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Formare ai tempi del lifelong learning: una sfida per le istituzioni accademiche

Si è passati dall’imparare qualcosa per poi metterlo in pratica in un secondo momento a decidere cosa serve imparare quando si presenta un problema

di Federico Frattini *

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(REUTERS)

Si è passati dall’imparare qualcosa per poi metterlo in pratica in un secondo momento a decidere cosa serve imparare quando si presenta un problema


4' di lettura

Chiunque si occupi di formazione riscontra quotidianamente come il concetto di lifelong learning stia assumendo un’importanza sempre maggiore. Come mai l’esigenza di un apprendimento permanente e continuo è oggi così sentita? Sono convinto che questa domanda abbia molteplici risposte, e ho provato a metterle in fila. Il primo elemento che dobbiamo prendere in considerazione è che la vita utile di quello che si apprende nei corsi universitari e nei master si sta sensibilmente accorciando.

Se prima le skill che si acquisivano e sviluppavano durante un percorso di formazione potevano avere utilità ed efficacia per diversi anni, oggi dopo un tempo molto più breve hanno bisogno di essere profondamente rinfescate. Una ricerca recente stima che la “vita utile” delle competenze apprese durante un MSc si sia accorciata da 10 a circa 2 anni.

Un secondo fattore ha a che fare con la tendenza (già presente, sebbene ancora in nuce) del nostro mercato del lavoro verso le logiche tipiche di quella che viene chiamata gig economy: oggi il tempo medio in cui i manager, e non solo loro, restano in una singola azienda è molto più breve che in passato. Svolgere tutto, o una parte consistente, del proprio percorso professionale all’interno della medesima realtà lavorativa è uno senario sempre meno frequente.

Secondo alcuni, assisteremo addirittura ad un trend opposto, e cioè situazioni in cui i manager lavoreranno contemporaneamente in più aziende, come se fossero liberi professionisti. Tutto questo fa riflettere le persone sulla propria employability e fa sì che l’esigenza di lifelong learning sia avvertita con forza non solo dalle aziende, ma anche dagli stessi individui.

C’è poi un altro tema su cui riflettere: è cambiato il modo in cui le persone apprendono nuovi contenuti. Alcuni chiamano questo nuovo paradigma di apprendimento connettivismo: le nuove generazioni tendono ad apprendere in modo meno verticale, adottando un approccio problem based imperniato su connessioni orizzontali tra discipline e argomenti.

È un fenomeno di cui ho una percezione chiarissima in aula: gli studenti più giovani mostrano una grande abilità nel raccogliere e assemblare i “pezzi” di conoscenza necessari per risolvere un problema, mentre sono più in difficoltà quando si chiede loro di approfondire verticalmente una singola disciplina. Questo cambiamento si avverte da qualche anno, ma 10-15 anni non era evidente.

Le persone, quindi, hanno bisogno oggi di un apprendimento molto più pervasivo, on demand e personalizzato. Si è passati dall’idea di imparare qualcosa per poi metterla in pratica in un secondo momento a un approccio per cui si decide cosa c’è bisogno di imparare nel momento in cui si presenta un problema.

Tutti i fattori fin qui elencati hanno a che fare con un’evoluzione della domanda, quindi. Sono però convinto che la domanda di lifelong learning sia stata molto stimolata anche dall’offerta di strumenti validi e adattati a supportare il lifelong learing. Come sempre accade, la proposta di questi strumenti innovativi non è arrivata dai player consolidati del settore della formazione, ma da nuove imprese, spesso finanziate da capitali privati, oppure da soggetti che arrivano da settori diversi da quello della formazione pura.

Il cosiddetto microlearning sta ad esempio diventando una realtà: apprendimento flessibile, supportato da tecnologie digitali, fruibile anche per brevi periodi ogni giorno, e poi anche accessibile economicamente, perché va detto che se la formazione è molto costosa, è difficile che possa essere continua nel tempo.

Ma, se il quadro è questo, che ruolo vi possono giocare le università, le business school e gli altri tradizionali soggetti attivi nel campo formazione?

Secondo me, le strade possibili sono due. La prima è decidere di puntare solo sulla formazione universitaria e postuniversitaria rafforzandone la qualità e differenziandola chiaramente dalle altre offerte. In altre parole, si tratterebbe di lasciare libero il campo ai nuovi soggetti più attivi e più preparati ad affrontare le sfide del lifelong learning, ribadendo la superiorità della propria value proposition.

Credo, però, che questa sia la strada sbagliata, soprattutto in considerazione di un tratto molto chiaro del nostro presente: la netta diminuzione della percezione del valore sociale e della reputazione delle istituzioni consolidate. Oggi, soprattutto per i più giovani, il valore istituzionale delle università e delle business school è in deciso calo. Paradossalmente, è più probabile che siano le realtà che oggi iniziano il loro percorso nel mondo della formazione dal lifelong learning a fare il lavoro che oggi è pertinenza esclusiva di università e business school, anziché il contrario.

Ritengo quindi che la strada giusta per il mondo delle istituzioni universitarie e post-universitarie sia di mettersi in gioco in questo nuovo campo, iniziando con delle sperimentazioni che aiutino a capire come far percepire il valore aggiunto, per esempio, di un’università riconosciuta, nel lifelong learning. In altre parole si tratta di lavorare, e tanto, per valorizzare i punti di forza e colmare i gap nelle aree di debolezza che le istituzioni classiche hanno rispetto a questo nuovo paradigma di formazione.

* Dean MIP, Business School del Politecnico di Milano

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