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Licenziamenti, reddito di cittadinanza, taglio al cuneo: i dossier urgenti sul lavoro

Sul tavolo del premier incaricato, Mario Draghi, anche il decollo delle politiche attive, le deroghe (o il superamento del decreto Dignità), il rilancio della filiera professionalizzante, con le risorse del Recovery Fund

di Claudio Tucci

Coronavirus e lavoro: la crisi ha colpito donne, giovani e precari

4' di lettura

Con 13 milioni di lavoratori con basse competenze e la fine delle misure emergenziali al momento fissata al 31 marzo fanno del “lavoro” uno dei dossier urgentissimi sul tavolo del premier incaricato, Mario Draghi. Le basi di partenza non sono buone: il 2020 (dicembre su dicembre 2019) si è chiuso con 444mila posti in meno, nonostante cig Covid-19 praticamente per tutti e stop ai recessi datoriali in vigore ininterrottamente dal 17 marzo 2020. I contratti a termine sono crollati e anche quelli stabili non decollano, a testimonianza di assunzioni bloccate. Autonomi, donne e giovani sono in forte affanno.

Cosa fare dopo il 31 marzo

In questo quadro, per niente facile, il primo passo del prossimo governo è certamente quello di dire cosa vorrà fare dopo il 31 marzo, data di scadenza del blocco generalizzato dei licenziamenti per motivi economici. Lo stop agli atti di recesso datoriali in vigore dal 17 marzo 2020 rappresenta un unicum tra i Paesi industrializzati, ed è tema divisivo, con le imprese che chiedono di poter avviare i processi di ristrutturazione e i sindacati che invece premono per proseguire con il blocco, temendo tensioni sociali. Inoltre non è pronta la riforma degli ammortizzatori (e il rafforzamento della Naspi); la bozza elaborata dal team di esperti nominati dalla ministra dimissionaria, Nunzia Catalfo, costa troppo, 20 miliardi circa nella fase di transizione, 10 miliardi a regime, e fa aumentare i costi a carico delle imprese.

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Il (mancato) decollo delle politiche attive

Una prima indicazione di metodo è arrivata dallo stesso Mario Draghi che si è detto «fiducioso che dal dialogo con le parti sociali» possano emergere le risposte alle emergenze del Paese. L’altra grande incompiuta - un altro dossier aperto - è rappresentata dalle politiche attive. L’attuale normativa prevede un sistema integrato pubblico privato, per la presa in carico dei disoccupati e l’offerta di un sostegno nella ricerca di un nuovo posto di lavoro.

Uno degli strumenti chiave è l’assegno di ricollocazione esteso, con la manovra, a chi è in Naspi da oltre quattro mesi (il governo giallo verde aveva tolto questa possibilità riservandolo ai soli beneficiari del reddito di cittadinanza e solo in 400 lo hanno usato), ai cassintegrati per ristrutturazione o crisi aziendale e per cessazione di attività.

Ma il sistema tracciato dal precedente governo nella legge di Bilancio e finanziato con 263 milioni per il solo 2021, fortemente condizionato dalle posizioni ideologiche del ministro del M5S, è stato accolto con forti critiche dalle agenzie per il lavoro private, che si sentono tagliate fuori e chiedono correttivi alla normativa per poter essere coinvolte (le Apl sono più performanti dei centri pubblici per l’impiego).

Il nodo reddito di cittadinanza

C’è poi l’incognita del programma di Garanzia per l’occupabilità dei lavoratori, o Gol, tutto da costruire che necessita di un accordo in sede di conferenza Stato-Regioni e di un successivo decreto interministeriale da varare entro il 1° marzo che dovrà individuare procedure e obiettivi. Va realizzato un sistema informativo unico nazionale, altrimenti si avranno 20 sistemi regionali non in grado di comunicare tra loro.
L’assenza di questo sistema, e veniamo così a un altro dossier urgente sul lavoro, è dietro il sostanziale fallimento della seconda gamba del reddito di cittadinanza, che avrebbe dovuto caratterizzarsi anche come strumento di politica attiva del lavoro, mentre finora ha funzionato solo come sostegno assistenziale anti-povertà.
E dovrà essere chiarito anche il futuro dei 2.680 navigator con il contratto di collaborazione per Anpal servizi in scadenza a fine aprile. Un emendamento al milleproroghe spinto dal M5S ne chiede la proroga, ma resta da capire se il nuovo esecutivo vorrà proseguire l’esperienza che è stata al centro di molte polemiche, e soprattutto non ha prodotti risultati tangibili.

Le deroghe al decreto dignità e il taglio al cuneo

La sfida, come detto, è rilanciare le assunzioni ferme al palo da mesi. Qui sul piatto ci sono le deroghe o il superamento del decreto Dignità sui rapporti temporanei (finora i correttivi apportati, per ammorbidire le rigidità delle causali, si sono limitati a proroghe e rinnovi vista la contrarietà del M5S). C’è anche il tema degli incentivi al lavoro stabile e la riduzione del costo del lavoro, che il governo giallo-rosso ha promosso con un primo taglio fino a 100 euro del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori per i redditi fino a 40mila euro, salvo poi rinviare l’operazione sul lato delle imprese a data da destinarsi.

La sfida della formazione

Un altro dossier urgente è la formazione dei lavoratori: all’allarme lanciato dagli enti di ricerca nazionali ed europei (13 milioni di lavoratori con basse competenze) il governo Conte 2 non ha risposto. Il fondo nuove competenze sta decollando (ha una dote di 730 milioni), ma si attende ancora il decreto interministeriale per finanziare le intese aziendali del 2021. Da rilanciare è anche la filiera professionalizzante, con la valorizzazione degli Its e dell’apprendistato. Qui si aspetta il Recovery Fund, ma i progetti finora presenti, confusi e mal collegati tra loro, vanno profondamente rivisti e migliorati.

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