Opinioni

Formazione, servono più fondi e riforme

di Bruno Scuotto


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(Fotolia)

3' di lettura

Nei prossimi 4-5 anni le aziende rischiano di non trovare circa 200mila profili di cui hanno necessità per aggiornare e qualificare la propria forza lavoro.

C’è un problema di riforma del sistema formativo, che deve consentire ai giovani di poter seguire percorsi che avvicinino agevolmente e rapidamente le loro conoscenze alle richieste di un mondo del lavoro in costante evoluzione.

Ma c’è anche l’esigenza di poter accelerare e incrementare il sistema della formazione continua, per riqualificare i lavoratori nella direzione indicata dall’innovazione. Che è culturale, sociale, organizzativa, oltre che tecnologica. Basti pensare, solo per limitarsi a un esempio, a come evolvano le stesse metodiche e modalità della prestazione lavorativa, sempre meno riconducibili al tradizionale microcosmo della fabbrica.

Fondimpresa, il più grande fondo interprofessionale italiano fondato da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, è fortemente impegnato su questo versante. Ci rivolgiamo a una platea di circa 4.681.000 lavoratori, con 201.500 aziende iscritte di ogni settore e dimensione. Dal 2004 a oggi abbiamo finanziato progetti formativi per oltre 2,5 miliardi di euro, in ambiti fondamentali quali l’innovazione, la sostenibilità ambientale, la sicurezza sul lavoro e la riqualificazione di lavoratori in cassa integrazione o sottoposti a procedure di mobilità.

Sono risultati importanti, ma siamo consapevoli che, per adeguare la nostra azione alle esigenze poste dalla rivoluzione digitale, che trasforma spesso radicalmente gli assetti aziendali e soprattutto le relazioni di un’impresa con i fornitori, la rete distributiva, gli stessi consumatori, occorre imprimere un’accelerazione all’approvazione dei piani formativi.

Sia chiaro: è anche un problema di risorse disponibili. Chiediamo che lo Stato dimostri finalmente di considerare la formazione una priorità, conformando l’entità della spesa per l’education al ruolo strategico che essa rappresenta per il futuro competitivo del Paese.

Ma, accanto al problema della congruità delle risorse, c’è anche, spesso soprattutto, quello della loro spendibilità.

L’azione di Fondimpresa è rallentata notevolmente dall’inquadramento delle iniziative inerenti la formazione continua nella categoria degli aiuti di stato. Una configurazione che obbliga aziende, enti di formazione e la stessa Fondimpresa a un aggravio di procedure che, facendo slittare i tempi dell’approvazione dei piani, non può non incidere in maniera negativa sul funzionamento dell’intero sistema.

Allungare i tempi di approvazione di un piano formativo rischia di diminuirne l’efficacia e di comprometterne l’utilità per il lavoratore e per l’impresa.

Siamo convinti che l’Unione europea possa e debba escludere dal novero degli aiuti di stato i percorsi di formazione. Ed è su questo fronte che si sono spese pubblicamente Confindustria e Cgil, Cisl e Uil in occasione dell’evento organizzato a settembre per i 15 anni di Fondimpresa.

Un aiuto di stato, come noto, consiste nell’intervento di un’autorità pubblica effettuato tramite risorse pubbliche, per sostenere alcune imprese o attività produttive. Un’impresa che beneficia di un tale aiuto ne risulta avvantaggiata rispetto ai suoi concorrenti. Di conseguenza, il controllo degli aiuti di stato risponde alla necessità di salvaguardare una concorrenza libera e leale all’interno dell’Unione.

In riferimento alla formazione finanziata, tuttavia, il sostegno all’azienda beneficiaria è strumentale e secondario rispetto alla vera finalità dell’erogazione delle risorse, che è la salvaguardia e il rafforzamento del lavoro. È strumentale, perché il destinatario ultimo del beneficio è il lavoratore. Costui, attraverso l’intervento formativo, sviluppa le proprie competenze professionali. Nulla vieta che, una volta formato, egli possa decidere di utilizzare il know how acquisito, che gli consente di accrescere la propria spendibilità sul mercato del lavoro, anche in realtà aziendali diverse da quella presso la quale ha ricevuto la formazione. Il sostegno all’impresa, dunque, è anche secondario, sia perché il principale beneficiario è il lavoratore, sia perché il valore aggiunto assicurato dall’attuazione del piano formativo si estenderà all’intero sistema produttivo e non solo alla singola realtà aziendale.

In quest’ottica ho scritto agli eurodeputati italiani e scriverò al nuovo Commissario europeo non appena si insedierà affinché possa partire un confronto sul tema.

Perché la formazione continua deve essere considerata, né più né meno della formazione primaria, come un diritto dell’individuo e non un mero aiuto alle aziende. In armonia con quanto recita testualmente l’articolo 14 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: «Ogni individuo ha diritto all’istruzione e all’accesso alla formazione professionale e continua».

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