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Formazione continua per non essere travolti dalla innovazione

Qui a New York, si parla molto di più di Europa, e d’Italia, di quanto si facesse negli ultimi anni, ma i temi a cui si guarda sono piuttosto diversi da quelli del dibattito italiano

di Paolo Gualtieri

(f11photo - stock.adobe.com)

3' di lettura

Qui a New York, si parla molto di più di Europa, e d’Italia, di quanto si facesse negli ultimi anni, ma i temi a cui si guarda sono piuttosto diversi da quelli del dibattito italiano. Le previsioni economiche per il 2023 delle più autorevoli istituzioni internazionali, dei centri di ricerca indipendenti e degli uffici studi delle banche e degli asset manager americani sono negative. Si osserva un’eccezionale concordanza di visioni che si distinguono solo per la gravità degli scenari ipotizzati, tutti caratterizzati dal rallentamento della crescita economica, da un’inflazione che persisterà alta, da tassi d’interesse crescenti e dalla presenza di fattori d’incertezza ricordati in ogni rapporto economico come elemento che potrebbe aggravare il quadro determinando una condizione di stagflazione prolungata, possibili crolli del valore degli asset finanziari e default soprattutto nei Paesi emergenti con alto debito denominato in dollari e detenuto da investitori internazionali.

In questo contesto è quasi naturale che nel dibattito si sia fatto riferimento all’Italia tra i Paesi che potrebbero avere delle difficoltà a causa dell’elevato debito pubblico in caso di crisi finanziaria, della quale però non vi è alcun segnale. Il debito italiano non sembra poter diventare un problema nel 2023: un po’ d’inflazione avvantaggia i debitori e il collocamento dei titoli di Stato non dovrebbe incontrare difficoltà perché sarà supportato dalle nostre principali istituzioni finanziarie, oramai solide, e dal nostro risparmio privato. Piuttosto, il tema centrale per l’Italia resta sempre come fare a creare le condizioni affinché il Paese intraprenda un percorso di crescita economica elevata e sostenibile nel medio-lungo termine che rappresenta l’unico modo per ripagare il debito e trovare soluzioni efficaci per i problemi sociali connessi alle disuguaglianze, per sostenere politiche energetiche che rispettino l’ambiente e per preparare il sistema sanitario ad affrontare le prossime pandemie. Da noi si confida sui 200 miliardi di euro che l’Europa dovrebbe metterci a disposizione nell’ambito del Recovery Plan; le risorse sono essenziali, ma la crescita dipende dalla qualità degli investimenti e dalla capacità di realizzarli con oculatezza e tempestività. La prossima fase di sviluppo dell’economia mondiale sarà trainata dall’innovazione tecnologica che accrescerà la produttività e dalla abilità di cooperare in un mondo in cui le relazioni tra Stati saranno più complesse. Nuove tecnologie aiuteranno a trovare soluzioni per ottenere energia pulita in quantità elevata e a costi bassi, saranno essenziali per raccogliere dati, trasferirli a elevatissima velocità e processarli utilmente per assumere decisioni e consentiranno l’uso sempre più esteso di algoritmi di intelligenza artificiale che renderanno più efficienti, sicuri, veloci ed efficaci molti processi produttivi, soprattutto nei servizi finanziari e in generale in quelli fondati sullo scambio di informazioni. Dovremmo investire molto di più di quanto siamo abituati a fare in ricerca applicata per proporci come protagonisti in Europa nello sviluppo tecnologico in svariati campi sia dei servizi pubblici sia dell’industria privata; dovremmo evitare di restare esclusivamente ancorati a un’economia tradizionale basata per lo più sul turismo, sul lusso, sul cibo e sull’industria meccanica e incastrati in un settore pubblico restio ai cambiamenti. Le basi per agganciare l’innovazione tecnologica in Italia ci sono nelle università, nei centri di ricerca e in numerose importanti aziende. Per prepararsi a questa nuova fase però non basta investire in nuove tecnologie, ma occorre adeguare il mercato del lavoro altrimenti si rischia di subire un forte effetto di spiazzamento di molti lavoratori le cui caratteristiche professionali saranno sostituite da robot e da macchine intelligenti e di conseguenza si accresceranno le disuguaglianze e con esse le tensioni sociali. Vi è un tema di adeguamento legislativo, ma soprattutto uno di formazione continua dei lavoratori per far evolvere la loro professionalità: occorre dunque investire molto nelle scuole, nelle università e in centri di formazione che dispongano di piattaforme tecnologiche e organizzazione per trasferire con continuità, e operando a distanza, conoscenze ed esperienze. Parallelamente la pubblica amministrazione e le imprese dovrebbero incrementare ulteriormente le ore di formazione del proprio personale, aggiornando frequentemente i contenuti. I robot e gli algoritmi d’intelligenza artificiale non sostituiranno l’uomo perché essi fanno ciò per cui sono programmati dall’uomo, non hanno il libero arbitrio. Tuttavia, in molti casi gli uomini e le donne non potranno più svolgere le funzioni lavorative alle quali erano abituati ma dovranno imparare a guidare i robot e a organizzare il loro lavoro.

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