Interventi

Formazione, il legislatore e la Pa devono fare di più

di Guglielmo Loy


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(REUTERS)

4' di lettura

Le riflessioni su un nuovo paradigma delle politiche per l'occupabilità e della formazione (non solo continua ) che Marco Leonardi e Tommaso Nannicini e hanno proposto sul Sole 24 Ore il 26 maggio vanno positivamente accolte.

In pochi , invero, possono pensare che si possa affrontare il tema delle ristrutturazioni aziendali con uno strumento , la cassa integrazione in deroga , che pure ha avuto una funzione importante nell'epicentro della crisi post 2008.

La riflessione, casomai, andrebbe fatta sulle lentezze e i freni ad alcuni strumenti messi in campo dal Jobs Act ed in particolare su come e quanto l’Anpal sia in grado di operare, frenata sia dagli effetti politico-istituzionali post referendum del 4 dicembre, sia, da intralci “burocratico-amministrativi” che ne rallentano il pur complesso avvio. Ritardi riscontrabili , anche , sul versante delle politiche “passive” con la scarsa (eufemismo ) efficacia del giovane Fondo di Integrazione Salariale.

Non c’è dubbio, comunque, che il tema Formazione, nelle sue complesse articolazioni (Regioni, piani operativi nazionali Occupazione ed Istruzione, innovazioni più o meno recenti come l’alternanza scuola lavoro, gli Its e, ovviamente, i Fondi per Formazione continua) va modernizzato e ridisegnato sia rispetto alla connessione con un vero e forte sistema di politiche attive, sia come strumento essenziale per, appunto, rafforzare l’occupabilità delle persone prima e durante l’esperienza professionale e lavorativa.

Ma ciò rischia di apparire scontato (ed un po’ rituale) se non si colloca questa esigenza in un contesto che vede, gradualmente ma rapidamente , trasformare il nostro sistema produttivo ( non solo strettamente industriale): quella che Michele Tiraboschi chiama “la grande trasformazione “.

Un processo che costringe tutti (politica, imprese, lavoratori) a lavorare per essere dentro questo nuovo mondo, modificando però una parte degli strumenti che fino ad oggi hanno regolato il sistema delle relazioni industriali.

Le imprese, e con esse le persone che vi lavorano, hanno di fronte sfide complesse, a partire dalla necessità di adeguare rapidamente, per far fronte al prevalere nel mercato globale del consumatore tecnologico (ma non solo): organizzazione del lavoro, mansioni, qualifiche. Quindi la capacità di adeguare le risorse umane a queste sfide risulta fondamentale e , certamente , la formazione continua è, e sarà, sempre più strategica.

Il nodo dei Fondi

All’interno di questo contesto sono stati chiamati, giustamente, in causa i Fondi Interprofessionali con l’idea di attribuirgli nuovi e importanti compiti. Bene, non possiamo però non ricordare come il legislatore e la pubblica amministrazione abbiano pervicacemente operato in senso contrario, sia con un prelievo di risorse forzoso, consistente e costante, sia con atti amministrativi che rendono sempre più burocratica, complessa e farraginosa la funzione, a scapito della rapidità e flessibilità, degli stessi Fondi nel promuovere e sostenere i piani formativi delle imprese.

Ovviamente, essendo tra i firmatari dell’intesa del 1 settembre 2016 con Confindustria, siamo fortemente convinti che è’ necessaria una forte innovazione nella gestione degli effetti delle ancora numerose e frequenti crisi aziendali. Da tempo, inoltre, abbiamo chiesto al legislatore di riflettere su alcune decisioni prese in tema di ammortizzatori sociali, in particolare sulla fine dell’indennità di mobilità e sulla contribuzione addizionale per le imprese che accedono alla Cigo ed alla Cigs. Lo abbiamo posto non per un ritorno al passato, che riteniamo improponibile e sbagliato (“uso senza fine di ammortizzatori sociali”), ma perché consideriamo una occasione persa non avere “ristrutturato” il sistema di protezione sociale: non ridurre l’aiuto ma renderlo più efficace ed adattabile, appunto, alla grande trasformazione in atto.

In questo senso consideriamo le proposte di Marco Leonardi e Tommaso Nannicini una novità importante, perché si prende atto che la compartecipazione delle imprese ai processi di ricollocazione è non solo necessaria ma anche giusta dal punto di vista dell’equità. Una compartecipazione che dovrà vedere una messa a regime ed un coinvolgimento attivo anche di esperienze contrattuali e della bilateralità che, già oggi, sono dentro questo processo ma potrebbero esserlo di più e con più efficacia se adeguatamente sostenute dal legislatore.

Un sostegno che certamente dovrà affrontare innanzitutto un primo scoglio : una riforma , quella delle politiche attive, che se rimane “a costo zero” rischia di spiaggiarsi senza nemmeno aver tentato di prendere il largo. Non si tratta, ovviamente, di individuare semplicemente come trovare nuove e maggiori risorse ( tema senz’altro attuale) ma come indirizzarle verso un progetto innovativo. Come UIL abbiamo analizzato come si è consolidato negli anni il sistema degli incentivi all’occupazione e con quanta efficacia abbia impattato, in senso positivo, sulla quantità e qualità del lavoro. Ebbene, il primo dato che emerge è proprio quello dalla frammentarietà degli interventi, soprattutto dopo il 2015 e la maxi-decontribuzione. In sostanza, oltre a rafforzare la rete ( Anpal, Centri per l’impiego e incentivi alle agenzie per il lavoro) è necessario sostenere un sistema di stimoli ed incentivi anche alla ricollocazione delle persone colpite dai processi di ristrutturazione in modo tale che l’assunzione di responsabilità delle parti sociali nell’anticipare gli effetti delle crisi (prima che si concluda il periodo di cassa integrazione) sia sostenuto da una strumentazione, normativa e finanziaria, adatta e sufficiente allo scopi di cui, a buon titolo, fanno già parte anche i fondi interprofessionali per la Formazione continua.

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