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Gastromixologia a Singapore: il nuovo Tippling Club di Ryan Clift

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Gastromixologia a Singapore: il nuovo Tippling Club di Ryan Clift

Musicalmente parlando sarebbe un Perry Farrell dei Jane’s Addiction, pioniere del CrossOver. Fosse un regista, probabilmente si troverebbe a suo agio con le visioni anarchiche di John Carpenter o Ken Russell. Per nostra fortuna l’inglese del Wiltshire Ryan Clift fa il cuoco. Ed è il teorico, in quel luna park della gastronomia che è Singapore, della gastromixologia, ovvero l’arte di miscelare (perdonate la ridondanza) spirits e tumbler con piatti da fine dining progressista. Dopo 5 anni tra il verde di Dempsey Hill, il suo Tippling Club – nel frattempo entrato di diritto tra i 50 migliori ristoranti dell’Asia e tra i best bars al mondo – si trasferisce proprio in questi giorni nel centro dell’isola-metropoli del Far East, al 38 della dinamica Tanjong Pagar Road.
Un progetto particolarmente ambizioso che unisce tre shophouse con un format flessibile: cocktail bar, ristorante e dining room privata al primo piano. Perché questo cambio di palcoscenico? Perché 5 anni fa il Tippling Club era una scommessa, partito in sordina dopo che Ryan si era fatto le ossa in giro per il mondo, tra Inghilterra (alla corte di Marco-Pierre White) e Australia (da Shannon Bennett). Ma oggi la scena di Singapore è cambiata, il pubblico pure, finalmente disposto a uscire dai rassicuranti abbracci dell’alta cucina più convenzionale. E il Tippling può così rendere accessibile a un maggior numero di clienti la sua cucina di puro entertainment: innovativa, ludica, fresca.
La filosofia non cambia: insieme a Ryan dietro al banco ecco il sempre ottimo bartender Zachary de Git. Il duo di creativi lavorerà a braccetto per costruire le consuete trame e consistenze nel piatto e nel bicchiere. Un esempio? La ricciola con sorbetto di yuzu e ravanello nero si abbina perfettamente con il “Bloomsbury Garden”, preparato con Gin Tanqueray 10, liquore di yuzu e succo di coriandolo fresco. L’alter ego liquido del dessert di zucca e mandarino è il “Satsuma Sour”, mix di agrumi, bitter e rum scuro. A pranzo è disponibile un light menù con 2 o 3 portate e dalle 18 alle 20 ci sarà un nuovo menù pre-teatro di tre portate. Nulla di diverso, invece, all’ora di cena, con la doppia opzione degustazione Classic (6 portate a 160 dollari locali) e Gourmand (12 a 265).
Sono 20 le sfumature di verde che l’architetto Alan Barr dello studio greyMatters ha scelto per l’interior design, giusto per chiarire che qui i cicli di Madre Natura vengono trattati con rispetto. E poi marmo bianco, shou-sugi-ban (un’antica tecnica giapponese di lavorazione di pannelli di legno) e terracotta dipinta a mano. Al bar possono sedersi trentasei ospiti. Di fronte a loro la consueta foresta di bottiglie appese a ganci da macellaio che scendono dal soffitto, come nella vecchia location. Al ristorante i coperti sono trentaquattro. Non appena una sedia viene occupata, la luce che cade sul piatto si accende. Segno che lo show può avere inizio.

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