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Monini: «Se non cambiamo rotta, l’Italia ha già perso…

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INTERVISTA A ZEFFERINO MONINI

Monini: «Se non cambiamo rotta, l’Italia ha già perso la sfida dell’olio»

“Sulle quantità l'Italia ha già perso la partita. Ma possiamo sempre primeggiare nella qualità”. Parola di Zefferino Francesco Monini, presidente e amministratore delegato dell'azienda che da tre generazioni produce extravergine in Umbria, che avverte: “Oggi il problema della concorrenza è sempre più pressante e sempre più insidioso. Il rischio per il nostro settore è di essere fagocitato nel giro di due o tre anni dai produttori esteri, che oltre a crescere molto nelle quantità prodotte stanno aumentando anche la qualità. Soprattutto la Spagna: ha talmente tanta produzione che può permettersi di dedicare una larga parte a realizzare altissima qualità e competere con l'olio nostrano”. Secondo il leader nel settore dell'Evo - con una quota a volume del 9,5% - l'allarme è ancora più urgente in quelle regioni maggiormente vocate per l'olivicoltura, come Puglia, Sicilia e Calabria, dove l'olio rappresenta una voce di reddito importante. “Questo pericolo, però, non sembra essere percepito dalla politica italiana: si parla molto dell'importanza dell'olio nella dieta e gastronomia italiana, ma poi quando c'è da affrontare il problema e capire che strategia approntare per proteggere il miglior lavoro fatto negli anni e quelle regioni che vivono di olivicoltura ci si perde”.

Fondata nel 1920 dal nonno Zefferino Monini, la società avviò la produzione impegnandosi a ottenere un olio extravergine della migliore qualità, nella zona di Spoleto in Umbria, cuore verde d'Italia, dove ancora ha sede. “Serve specializzarsi in un olio fortemente distintivo, con processi garantiti e controllati – prosegue Zefferino. Sono operazioni costose che alzano il prezzo dell'olio, ma che possono garantire un risultato organolettico e nutraceutico migliore. E che davvero possa distinguere il prodotto italiano da tutti gli altri e renderlo superiore. Anche perché il nostro Paese ha la fortuna di avere una ricchezza di terreni, climi e biodiversità non comuni”.

Zefferino Francesco Monini

Nel 2001 Monini ha fondato il Consorzio extravergine di qualità (Ceq) assieme ad altri produttori, confezionatori e associazioni di produttori di olio extravergine d'oliva. Una collaborazione, quella del Ceq, tra operatori del settore che vorrebbero cambiare il paradigma di qualità e arrivare a una nuova disciplinatura dell'olio Evo. “Il Consorzio ha avuto momenti sfortunati dovuti ad avvicendamenti repentini dei ministri dell'Agricoltura, che non hanno potuto dare continuità ai discorsi intrapresi. Ma siamo convinti che le cose buone e di qualità siano le uniche si distinguono e che rimangono. Caratteristiche che possono differenziare e rendere maggiormente competitivo il mercato dell'Evo in Italia, creando così valore per la filiera olivicola”.

Sarebbe quindi pensabile fare anche per l'olio un'operazione di valorizzazione, come è accaduto per il vino? “Nell'olio non ha molto senso legare la qualità al territorio – risponde Monini –: un prodotto del territorio deve esprimere quella zona, ma non è detto che sia di alta qualità. Ogni zona ha le sue varietà, le sue tradizioni di raccolta ecc. che vanno rispettate. Non si deve fare confusione tra gli oli Dop che hanno il grande valore di rappresentare quel territorio e la sua cucina e gli oli di alta qualità, che possono anche essere dei blend”. La strutturale carenza di materia prima e di terreni dedicati all'olivicoltura, inoltre, non permetterebbe nemmeno di poter vivere di Dop. “Piuttosto, vedo questa operazione di valorizzazione più vicina a quanto fatto per il latte di alta qualità che non per il vino. Il consumatore comunque non capirà questo valore in più finché tutto l'olio sarà chiamato extravergine d'oliva, senza distinzioni tra quello più buono e quello meno buono, tra quello con maggiori valenze nutraceutiche a quello che quasi non ne ha. Per questo serve una nuova disciplinatura e una nuova categoria. Serve spiegare che l'olio di alta qualità è più ricco di componenti benefiche, come vitamine e antiossidanti”.


L'azienda, che prevedere di chiudere il 2018 a 160 milioni di euro, è fiduciosa che la strada da percorrere sia quella giusta. “La domanda è tre volte la produzione italiana. Anche raddoppiando i terreni l'Italia arriverebbe al massimo a coprire la domanda interna, tralasciando le esportazioni. Importante per le aziende serie è importare olii di alta qualità, prodotti e raccolti secondo disciplinari condivisi”. Un prodotto qualitativamente superiore, inoltre, metterebbe le aziende italiane al riparo da quella competizione sui prezzi che per motivi strutturali non possiamo vincere. “Non abbiamo le grandi estensioni della Spagna o di altri Paesi né lo sbocco sull'Oceano che permettono un efficientamento dei costi. Il mio appello a fare squadra è verso quelle aziende italiane che tengono alla salvaguardia del nostro territorio e patrimonio olivicolo. Prima che sia troppo tardi”.

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