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«Formazione digitale ascensore sociale a vantaggio del paese»

Fabio Vaccarono. Il ceo di Multiversity spiega le ragioni alla base della creazione di United, associazione che «permetterà di accrescere la reputazione» degli atenei telematici in Italia

di Eugenio Bruno

Il manager Fabio Vaccarono è il ceo di Multiversity (Imagoeconomica)

4' di lettura

«Oggi c’è veramente una lontananza tra il bisogno crescente di formazione, dovuto alla velocità e alla complessità di cambiamento del mondo, e i dati italiani. Bisogna costruire un ponte e, nel 2023, il ponte non può che essere digitale». Fabio Vaccarono sintetizza così le ragioni che hanno portato il gruppo di cui è ceo (Multiversity) a scommettere sulla nascita dell’associazione United, che raggruppa sette degli 11 atenei telematici italiani(su cui veda altro articolo in pagina). Uno strumento - sottolinea l’ex vicepresidente di Google e managing director di Google Italia, con un passato recente da consigliere d’amministrazione del Sole 24 Ore che proprio con Multiversity ha dato vita al marchio «Sole 24 Ore Formazione» - che «permetterà di accrescere il posizionamento e la reputazione della formazione digitale in Italia». Come? «L’associazione - risponde - intende contribuire attivamente allo sviluppo di un sistema coerente, a livello italiano ed europeo, che agisca per promuovere la formazione a distanza, la ricerca avanzata e il trasferimento tecnologico».

Visto il suo punto di osservazione attuale, un gruppo che controlla le università digitali Pegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma con 170mila studenti e 170 docenti di ruolo, e vista soprattutto la sua esperienza decennale in Google, parlare con lui è anche l’occasione per fare il punto sui ritardi e sulle prospettive della trasformazione digitale in corso nel Paese. In primis per l’education. Quel 28% di laureati nella fascia 30-34 anni rischia per noi di essere un’ipoteca non solo sul presente ma anche sul futuro. Specie se consideriamo - ricorda Vaccarono - che «Francia e Germania vantano rispettivamente il 50% e 36% della popolazione laureata» e che la media Ue è del 41 per cento.

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Da dove arriva questo ritardo?

Su questa situazione pesano alcuni aspetti specifici come una rete di infrastrutture limitate e la particolare conformazione geografica con poche metropoli e una popolazione che nell’80% dei casi risiede in luoghi con meno di 100.000 abitanti. In più, se consideriamo che il 50% delle province è privo di una sede universitaria, se ne deduce facilmente che ancora per troppi italiani iniziare l’università significa affrontare viaggi e trasferimenti complicati.

Uno studente su due oggi è fuorisede. Negli anni del Covid la didattica a distanza era diventata la regola anche nelle università ma una volta terminata l’emergenza gli atenei sono tornati in massa alle lezioni in presenza. Che eredità ha lasciato quell’esperienza?

L’Italia si è fatta sorprendere dalla pandemia con un ritardo strutturale significativo. Il giorno di Codogno un italiano su quattro non era mai andato in rete. Avevamo il 75% di penetrazione internet: un record negativo delle economie industrializzate. Abbiamo dovuto fare di necessità virtù. In particolare nel mondo della scuola è stato evidente che la tecnologia, da un lato, ha permesso di evitare un disastro ma, dall’altro, è stata utilizzata solo in una logica emergenziale. Ci si è un po’ arrangiati e da lì è nata l’idea che la didattica digitale sia solo la didattica a distanza quando in realtà è solo la versione basilare e non c’entra nulla con la trasformazione digitale sta avendo anche sul settore dell’istruzione superiore. Del resto, se ci pensiamo, in dieci anni di Google ho visto una trasformazione epocale in senso digitale di settori che spaziano dalla finanza all’automotive alla distribuzione ai media. In un contesto del genere, con 5 miliardi di persone in rete nel mondo e oltre 35 miliardi di device connessi, siamo nel pieno di una rivoluzione digitale. E non c’è alcun motivo per cui l’università italiana debba ritenersi isolata e immune dai benefici trasformativi che la rivoluzione tecnologica sta portando in tutti gli altri comparti. La tecnologia, applicata al mondo dell’istruzione, aiuta a potenziare l’offerta e a modulare i contenuti e la loro erogazione in forme moderne, capaci di raggiungere un grandissimo numero di persone. Fare didattica online però non significa solo mettersi davanti a una telecamera e registrare. Va ripensata l’intera proposta formativa attraverso il grande potenziale dei nuovi strumenti, con modalità interattive che rendano lo studente parte integrante del processo di apprendimento.

Che ruolo immagina per gli atenei telematici?

In Italia le università digitali rappresentano uno strumento imprescindibile di aggiornamento delle competenze e l’unica opzione efficace in termini di ascensore sociale, a vantaggio dell’intero sistema produttivo nazionale. Gli atenei digitali infatti arrivano laddove non sono disponibili istituzioni accademiche tradizionali e, grazie alla loro proposta flessibile e accessibile, consentono a lavoratori, giovani famiglie con figli e chiunque non possa usufruire della formazione in presenza, di accedere a una proposta accademica di grande qualità, ritagliata sulle proprie esigenze.

In che modo?

Quella delle università digitali è una sfida di sistema, che noi per primi viviamo con grande serietà. Solo un’integrazione strategica fra atenei in presenza e digitali, pubblici e privati, può colmare un gap che rischia di allargarsi ulteriormente senza una visione di lungo termine.

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