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Formaggio, il rialzo dei prezzi non copre l’impennata dei costi

Ismea: la quotazione Ue del latte è cresciuta del 29% in un anno. Assolatte: insufficienti gli aumenti riconosciuti dalla Gdo. Coldiretti: allevamenti in difficoltà soprattutto in zone meno vocate

di Emiliano Sgambato

Tra i maggiori rincari per le aziende di trasformazione del latte ci sono quelli legati al processo di essicazione

4' di lettura

I costi delle materie prime pesano molto anche sulla filiera del latte. Da un lato gli allevatori – visto il caro man gimi (e non solo) – tendono a tagliare la produzione del latte per ottimizzarla. Dall’altro i trasformatori oggi pagano il latte quasi un terzo in più di un anno fa, e anche loro devono fare i conti con i rincari energetici, della plastica, del cartone e così via, fino a quelli dei noli navali per l’export, da anni ormai la principale via di crescita del settore. Nonostante l’aumento dei prezzi al consumo si inizi a vedere concretamente sugli scaffali dei supermercati, questo non è lontanamente sufficiente, dicono gli industriali, a coprire i costi.

Secondo Ismea, a causa della siccità, del contesto internazionale e – soprattutto – della difficoltà di reperire a prezzi competitivi mangimi e foraggi (la disponibilità italiana è in calo del 20%), «la produzione nazionale di latte potrebbe subire una contrazione importante nella seconda parte dell’anno e, considerando anche l’andamento degli altri Paesi europei, potrebbero verificarsi serie criticità per l’approvvigionamento di materia prima da parte dell’industria di trasformazione».

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Un timore condiviso dal presidente di Assolatte Paolo Zanetti: «Non si tratta di una situazione drammatica, ma in effetti alcuni produttori iniziano a far fatica a trovare il latte o rinunciano a produrre perché vengono chiesti prezzi troppo alti. I distributori ci dicono che ricevono alcuni rifiuti a soddisfare picchi di domanda. Del resto la disponibilità in questo momento è ridotta a livello europeo e la stagione estiva che comporta una produzione naturalmente più bassa».

A preoccupare di più è però la difficoltà a mantenere una marginalità sui ricavi: «Gli aumenti che la distribuzione sta gradualmente riconoscendo sono del 5-6% – argomenta Zanetti – ma abbiamo calcolato che i costi sono cresciuti di circa 1,9 miliardi sui 16,7 che fattura il settore, vuol dire oltre l’11%, il doppio. Considerando che la marginalità media prima di questa tempesta era del 2,5%, è logico che le aziende sono in grossa sofferenza e non potranno resistere per molto tempo».

E la richiesta conseguente alla grande distribuzione è di accettare aumenti ulteriori: «Capisco che per il consumatore sta aumentando tutto e l’inflazione può portare a un taglio di consumi – prosegue Zanetti – ma bisogna anche considerare che un aumento del 12-13% su una spesa media mensile di 25 euro a persona, che comprendere dal latte al formaggio passando per lo yogurt, non è così determinante sui bilanci familiari come ad esempio i rincari della benzina o delle bollette».

Intanto l’analisi di Ismea su dati Nielsen registra un primo cambio di tendenza dei consumi: «Gli acquisti delle famiglie presso il canale retail risultano in flessione nei primi tre mesi del 2022 (-4,3% rispetto allo stesso periodo del 2021), in corrispondenza di una contrazione meno che proporzionale della spesa (-2,3%), segnale di un deciso aumento dei prezzi medi al consumo (+2,1%)». Va però anche considerato che sul calo del canale domestico “pesa” la ripresa di bar e ristoranti.

Preoccupazione c’è anche sul fronte export, tradizionale punto di forza del comparto con una media di crescita del 7% all’anno negli ultimi dieci. Anche se Ismea registra un aumento del +23% in volume e +27% in valore nei primi due mesi dell’anno, «il confronto – fa notare Zanetti – è su un inizio 2021 che è stato molto negativo. Noi continuiamo a puntare sull’estero ma data la crisi internazionale e l’aumento dei noli è sempre più difficile crescere, anche considerando che i nostri prodotti costano di più della media».

Le criticità non mancano neanche dal lato degli allevatori: nonostante il listino del latte sia cresciuto del 29% a livello europeo e in Italia sia arrivato ad aprile a superare «i 47,4 euro ogni 100 litri (senza premi, Iva esclusa) – nota Ismea – l’aumento dei costi ha indotto gli allevatori a frenare la produzione, non solo per contenere le perdite ma anche per far fronte alle difficoltà di approvvigionamento dei mangimi: dopo il +3,3% realizzato nel 2021, nel mese di febbraio e marzo 2022 le consegne di latte in Italia hanno invertito la tendenza».

«Se è vero che la situazione è un po’ migliorata rispetto a qualche mese fa, con un avvicinamento al pareggio tra costi e prezzo del latte – commenta Giorgio Apostoli, responsabile zootecnia di Coldiretti – è anche vero che si tratta di una media mentre la situazione è diversa a seconda delle zone d’Italia. Al centro sud i costi sono più alti, pensiamo ad esempio ai trasporti , o i prezzi riconosciuti sono minori rispetto ad esempio alle zone di Grana e Parmigiano. Inoltre c’è molta differenza tra chi produce foraggio e mais nella propria azienda e chi deve comprarli da fuori. Ecco perché molti sono in difficoltà. Soprattutto i costi non smettono di salire e quindi le preoccupazioni sono anche in prospettiva. Bisogna valorizzare la filiera italiana, è l’unica strada, soprattutto ora che è saltato il sistema di approvvigionamento internazionale».

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