Il dumping tributario

Forfait e sconti, chi guadagna nella «guerra» fiscale tra gli Stati europei

di Alessandro Galimberti


default onloading pic
(Marka)

3' di lettura

Non è tanto, e soprattutto non è solo una questione di aliquote. Se l’Europa comunitaria in campo fiscale è terra di dumping (l’ultimo copyright sul tema è del neo presidente dell’Antitrust, Roberto Rustichelli) il motivo non è nella tabella dei differenziali delle aliquote tra paese e paese (pubblicata a lato).

Certo, il 12,5% della corporate tax “ufficiale” dell’Irlanda, il 17% del Lussemburgo o il 19% del Regno Unito sarebbero di per sé già attrattivi e buoni motivi di delocalizzazione fiscale rispetto al 24% dell’Ires italiana, ma per esempio nulla aggiungono in termini di competitività rispetto al 15 per cento della flat tedesca (a cui però bisogna aggiungere il 14,8% a beneficio dei Lander).

La chiave dell’appeal fiscale dei sistemi paese – che in sedi meno accademiche viene definito più prosaicamente tax haven, paradiso – è in realtà il corredo della legge ufficiale, quello che generalmente non si vede, non si nota e anzi viene accuratamente opacizzato. Perché se l’aliquota rappresenta la frazione di ciò che lo Stato si prende dagli utili delle imprese su cui ha giurisdizione, nulla vieta al legislatore di stabilire che cosa sia imponibile e cosa no; alcuni paesi per esempio applicano dei forfait per determinate attività e, talvolta congiuntamente, anche dei parametri fissi su cui applicare l’imposta (per intenderci, un meccanismo simile al reddito catastale, noto e apprezzato calmieratore della tassa).

IL CONFRONTO
IL CONFRONTO
IL CONFRONTO

Non solo. Per più di 20 anni il solito gruppo di endo-paradisi comunitari ha proposto alle multinazionali dei ruling in funzione attrattiva, veri e propri accordi secretati che in alcuni casi (Irlanda/Apple, Lussemburgo/Amazon) finivano per neutralizzare completamente l’imposta dovuta. Oggi, dopo la disclosure su quei ruling e le iniziative dell’Antitust Ue – che ha chiesto 14,3 miliardi a Apple, 282,7 milioni ad Amazon ec c. – simili iniziative sono vietate, o meglio, devono essere notificate ai Paesi che subirebbero un diretto danno fiscale da sirene tributarie sin troppo amorose.

Il vero asso utilizzato da alcune amministrazioni, in particolare quella britannica, è però la ritenuta sui dividendi. La Gran Bretagna infatti considera assolutamente neutra l’operazione, sia in entrata sia in uscita dal Paese, consentendo per esempio alle holding di raccogliere e poi distribuire i dividendi ai soci ovunque siano, senza alcuna preoccupazione di compliance fiscale.

Altri Paesi, per esempio Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, consentono l’utilizzo di strutture cosiddette “conduit”, facendo confluire i dividendi (interessi o royalties) per poi tassarli laddove, grazie ad “adeguati” trattati bilaterali, le condizioni sono assolutamente imperdibili. Il famoso «double irish + Dutch sandwich» tra Irlanda, Olanda e Bermuda ha permesso per esempio ad Alphabet, holding di Google, di risparmiare 3 miliardi di tasse in un solo esercizio (anno 2016).

Secondo un recente studio del National bureau of economic research (Cambridge, Massachusetts), a livello globale circa il 40% dei profitti delle multinazionali maturati fuori dai confini “domestici” sono allocati in paradisi fiscali, e in questo contesto «i governi dei Paesi europei “non-paradisi” sembrano essere i primi perdenti di questo drenaggio» scrivono gli accademici estensori. Stando all’analisi degli studiosi del New England americano, «i governi dei paradisi fiscali traggono notevoli benefici da questo fenomeno: tassando la grande quantità di profitti figurativi a tassi molto bassi (meno del 5% in media), sono stati in grado di generare maggiori entrate fiscali, in percentuale del loro reddito nazionale, rispetto agli Stati Uniti e ai paesi europei non-paradisi che hanno tassi molto più alti».

Non trascurabile poi, in questo contesto, l’impressionante contrazione dell’aliquota media globale sulle società nel periodo storico dal 1985 al 2018, passata dal 49% al 24% e nonostante ciò lasciando di fatto inalterato il dato di raccolta complessivo.

Molto interessante ciò che emerge da un recente studio dell’Italian fiscal policy review pubblicato dall’università RomaTre, secondo cui, tra il 2001 e il 2018, 32 Paesi dell’area Ocse su 35 hanno ridotto l’aliquota sulle società, anche se a fasi alterne (un brusco down nei primi 7 anni, poi una stasi durante la crisi 2009-2014 e infine un lieve rialzo a partire dal 2015).

Tuttavia la riduzione delle aliquote non ha implicato un avvicinamento della forchetta tra paesi “esigenti” e paesi più “lassisti” in materia di Cit (Corporate income tax): le differenze tra le aliquote massime e quelle minime non hanno infatti subito variazioni sostanziali, stabilizzandosi intorno ai 25 punti percentuali. E proprio questo enorme “delta” tra economie sostanzialmente omogenee è il primo step per lo sviluppo di pianificazioni fiscali, se non ancora aggressive, quantomeno ottimizzate.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...