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Formazione digitale, forte crescita anche nel post pandemia

Fabio Vaccarono, presidente e Ceo di Multiversity, ha spiegato come istruzione e formazione superiore siano in piena trasformazione, grazie a tecnologie e innovazioni nei modelli di apprendimento

di Cristina Casadei

10' di lettura

La sfida per allargare la popolazione di laureati e di lavoratori che partecipano durante tutta la vita professionale a percorsi di formazione è talmente grande che non resta che seguire la strada dell’unione delle forze da parte dei diversi attori. Tenendo conto che il nostro paese, nella trasformazione generale e nel percorso di digitalizzazione è molto indietro, secondo quanto emerso al Festival di Trento, nella tavola rotonda intitolata “L’innnovazione dei sistemi di formazione e di management”, a cui hanno partecipato il ceo e presidente del gruppo Multiversity, Fabio Vaccarono, Alec Ross, distinguished adjunct professor della Bologna business school, Pier Maria Saccani, direttore del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana dop (unico consorzio di un prodotto Dop e del Sud ad aver partecipato al Festival), Andrea Prencipe, rettore della Luiss, Paola Venuti, prorettrice dell’università di Trento e Raffaella Bossi Fornarini, docente della Graduate school of management del Politecnico di Milano.

Come cambia la formazione

«Istruzione e formazione superiore, sono in piena trasformazione, grazie a tecnologie e innovazioni nei modelli di apprendimento, leve fondamentali per colmare il significativo ritardo educativo in Italia, penultimo Paese in Ue per numero di laureati - ha spiegato Vaccarono -. Negli ultimi anni, le modalità di apprendimento hanno subito una spinta importante verso forme di didattica digitale e interattiva. Nel 2020 oltre uno studente su cinque ha usato materiale didattico online, con ulteriore crescita nel 2021. In Spagna il 20% dei laureati proviene da università digitali. E tutto è ormai acquisito, senza inversioni di rotta, nel post pandemia». Nel settore education, il gruppo Multiversity è il primo nel nostro paese e il secondo in Europa. Ne fanno parte Pegaso, l’Università digitale leader in Italia, Mercatorum, l’Università delle Camere di Commercio e l’Università San Raffaele. Conta oltre 220mila studenti, 66 percorsi di laurea e 300 tra master e corsi post laurea e post diploma. Dall’unione tra Multiversity e Il Sole 24 Ore, è nata Sole 24 Ore Formazione, la Scuola di eccellenza per l’executive education nel nostro Paese.

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La rincorsa dell’Italia sulle skills digitali

Vaccarono ha ricordato che «l’Eu digital education action plan 2021-2027 sollecita l’adeguamento dell’istruzione e dei sistemi di formazione degli stati membri all’era digitale. L’obiettivo è di arrivare entro il 2030 ad avere l’80% di cittadini dotati di skills digitali di base per centrare l’obiettivo del decennio digitale europeo. In materia di istruzione digitale, l’Unione europea ha individuato 2 settori su cui agire e cioè la promozione dello sviluppo di un ecosistema altamente efficiente di istruzione digitale e il miglioramento delle digital skills».

Per raggiungere questi obiettivi, però, deve esserci disponibilità di infrastrutture, connettività e apparecchiature digitali, piattaforme sicure e rispettose della privacy, insegnanti e personale competenti sulle tecnologie digitali. Ma serve anche da un lato, lo sviluppo di competenze digitali di base sin dall’infanzia e l’alfabetizzazione digitale. E dall’altro, la diffusione di una buona conoscenza e comprensione delle tecnologie ad alta intensità di dati, l’acquisizione di competenze digitali avanzate e l'accesso delle donne alle carriere digitali. «L’Italia è in fondo alle classifiche dei Paesi Ue per numero di laureati e competenze digitali – afferma Vaccarono -. Nel nostro Paese, soltanto poco più del 40% degli adulti è dotato di skills digitali di base. L’Italia è tristemente ai primi posti al mondo per la percentuale di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano ed è penultima in Europa per percentuale di laureati, seguita solo dalla Romania che però ha una quota più alta di laureati Stem.

Il costo dell’università digitale

In Italia abbiamo 700mila studenti fuori sede e 40mila posti letto disponibili a costi agevolati. Solo il 5,7% degli studenti riescono a trovare un alloggio. Secondo quanto stima Vaccarono, «uno studente universitario fuori sede spende 57.500 euro a Bologna, 62.700 a Roma e 67.700 a Milano. I costi di uno studente di un’università digitale sono in media l’80% in meno rispetto a un fuori sede. Tra l’altro va detto che nei corsi universitari si osserva un calo progressivo della frequenza in presenza in un percorso di laurea triennale: se il primo anno l’80% frequenta, al secondo si passa al 30%, mentre al terzo anno in media al 10%. Considerando che degli iscritti a università tradizionali solo il 61% si laurea a distanza di 10 anni, oggi il modello universitario italiano necessita di una ancora più forte spinta verso la digitalizzazione».

L’inclusione nelle Università native digitali

«L’Italia è in fondo alle classifiche dei paesi Ue per numero di laureati e competenze digitali. Il nostro paese ha oggi una penetrazione dell’online bassa, soltanto poco più del 40% degli adulti è dotato di skills digitali di base». A dircelo sono i dati statistici, ricorda Vaccarono. Dall’altro lato, però, l’Italia è tristemente ai primi posti al mondo per la percentuale di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano ed è penultima in Europa per percentuale di laureati, seguita solo dalla Romania che però ha una quota più alta di laureati Stem. «Le università “native digitali” come le nostre colmano il divario geografico e sociale della popolazione riducendo i costi dello studio e favoriscono la diminuzione della diseguaglianza sociale, garantendo l’inclusività e il diritto all’educazione – afferma Vaccarono -. Il confronto tra atenei in presenza e telematici è strategico per recuperare il divario e cogliere le opportunità del digitale, imprescindibili per l’Italia. La tecnologia applicata all’istruzione superiore aiuta a potenziare e democratizzare l’offerta, e a erogare i contenuti in forma innovativa, dove lo studente è protagonista del processo di apprendimento».

Negli atenei telematici studenti raddoppiati in 3 anni

Gli studenti delle università digitali sono quadruplicati negli ultimi 6 anni, e raddoppiati negli ultimi 3 anni, secondo quanto dice Vaccarono. «L’11% dei laureati italiani ha conseguito il titolo presso un ateneo digitale e c’è un sostanziale incremento nelle fasce under 20 e 21-25 anni nell’ultimo quinquennio. In un Paese come la Spagna, che ha il doppio dei laureati dell’Italia, circa il 20% dei laureati proviene già oggi da università digitali, così come avviene negli Stati Uniti. Le università digitali favoriscono anche l’accesso allo studio universitario alle categorie degli studenti-lavoratori e lavoratori-studenti. La flessibilità del percorso di laurea nelle università digitali consente a lavoratori, studenti, famiglie di essere più produttivi con i tempi degli studi, con evidenti benefici individuali e con ripercussioni positive a livello socio economico».

La diversità diventa un valore chiave

Nella strategia e nel comportamento delle istituzioni, per il rettore della Luiss, Andrea Prencipe, «la diversità diventa un valore chiave per i modelli educativi del futuro. Va incoraggiata l’interdisciplinarietà per affrontare la differenza tra le discipline, così come l’internazionalizzazione come canale di educazione alla diversità geografica e culturale. Per questo ho coinvolto attori non accademici per andare verso la diversità istituzionale e perseguire l’innovazione nella didattica e nella ricerca, secondo un modello “enquiry-based”. Innovazione, internazionalizzazione e interdisciplinarità sono, di fatto, i tre principali pilastri su cui si fonda la mia leadership accademica».

La centralità delle discipline di base

La modernità, continua il rettore della Luiss, «ci pone di fronte a problemi sempre più complessi, che richiedono l’interazione di numerosi ambiti e settori. Per questo motivo, ho avviato la progettazione e lo sviluppo di corsi in cui le discipline di base si uniscono ad altre, magari più lontane ma non meno rilevanti, secondo un approccio interdisciplinare: le lezioni tradizionali diventano concrete grazie a business games e progetti dedicati all'individuazione di soluzioni innovative a complicate esigenze sociali. I laboratori di soft skills arricchiscono l’esperienza e lo sviluppo personale degli studenti e tutto questo contribuisce a formare generalisti-specializzati, cioè profili con una profonda competenza in un’area ma capaci, al tempo stesso, di comprendere e interloquire con esperti di altre discipline, integrandone i contributi per risolvere problemi di vita reale. L’innovazione della didattica ha portato alla definizione di un modello di istruzione caratterizzato da un equilibrio virtuoso tra didattica fondata sulla ricerca, condotta dagli accademici, e didattica basata sull’esperienza, condotta da dirigenti, manager, professionisti, imprenditori e policy maker. Un’istruzione efficace contempla l’apprendimento orientato al problema, affinché gli studenti siano stimolati a lavorare su problemi del mondo reale, su input dalle aziende partner».

La cultura aziendale che cambia

Un nuovo modo di pensare sta impattando le aziende. Si chiama «YOLO - dice Bossi Fornarini -, you only live once. Indica la ricerca primaria nel lavoro di soddisfazione e realizzazione. YOLO ha originato fenomeni di grandi dimissioni e ’distacco’ con la difficoltà delle aziende di attrarre e trattenere talenti, di motivare le persone, in ultima analisi di generare il profitto voluto.YOLO, trasversale a tutte le fasce di età ma con punte dell’86% nella gen Z, offre l’opportunità di revisioni radicali del ruolo del manager, che può diventare uno scopritore di talenti e un facilitatore dello sviluppo delle persone. Un cambiamento a volte profondo che richiede un lavoro di affiancamento e formazione che viene strutturato con strumenti dedicati quali la definizione della Data Driven Company Culture della singola impresa: un modo per creare aziende iconiche e che lasciano un segno». Le aziende che continuano ad attrarre talenti sono state rapide nell’adattarsi a questa richiesta difficile e questo sembra essere il modello dei prossimi anni. Significa però «rendere il management capace di funzionare anche in un mondo non di controllo dei processi manageriali ma di estesa risposta alla domanda di flessibilità, di indipendenza e imprenditorialità di persone con competenze ancora da testare, cioè a diventare capi attenti alle persone in maniera inimmaginabile fino ad oggi - afferma Bossi Fornarini -. Compito non intuitivo e in netto contrasto con valori alla base del pensiero manageriale pensato per rispondere a contesti che erano diversi da quello contemporaneo e da quelli che oggi sono ipotizzabili continuare e rafforzarsi in futuro».

Allargare la leadership a donne e giovani

Portando un punto di vista sia imprenditoriale che accademico, Alec Ross sintetizza che nel nostro Paese «dobbiamo aiutare una nuova generazione a emergere. Sono coinvolto in un fondo di venture capital con il quale abbiamo investito circa un miliardo di dollari in più di quaranta aziende. Credo di essere ancora giovane, ho 51 anni, ma i ceo di tutte le aziende in cui abbiamo investito sono più giovani di me, molti devono ancora toccare la trentina - dice -. Non sto dicendo che i ceo non dovrebbero essere vecchi, ma penso che in Italia la situazione sia squilibrata. La quantità di tempo che i giovani italiani devono attendere prima di vedersi delegare responsabilità concrete è eccessiva. I giovani commettono errori, ma vedono anche il mondo con occhi ambiziosi. L’Italia ha bisogno di queste nuove visioni e di queste ambizioni per ricostruirsi». Non solo. «Dobbiamo anche dare più potere alle donne. Le donne sono la risorsa più sottoutilizzata nell’economia italiana - interpreta Ross -. Non credo che dovremmo dar loro potere solo perché è corretto dal punto di vista della giustizia sociale, ma perché è anche interesse delle imprese e dell’economia italiane. Per questo dobbiamo cambiare l’idea che abbiamo dei leader. Se chiudete gli occhi e qualcuno dice “Ceo”, l’immagine che vi viene in mente è probabilmente un archetipo maschile che appare, vive e comanda in un certo modo. Secondo me, dovremmo allargare questa immagine in modo che possa includere le donne e la loro maniera di affrontare la direzione d’impresa, che spesso può comportare maggiori livelli di intelligenza emotiva».

Come invogliare i giovani verso professioni più tradizionali

L’importanza della formazione per un corretto inserimento nel mondo del lavoro e del collegamento tra istruzione e imprese è emerso nell’analisi di Pier Maria Saccani che ha sottolineato la centralità della scuola di formazione di cui il consorzio si è dotato per affrontare il tema e per formare sia i casari 2.0 del futuro, sia i manager che stanno lavorando all’internazionalizzazione del comparto. «In questi anni ci si è il più delle volte concentrati sui cambiamenti di abitudini dei consumatori in ottica commerciale. Non ci si è forse soffermati a sufficienza ad affrontare temi legati alle diverse e modificate priorità dei lavoratori. Abbiamo così assistito alla difficoltà degli imprenditori di reperire forza lavoro - racconta Saccani -. Questo in tutte le filiere e in tutti i comparti. È indispensabile avviare una profonda riflessione per individuare cosa cercano i giovani, quali priorità hanno e come si può ottenere un riscontro positivo. Dovranno essere modificati gli ambienti di lavoro e va rafforzato il welfare aziendale che potrebbe condizionare le scelte. Più in profondità sarebbe però da avviare un confronto anche in merito ad aspetti più giuslavoristici».

La didattica delle domande e una nuova valutazione

Nella sua visione Paola Venuti, prorettrice alla didattica dell’università di Trento e coordinatrice del Festival Educa (che si tiene a Rovereto alla fine di aprile) spiega di quanto sia essenziale portare l’innovazione anche nella didattica, tenendo però conto del valore che ha la socialità nei percorsi di formazione, e racconta l’esito di una ricerca in cui si è cercato di capire «il punto di vista degli studenti di ogni ordine e grado, dalla primaria fino all’università. È emersa un’esigenza di cambiamento totale e trasversale - spiega Venuti -. Per la primaria, in particolare, serve una scuola più pratica e attiva con insegnanti comprensivi e più relazioni, per la secondaria una scuola più aperta, inclusiva e rispettosa dei bisogni dello studente e infine per l’università un percorso professionalizzante che guidi lo studente nelle scelte accademiche e al mondo del lavoro». Cambiare la didattica però vuole dire anche cambiare la valutazione. «Attualmente - dice Venuti - il voto numerico crea stigma e valuta unicamente la performance senza considerare la crescita globale e purtroppo è l’unico strumento valutativo. È necessario andare oltre, fornire feedback e incrementare il confronto docente-studente».

La sfida si vince insieme, more is more

Il ritardo formativo in Italia è particolarmente serio e riguarda sia i giovani, sia chi già lavora. «Occorre unire le migliori forze del Paese - conclude Vaccarono -. La EU pone target sfidanti di digitalizzazione del sistema educativo europeo, a partire dalle università. Già oggi le università digitali sono un elemento imprescindibile per chiudere il gap di laureati in Italia, che ne ha il numero più basso in Europa, e la metà della Spagna, dove il 20% dei laureati proviene già oggi da università digitali. Con 18 milioni di diplomati, presto particolarmente a rischio con i cambiamenti indotti dall’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro, e la metà della popolazione universitaria fuori sede, che riesce solo a laurearsi solo in 61 casi su 100 dopo 10 anni, l’Italia deve puntare ancora di più sulla forte crescita degli atenei digitali. Già oggi una realtà leader come la nostra porta 66 corsi di laurea, più di 300 master, percorsi di specializzazione nelle case di 225.000 italiani, con Pegaso, Mercatorum e San Raffaele digitale, e una rete di orientamento sul territorio di oltre 1.000 poli didattici. Un binomio vincente di accessibilità e utilizzo di metodologie didattiche all'avanguardia, forti di nuovi strumenti e linguaggi di educazione. Unitamente a una inimitabile vicinanza al mondo delle imprese, come dimostra la nascita di Sole 24 Ore Formazione. L’unione di due indiscussi leader, Il Sole 24 Ore e Multiversity, per la definizione di un nuovo standard di eccellenza nella executive education in Italia».

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