pezzi unici

Forbici&coltelli: la bellezza delle lamine d’acciaio è una vera arte a Maniago

di Maria Luisa Colledani


5' di lettura

Da Damasco a Maniago, andata senza ritorno verso lame il cui crinale sottile è la bellezza. A Maniago, dove la pedemontana si innalza verso le cime delle Dolomiti Friulane, rinasce l’arte antica dell’acciaio damascato, una sorta di pasta sfoglia fatta metallo, quasi il calco della battigia modellata dal mare. «Alcuni anni fa mi sono accorto che in paese non c’erano più artigiani capaci di realizzare questo tipo di acciaio e ho iniziato a sperimentare», così ricorda Dario Di Chiara, 71 anni di equilibrio e volontà. Potrebbe godersi la pensione ma vincono la curiosità e l’amore per quel che ha reso grande Maniago nei secoli. Qui, ai piedi del Monte Raut, l’arte fabbrile è il Dna del paese e della sua gente, che ha portato nel mondo forbici e coltelli di ogni tipo.

Cresciuto a pane e forbici

Dal 1966, Di Chiara entra ogni mattina nell’officina Bedima, fondata dal padre subito dopo la seconda guerra mondiale. È puntuale e rigoroso con se stesso e con il lavoro, anche se ormai è l’unico a riempire questi spazi pieni di luce. «Questa è la mia vita, sono cresciuto a pane e forbici e non mi spaventano i 60 passaggi necessari per creare una forbice: ogni oggetto ha una sua vita, una sua anima». Le forbici della Bedima sono opere d’arte che raggiungevano i quattro angoli del mondo ma la sfida di quest’uomo che vive fra trapani, lastratrici, mole, pulitrici e maschiatrici si chiama acciaio damascato. Si è costruito con mattoni refrattari un piccolo forno che raggiunge i 1200°C, necessari per questo tipo di lavorazione: «Il Damasco saldato è forse una delle tecniche più antiche utilizzate dall’uomo per ottenere lame di alta qualità – spiega Di Chiara –. Si parte dalla sovrapposizione di lamine di acciaio con differenti caratteristiche portate a 1200°C. L’aggiunta di sale borace disossida le lamine che, sottoposte a schiacciamento, si compattano fra loro fino a creare un blocco unico».

E così ogni lama è un pezzo unico in cui si alternano lamine estremamente flessibili ad altre così dure da offrire tagli chirurgici. Poi, entra in gioco la vena creativa di Di Chiara: l’uso della pressa e del laminatoio fa sì che le fibre si comprimano e prendano ondulazioni morbide e sinuose, come quadri astratti. «Ho provato tanto – dice – e sono riuscito a creare disegni che assomigliano a tulipani, a piume o a motivi geometrici». E ogni lama diventa un oggetto unico, sia una daga o un kiridashi, il tipico coltellino giapponese, o un santoku, altro coltello giapponese usato per il taglio delle verdure, abbelliti da manici particolari quali una chela di granchio e da legni pregiati. La bellezza è tutta nelle curve, quasi fossero le venature di una quercia millenaria, e nei colori che Di Chiara ottiene grazie all’uso di sali miscelati con esperienza e colpo d’occhio. Chiedete una lama artistica e questo giovanotto di 71 anni studierà fino a regalarvi ciò che neppure immaginavate grazie all’arte millenaria dell’acciaio damascato, ripescato dalla città di Damasco o forse dal termine arabo “damas” che significa acquoso, come lo sono le onde sulle lame a fine lavorazione.

La (ex) capitale mondiale

Oggi Maniago è una placida cittadina che ha perso centinaia di posti di lavoro falcidiati dalla concorrenza cinese e dalla globalizzazione, ma è conscia di un passato luminoso, iniziato nel 1453 quando il magistrato delle acque della Serenissima Repubblica di Venezia concesse al conte Nicolò di Maniago il permesso di incanalare le acque del torrente Còlvera in una roggia dando così ai fabbri locali (i favris da gros, fabbri da grosso) l’energia per forgiare le armi con cui San Marco difendeva commerci e ricchezze. Poi, iniziò la produzione di oggetti per l’agricoltura e i boscaioli, per arrivare al Novecento, con i favris da fin (fabbri da fino) che fanno diventare Maniago capitale mondiale di forbici e coltelli.

L’eremita che arma il cinema

In Via dei Fabbri, il brusio operoso di questa giornata piena di primavera salda passato e futuro come fa Fulvio Del Tin, maestro da quasi mezzo secolo nella realizzazione di armi bianche e armature. Quando papà Silvano iniziò spinto dall’emozione per il bagliore dell’armeria di Palazzo Ducale a Venezia, le armi finivano solo in mano ai collezionisti, oggi il mercato è molto più ampio: «Ci sono tanti musei dedicati; molte città organizzano rievocazioni storiche e gli ordini arrivano da ogni angolo del mondo, gli ultimi da Taiwan e Bangkok», confessa con discrezione Del Tin. Il maestro, 63 anni, veste, impeccabile, la sua tuta da lavoro e, fra armature e centinaia di spade che animano il suo ufficio, racconta il proprio lavoro con voce pacata e con una modestia molto friulana ma quest’uomo fa la storia, e non solo perché riproduce, dopo attento studio, oggetti che vanno dall’età del Ferro al Settecento: è stato accanto alla Regina Elisabetta a Leeds durante l’inaugurazione del Royal Armouries Museum, per il quale Del Tin ha costruito decine di oggetti, ha dato pezzi d’autore a molti film, da Braveheart di Mel Gibson a Indiana Jones e l’ultima crociata dal Mestiere delle armi di Ermanno Olmi a Dracula di Francis Ford Coppola.

«Io sono un eremita del lavoro», si schermisce dietro i suoi baffetti alla Sean Connery. Tutto sembra naturale, ma tutto è cura, precisione maniacale, amore per un lavoro che è solo nelle sue mani. È cavaliere e ufficiale della Repubblica, ha ricevuto premi in Italia e nel mondo, ma la sua casa è il laboratorio: «Faccio una settimana di ferie all’anno, poi il lavoro mi chiama: gli ordini arrivano senza pubblicità e solo la soddisfazione dei clienti è la mia soddisfazione». E il suo laboratorio, ordinatissimo, fra lame, else, pomoli con frasi in latino, è un paradiso di operosità.

Made in Italy al Moma

Non sono, invece, paradisiaci i mercati globali per le imprese di Maniago. Hanno perso addetti, commesse ma alcune si sono fatte largo con qualità altissima e specialità uniche al mondo. Nascono alla Leader Cam le forbici dei parrucchieri delle star; i bisturi di tante sale operatorie vengono dalla Medesy.
Poi c’è chi come la Maserin ha coinvolto uno chef stellato, Terry Giacomello, per farsi disegnare una linea di coltelli da cucina professionali e completamente riciclabili o chi è arrivato al Moma di New York. Andrea Girolami, 44 anni, quarta generazione della Due Ancore, ha fatto volare l’azienda con Lamami, una collezione di una trentina di set in cui ha messo i coltelli in un libro. «Made in Italy e cultura sono i nostri tesori - spiega - ho ideato un packaging ecosostenibile fatto di cartoni sovrapposti con la forma di un libro al cui interno ci sono coppie di coltelli, da pane e salame, o da formaggi o da brot & wurst per il mercato tedesco, o da eggs & bacon per quello britannico». Facile, no? Lamami occhieggia nel book shop del Moma, sugli scaffali di Harrods a Londra o dei Magazzini Lafayette a Parigi. In precario equilibrio sul filo sottile di una lama, da Maniago ai quattro angoli del mondo.

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