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ANTEPRIME DEL VINO

Giovanni Busi (Chianti) lancia l’appello ai consorzi: facciamo squadra

Erano nate quasi 30 anni fa come vetrine professionali promosse dai consorzi di tutela per presentare a buyer e stampa le nuove etichette delle denominazioni più famose: Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano, e poi Chianti e Vernaccia di San Gimignano. Da quest'anno le “Anteprime di Toscana” compiono l'ultimo passo verso la trasformazione: non più solo eventi per addetti ai lavori, ma kermesse aperte (anche) al pubblico, ammesso ad assaggiare i vini dei produttori in mostra pagando un biglietto. E per raggiungere l'obiettivo di moltiplicare gli ingressi, i consorzi si sfidano a colpi di investimenti promozionali su radio, web e carta stampata.

L'ultimo consorzio a “capitolare” è stato quello del Chianti Classico, che il 12 febbraio nel pomeriggio aprirà al pubblico, per la prima volta, i banchi di assaggio di 190 produttori alla Stazione Leopolda di Firenze. Il primo consorzio ad aprire questa strada era stato invece nel 2015 quello del Chianti, deciso ad avvicinare i consumatori al mondo del vino coprendo allo stesso tempo - grazie agli introiti dei biglietti - parte dell'investimento sostenuto per organizzare l'Anteprima.

Oggi la necessità di stringere il rapporto con i consumatori si spiega ancor più con la delicata fase di mercato. Nel 2018 le denominazioni toscane non hanno brillato, in particolare quelle dei rossi fermi Dop (Doc e Docg) che rappresentano il “cuore” della produzione regionale (danno il 60% dell'export) e che sono appunto le protagoniste indiscusse delle “Anteprime di Toscana” (dal 9 al 18 febbraio nell'ordine: Chianti e Morellino di Scansano, Chianti Classico, Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino; c'è anche la Vernaccia di San Gimignano che però è un bianco).

I dati dell’export: Germania e UK abbandonano i rossi toscani
Nell'ultimo anno (da ottobre 2017 a ottobre 2018), secondo le elaborazioni di Nomisma Wine Monitor, le esportazioni dei rossi fermi toscani Dop sono scese del 2,3% in valore, mentre l'export complessivo del vino toscano continuava a crescere (+3,8% nei primi nove mesi 2018). A tradire è stata, in particolare, la Germania, uno degli storici mercati di riferimento della Toscana (il secondo per importanza dopo gli Usa), che nell'ultimo anno ha segnato addirittura -23% in valore: i rossi Dop toscani hanno lasciato per strada 20 milioni di euro (scendendo da 84 a 64 milioni). Malino è andato anche il Regno Unito (export sceso da 32,1 a 29,5 milioni), mentre Stati Uniti e Svizzera hanno segnato crescite importanti (+10% ciascuno) e il Canada è rimasto pressoché stabile.
Il rallentamento di acquisti della Germania, in linea con l'economia di quel Paese, è la grande incognita che hanno davanti i produttori toscani quest'anno.

I produttori devono fare squadra
Il primo (e finora unico) a lanciare l'allarme è stato Giovanni Busi, presidente del consorzio del Chianti, la più grande denominazione della regione con circa 800mila ettolitri prodotti, che ha invitato il settore a reagire: «La fase è oggettivamente complicata – ha detto - nel 2018 i vini toscani hanno fatto registrare una perdita complessiva del 4%. In un mercato come quello della Germania, che è fra i principali sbocchi esteri, abbiamo perso ben il 20%. Se stiamo fermi a guardare, le conseguenze non potranno che essere negative».

Il dito è puntato sulla difficoltà nel fare squadra che, secondo Busi, si esprime anche nella mancata aggregazione delle Anteprime, oggi organizzate da ciascuna denominazione sul proprio territorio in date diverse che ormai in parte si sovrappongono e lungo una intera settimana: «Stiamo perdendo posizioni - sottolinea il presidente del Consorzio del Chianti - e non è più accettabile muoversi in ordine sparso, spesso anche mettendoci i bastoni tra le ruote. Se vogliamo reggere la concorrenza, che sarà sempre più dura, dobbiamo imparare a fare rete lavorando come una squadra toscana al di là delle singole etichette».

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