ricostruzione del neon in dimensione originale e con cielino “blu Giotto” per lo scalone della Triennale (1951) e lo si conclude con un’altra grande esplosione di luce, le strisce di luce intitolate Fonti di energia presentate a Torino nel 1961.

In mezzo, stanze che ora sembrano piccole, sotto l’enorme volta del centro targato Pirelli e con la nostra abitudine a opere spettacolari quali quelle della Turbine Hall della Tate Modern; ma la loro dimensione è quella adatta a generare l’effetto che l’artista voleva: spaesamento percettivo, perdita di orientamento, contatto intimo con il sé sia mentale sia fisico, tutte cose che richiedono una dimensione che avvolge il corpo come teorizzarono filosofi quali Maurice Merleau-Ponty e Gaston Bachelard. È improbabile che l’artista ne conoscesse gli scritti, ma certamente condivideva lo spirito di un’epoca in cui si sono iniziati a sondare i rapporti tra mente e sensi, tra scienza e arte, tra reazioni neurologiche, tra tecnologie avanzate e opere. Se oggi proliferano operatori che arrivano a questi risultati attraverso realtà virtuale e altri aiuti da parte dell’informatica, ai suoi tempi Fontana diede il massimo della sperimentazione possibile e in questo seppe precedere artisti ambientali quali Dan Flavin, Bruce Nauman e la scuola californiana di James Turrell, Douglas Wheeler e Maria Nordman tra gli altri. Influenze o comunque precedenze, le sue, che ha riconosciuto quasi solo Germano Celant, già ai tempi della sezione Ambiente Arte della Biennale di Venezia nel 1976: vi era chiaro che Fontana era stato a sua volta anticipato da artisti delle avanguardie storiche come El Lissitzkij, Kurt Schwitters, Theo Van Doesburg; ma risultava altrettanto evidente che fu lui a riprendere il tema dopo il ritorno all’ordine e la Seconda Guerra Mondiale, ribaltando lo spirito tragico della pittura Informale ed Espressionista astratta. Il suo fine non era quello di arredare una sala ma fare entrare l’intero apparato percettivo dello spettatore nel quadro stesso, esteso nelle quattro dimensioni – inclusa quella temporale – fino a poterlo accogliere del tutto: logica conseguenza di quello sfondamento dell’opera che era già presente nei suoi crateri, che bucarono la tela fino dal 1947.

Eppure l’artista italo-argentino avrebbe potuto evitarsi le polemiche e le incomprensioni che nacquero da tali ribellioni alla norma. Abile disegnatore tecnico e realista, mani d’oro su qualsiasi materia, aveva già di che vivere quando, da ragazzino, aiutava suo padre come scultore di tombe in Argentina. Anche a Milano molte famiglie importanti vollero un suo intervento al Cimitero Monumentale; gli architetti gli chiedevano interventi decorativi sulle facciate, negli ingressi dei palazzi più belli, nei cinema. La sua vitalità, però, congiunta al generoso desiderio di rinnovarsi accanto ai giovani, lo condussero verso tipologie di opere lungamente considerate illeggibili e deprezzate. A cinquant’anni dalla morte del maestro italo-argentino la strada del riconoscimento è ancora lunga: gli Stati Uniti mostrano da sempre un ostracismo del quale l’artista era consapevole, come si legge nelle sue parole in Autoritratto di Carla Lonzi; ha avuto una personale al Walker Art Center di Minneapolis nel 1966 e una comparsa al Guggenheim di New York nel 2007; ma restò bollato da una personale presso la galleria di Marta Jackson nel 1961, dove presentò la serie male accolta dei quadri dedicati a Venezia; solo una mostra recente da Gagosiam pare avere davvero aperto gli occhi alla critica. Resta il fatto che Rosalind Krauss, la signora della “scultura nel campo esteso”, ne ha sempre snobbato il lavoro; così anche in Italia, seguendo forse inconsapevolmente tali dubbi, studiosi ed editori rimangono un po’ indecisi.

Grazie dunque ai curatori dell’attuale rassegna, Vicente Todoli, Marina Pugliese e Barbara Ferriani, per averci dato la possibilità di entrare nella ricostruzione - fedele quanto possibile - dell’Ambiente Spaziale a luce nera (1948-49) presentato alla Galleria del Naviglio; nei due ambienti Utopie (1964) realizzati con Nanda Vigo, dove le luci ci rincorrono e ci accecano; nell’Ambiente Spaziale per il Walker (1966) che ci chiede di chinarci e brancolare; nei tre del 1967, dove incontriamo rispettivamente una scultura illuminata in modo allucinato; un gioco ciclamino tra neon e stoffa da toccare; cinque pareti rosse dove perdere il senno; e ancora, nell’area percettiva realizzata a Foligno, dove più giovani intrapresero la strada ambientale e Fontana ribadì la sua primogenitura; infine nel densoe articolato spazio bianco che venne presentato a Kassel, postumo, nel 1968: un gioco d’angoli che ricordano le fenditure dei suoi tagli con gli incroci, i bivii, le asperità e le vie di fuga che la vita ci offre. Dietro a ogni ingresso, questo esteta estroverso e profondo sa ancora oggi regalarci un sentire, un pensare e un prevedere tutt’ora stupefacenti.

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