emergenze ambientali

Foreste in fiamme: i disastri sono la biodiversità distrutta e la CO2 prodotta

di Leopoldo Benacchio

Ecco le cause del saccheggio dell’Amazzonia


5' di lettura

Il mondo va a fuoco, resteremo senza ossigeno per respirare? Certamente no, ma leggendo le notizie che si susseguono in questi giorni, fin dal marzo di quest'anno con i tanti e vasti incendi nel Queensland, un po' di timore ci assale. Qui nell'emisfero Nord abbiamo i gravi episodi che hanno interessato migliaia di chilometri quadrati bruciando la vegetazione in Siberia, poi il Centro Africa, che ancora brucia in zone vaste quanto uno Stato europeo e infine, materia di questi giorni, grande preoccupazione per l'Amazzonia.

La buona notizia, che non attenua se non psicologicamente un po' la gravità della situazione, è che i valori sulla produzione di ossigeno delle foreste pluviali dell’America del Sud, si è parlato in tutti i media inizialmente del 20% del totale annuo globale, sono sbagliati e la cosa viene ora riconosciuta su sollecitazione degli specialisti del campo. Il “polmone della Terra”, cioè la produzione di ossigeno, è distribuito fra gli oceani, in massima parte, e le terre emerse con le loro colture, foreste e pianure piene di vegetazione. L'Amazzonia contribuisce per un valore fra il 5 e il 10% della produzione di ossigeno annuale, più 5 che 10.

Le dimensioni del disastro

Magra soddisfazione si dirà giustamente, dato che la scomparsa per incendio di ampie zone della foresta amazzonica, non solo in Brasile ma anche Paraguay, Perù, Bolivia e Argentina, comporta altri effetti fortemente negativi, dalla distruzione dell'ambiente dove popolazioni indigene vivono da secoli all'attacco alla biodiversità, di cui l'Amazzonia è un vero e proprio santuario.

Quali sono allora le vere dimensioni del fenomeno, le differenze fra quel che accade nelle varie regioni del mondo? «Gli incendi in Siberia, Africa centro meridionale e Amazzonia hanno cause e caratteristiche molto diverse fra loro», sostiene Giorgio Vacchiano, ricercatore nel campo delle politiche di gestione forestale alla Statale di Milano: «In Siberia, dove gli incendi hanno devastato un'area enorme, di milioni di ettari, le cause che innescano sono di solito naturali, come i fulmini che cadono nella foresta secca».

LEGGI ANCHE / Riscaldamento globale, Terra senza difese

Difficile poi porvi rimedio in tempi accettabili in regioni così remote, e purtroppo da incendi di questa vastità abbiamo l'immissione nella atmosfera di quantità enormi di CO2 . Lo stesso avviene nell'Africa centro meridionale, dove però l'azione scatenante è quasi sempre dell'uomo: in quelle regioni infatti vige la pratica del “tritura e brucia”, per eliminare le scorie che restano a terra dopo il raccolto e per rendere il terreno nuovamente seminabile. Da lì poi il fuoco si propaga e arriva a coprire vaste aree, attualmente questa regione è il sito più vasto, milioni di ettari, con incendi in atto, le immagini da satellite sono chiarissime.

In Amazzonia invece la situazione è molto diversa e anche dalle immagini satellitari si vede come si tratti qui di tanti, relativamente piccoli, focolai che però nel complesso coprono un'area di almeno 20.000 chilometri quadrati, valore che si ottiene non direttamente ma dalle stime del CO2 emesso nel processo in cui il legno e le foglie degli alberi della foresta amazzonica bruciano. Satelliti come l'americano Terra di Nasa e Europei, come il sistema Copernicus di Esa, danno già da tempo valori importanti: l'aumento degli incendi sarebbe, rispetto all'anno precedente, dell'80%.

«In altri anni il numero complessivo di incendi è stato anche maggiore, ma erano annate secche, legate al fenomeno del Nino, quest'anno il fenomeno non c'è», continua Vacchiano che da tempo studia questi problemi e lo scorso anno è stato inserito dalla rivista Nature fra i migliori dieci scienziati emergenti a livello globale. Fare “due più due” è facile a questo punto: molti focolai, centinaia, e stagione non propizia agli incendi, eppure ci sono eccome, allora l'opera devastante dell'uomo è chiara: la deforestazione, in atto da tanti anni, continua, è già al 40%. Per fortuna quest'anno se ne parla di più.

Il carbonio «liberato» dal legno

Proprio dal Brasile viene una conferma da Erika Berenguer, importante e citatissima studiosa dell'Amazzonia, che difende anche con molta passione da anni. In vari articoli professionali, interventi sui social e interviste anche a televisioni d'oltralpe, la Berenguer ha descritto con precisione i metodi usati dai coloni che abbattono gli alberi a livello quasi industriale, li lasciano seccare e poi li incendiano, aprendo così quella cassaforte di carbonio che sono i tronchi, i rami e le foglie. Una volta liberato dal fuoco il carbonio contenuto nel legno, che sarebbe bene rimanesse lì, si lega subito all'ossigeno presente nell'aria e siamo daccapo con la produzione d masse enormi di CO2.

La stima accettata a livello scientifico è che per incendi abbiamo ogni anno la produzione di 8 miliardi di tonnellate di CO2, che vanno a sommarsi alle 36 che generiamo noi consumando carburanti fossili per la nostra vita quotidiana, dal riscaldamento alla produzione di beni. Sono numeri impressionanti e che devono far preoccupare. «È un dolore indescrivibile vedere la più grande foresta tropicale del mondo, il mio oggetto di studio, e il mio Paese bruciare. Il profondo silenzio che domina in una foresta bruciata è un'immagine che non mi esce mai dalla testa. Ma a questo livello di disastro ambientale non c'è bisogno di essere un ricercatore o un abitante della Regione per sentire dolore per il rischio di scomparire che corre l'Amazzonia», termina Berenguer.

Ossigeno problema (forse) minore

Per quanto riguarda l'ossigeno il problema è minore, anche se non trascurabile, la gran parte di questo elemento vitale per noi proviene dalle alghe che operano la fotosintesi, liberano cioè ossigeno per crescere. Foreste, colture e altro ovviamente contribuiscono, ma le alghe la fanno da padrona e se dobbiamo trovar un polmone della Terra allora questo è in prevalenza contenuto in quel 70% e oltre di superfice della Terra coperto da acque. «L'atmosfera ha peraltro una grandissima scorta di ossigeno, si parla di un milione di miliardi di tonnellate, formatasi due miliardi di anni fa, quando i mari avevano già le alghe, ma non esistevano piante», conclude Vacchiano. Se quindi abbiamo ossigeno, in teoria, a sufficienza per centinaia di anni tutto il resto sta creando una situazione critica, come ricorda la studiosa brasiliana, e siamo vicini al punto di non ritorno, quando la foresta si trasformerà in deserto, perché incapace di produrre abbastanza umidità, che è quella che la tiene in vita e le permette di espandersi.

Meglio pensarci subito e concretamente, perché la foresta vive benissimo senza di noi, ma noi senza di lei no.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...