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Montecucco, vent'anni di evoluzione alla ricerca di una identità…

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CANTINE

Montecucco, vent'anni di evoluzione alla ricerca di una identità forte

Sgarbato e seducente in un unico sorso, educato alla corte confinante di Montalcino eppure acerbo nella freschezza dell'acidità, quella stessa asprezza che nel tempo - soprattutto se in cantina non ci son andati pesanti con i filtri - si trasforma in maturità affascinante. E però invecchia senza rughe il Montecucco, vino di un terroir cadetto (almeno per ora) rispetto al Brunello che a vent'anni dal riconoscimento della Doc è ancora una nicchia che nasce in una Toscana da cartolina.

Il Consorzio ha celebrato un compleanno nel segno della consapevolezza. Tra enoturismo e autenticità, investimenti e tradizione, quel Sangiovese grosso sta tirando fuori la testa e proprio le annate degli esordi - quel 1998 ancora vivo e quel 1999 dalla maturità intensa - fanno rimpiangere il vino sfuso che qualcuno mormora non venisse imbottigliato perché la somiglianza con il cugino nobile oltre l'Ombrone lo rendeva più appetibile.

Una denominazione in crescita
Nata alla fine degli anni Novanta dall'impegno di un gruppo di giovani viticoltori, l'avventura della DOC Montecucco - che dal 2011 include anche la DOCG Montecucco Sangiovese - è la storia di un Sangiovese “vulcanico”, che all'acidità marcata unisce spesso una mineralità interessante. Un vino che nasce sulle terre tra la Maremma Toscana e le pendici del Monte Amiata, letteralmente incastonato tra le DOCG del Brunello di Montalcino e del Morellino di Scansano.
Sono 7 i comuni di produzione: Arcidosso, Campagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna e Seggiano), per un totale di 66 aziende socie che si estendono su un circa 800 ettari vitati di cui 500 vocati alla DOC e DOCG, ottenute con una delle rese per ettaro più basse d'Italia. La produzione complessiva è però quasi raddoppiata negli ultimi 6 anni.


Oggi il Montecucco attira l'attenzione di specialisti e pubblico, ma anche di imprenditori - cantine storiche e outsider - che scommettono sul futuro della piccola Doc. Negli ultimi anni sono arrivati investitori che hanno rilevato cantine familiari o poderi, ma hanno anche vitato terreni in molti casi incolti o recuperato vigne a lungo sottovalutate. E soprattutto hanno iniziato a far invecchiare il vino secondo disciplinare per arrivare al Montecucco.
Il Consorzio, che ha visto un aumento del 20% degli associati negli ultimi 5 anni, è attivo nella valorizzazione e riconoscibilità del territorio – di cui il vino è portavoce nel mondo. Da anni infatti la Denominazione sta lavorando sodo per la promozione internazionale delle eccellenze vitivinicole. «È fondamentale consolidare questo approccio per dare maggiore riconoscibilità al territorio - rimarca il presidente Claudio Carmelo Tipa - Sono passati 20 anni dalla nascita della nostra DOC e posso affermare con orgoglio che, anno dopo anno, abbiamo acquisito forza e soprattutto grande consapevolezza di poter guadagnare fiducia nel mercato italiano ed estero».

Vino “vulcanico” dall'appeal internazionale
È proprio l'export a trainare il momento d'oro del Montecucco, in generale espansione sui mercati internazionali. Nel 2017 è infatti cresciuto fino a raggiungere il 61% dell'imbottigliato. Gli USA sono il mercato principale per le Denominazione (20%), seguiti da Nord Europa e Giappone, ma stanno crescendo anche Russia e Cina.
Montecucco rivela inoltre una forte vocazione al Bio, particolarmente apprezzata nel Nord Europa. Attualmente la produzione biologica raggiunge il 70%, con un aumento del 3% negli ultimi 2 anni. «Molte aziende sono state fondate già con un imprinting biologico, dato che le vigne sono state impiantate su terreni non coltivati o abbandonati – sottolinea Tipa – D'altra parte è nella cultura di questo territorio il lavoro “pulito” in vigna e in cantina: non si aggiungono zuccheri e non si ferma la fermentazione, il vino viene lasciato libero di svilupparsi. Con il passaggio generazionale c'è oggi maggiore consapevolezza, ma nessuna ubriacatura di tecnologia».

Il risultato è una produzione che esalta le caratteristiche del Sangiovese, senza scimmiottare il Brunello e piuttosto spingendo sull'acidità che rende i vini a volte scabrosi nei primi anni, ma promette esperienze davvero intense con bottiglie di quindici o vent'anni. Il suggerimento spassionato è dunque di acquistare e archiviare qualche bottiglia, magari proprio dell'annata 2018 che si annuncia come un'ottima vendemmia.

Aziende giovani, vini in evoluzione
Aziende giovani o recenti acquisizioni, accanto ad aziende storiche che hanno fatto la storia della denominazione. Giovan Battista Basile ha abbandonato Napoli per amore della terra toscana. “Siamo partiti nel 1999, un anno dopo la nascita della Doc - ricorda il patron dell'omonima azienda con base a Cinigiano - I terreni erano incolti da decenni e circondati da boschi, anche per questo siamo entrati direttamente in produzione Bio”. Il terreno marnoso-scistoso e l'esposizione ai venti tra il mare e l'Amiata, con escursioni termiche fino a 15 gradi, consentono una vendemmia (manuale) interessante per gli 8 ettari vitati con una produzione complessiva di 50mila bottiglie. Il Montecucco Docg Cartacanta - apprezzato anche da Barack Obama e Justin Trudeau alla Liverpool House di Montreal - è un blend rotondo ma non banale di Sangiovese 90% e Merlot 10% che fa 18 mesi in legno, mentre decisamente interessante è la Riserva Ad Agio (Sangiovese in purezza, 24 mesi in tonneaux e 24 in bottiglia) che si presta bene ad un assaggio sul tempo lungo.

Al Podere Montale di Seggiano l'azienda vinicola è partita nel 2014, dopo l'acquisizione da parte di Silvio Mendini. Le vigne quasi abbandonate sono state riprese e rivitalizzate con sistemi di agricoltura integrata - oggi su una proprietà di circa 200 ettari, meno di 20 sono vitati - e la produzione è arrivata ora a 100mila bottiglie. In attesa di in progetto dedicato al Moscato dolce, al Montale producono quattro rossi dalla personalità vulcanica, ma non troppo aggressiva. Il Peposo e il Rosso sono due Igt, blend di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot, con la differenza che il primo (più speziato) fa solo acciaio, mentre il secondo passa 6/8 mesi in tonneaux, acquisendo una maggiore profondità e intensità. Dal Sangiovese in purezza l'azienda esce con un Doc Maremma, che trascorre 8/10 mesi in tonneaux, e con il Montecucco Docg (dal cru più alto) che fa 12 mesi in botte grande; dopo l'affinamento risultano entrambi puliti ed eleganti, certamente orientati a un gusto internazionale.
Con 10 ettari vitati che fino a 10 anni fa fruttavano solo per il conferimento delle uve, l'azienda agricola Ribusieri a Cinigiano è un'altra cantina di recente creazione. Proprietà calabrese, staff internazionale, la cantina ha scelto fin dall'inizio di concentrarsi sui mercati internazionali e questo si percepisce nettamente nella pulizia levigata di tutti i vini. Nonostante la mineralità derivata dalla posizione ai piedi dell'Amiata mantenga un carattere identitario, l'utilizzo spinto dei filtri toglie il piglio brusco della toscanità profonda. E se per il Vermentino Chiaranotte fruttato o per il Sangiovese Sofialvento spumantizzato rosé (in Emilia) questo non genera uno spiazzamento eccessivo, stupisce di più nei rossi: il Sangiovese Solaura, che fa un anno in legno, è un Doc Maremma pulito ma con una interessante prospettiva di affinamento, mentre il Montecucco Doc Le Maciole (80% Sangiovese, 10% Petit Verdot, 10% Syrah) fa solo acciaio ed è pronto per esser stappato dopo meno di due anni.


Accade forse l'inverso all'azienda Parmoleto a Castel del Piano, che ha letteralmente in faccia a Montalcino i propri 6 ettari vitati (su 72 complessivi di proprietà agricola, con boschi e allevamento di maiali). “Non vogliamo crescere troppo, ma vogliamo continuare a seguire tutto il processo”, dice Leonardo Sodi, che con il padre ha scelto di fare vino proprio anziché conferire, ma senza farsi sconvolgere dal mercato. Nel 1998 Parmoleto è stata tra i fondatori della DOC Montecucco e oggi produce 7 vini per un totale di 25mila bottiglie. A parte il Sangiovese vinificato in bianco e spedito a spumantizzare in Veneto, sono più interessanti (e sgarbati) il Sangiovese riserva e il Montecucco, che promettono un invecchiamento capace di una evoluzione identitaria (non troppo Brunello-style). Il Syrah e il supertuscan Surmonno (che fanno malolattica e maturazione in legno) possono infine intrigare palati più abituati ad un corpo robusto.
Last but not least, Perazzeta a Montenero d'Orcia è un'altra azienda che ha partecipato alla fondazione del Montecucco e proprio l'assaggio di alcuni dei primi vini usciti dalla cantina della famiglia Bocci conferma una mano sapiente e una grandissima cura per la materia prima. Dal 2016 Perazzeta è in mano alla famiglia Narducci, ma Rita e Alessandro Bocci sono rimasti ad accompagnare il giovane Gianluca Narducci che è destinato a prender le redini. Dalla cantina, ricavata da un edificio del 1500, escono vini interessanti: oltre a un Syrah fresco e avvolgente, il Rosso Alfeno e il Rosso Riserva 1123 (blend con il Sangiovese al 70%) sono equilibrati e accattivanti, ma è sul Sangiovese in purezza che emerge lo stile. La Riserva Ligurgo ha forza e profondità, ma invecchiando tende ad addolcirsi, mentre un vino da dimenticare in cantina e aprire dopo vent'anni è il Montecucco Terre dei Bocci.



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