ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’IMPENNATA

Forniture di petrolio più care anche senza una guerra Usa-Iran

di Sissi Bellomo


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2' di lettura

Un’impennata così non si vede di frequente, nemmeno su un mercato volatile come quello del petrolio. Il prezzo del Wti è arrivato a guadagnare più del 6% dopo l’ennesima, pericolosa escalation in Medio Oriente, superando 57 dollari al barile, mentre il Brent è tornato a scambiare a 65 dollari, in rialzo di oltre il 4%.

In gioco c’è anche l’«effetto Fed»: la banca centrale statunitense – di nuovo pronta, per la prima volta dal 2008, a tagliare i tassi di interesse – ha indebolito il dollaro e affondato i rendimenti dei Treasuries, favorendo di converso gli acquisti di materie prime, asset denominati per l’appunto in dollari.

Ma il rischio geopolitico è indiscutibilmente tornato in primo piano dopo l’abbattimento del drone Usa da parte dell’Iran e la reazione minacciosa di Donald Trump, che ha definito l’episodio un «gravissimo errore».

È l’ennesimo incidente nell’area del Golfo Persico. E il rischio di un vero e proprio conflitto militare è ormai altissimo, in una regione che è responsabile di un terzo delle forniture mondiali di greggio.

L’industria petrolifera ieri non è stata bersaglio diretto degli attacchi, ma solo mercoledì nel sud dell’Iraq un missile aveva colpito un compound che ospita gli uffici di diverse major, tra cui l’Eni. La settimana scorsa c’era stato l’attentato a due petroliere al largo dell’Oman, un mese prima altre quattro navi erano state misteriosamente sabotate di fronte a Fujairah, negli Emirati arabi uniti, mentre i ribelli Houthi – forze filoiraniane attive nello Yemen – avevano bombardato con droni armati un oleodotto saudita.

Un intervento militare degli Stati Uniti contro l’Iran potrebbe anche non compromettere – o compromettere solo in minima parte – le esportazioni di greggio dal Medio Oriente: il traffico di petroliere nel Golfo Persico non si era del tutto interrotto nemmeno durante la guerra Iran-Iraq, negli anni ’80.

Ma oggi come allora c’è il rischio di pagare molto più care le forniture. Il problema non è solo il rialzo del prezzo del barile (peraltro è ben possibile che il mercato inverta di nuovo la rotta, tornando a focalizzarsi sui timori per la crescita economica). Il fatto è che il rischio di nuovi attentati – se non addirittura di una guerra – sta già facendo lievitare una lunga serie di costi.

I premi assicurativi per i carichi in transito nel Golfo Persico sono aumentati del 15-20% da maggio, dopo che la Lloyd’s Market Association per la prima volta dal 2005 ha incluso tutta la regione nella lista delle aree a maggior rischio.

Anche i noli delle petroliere hanno cominciato a salire, sia pure frenati dall’abbondanza di navi disponibili: su 2mila armatori che operano nel Golfo Persico, solo due hanno sospeso per cautela la navigazione secondo fonti di S&P Global Platts. Tutti stanno però adottando misure di sicurezza extra, con costi supplementari che di solito vengono trasferiti all’acquirente del carico. Tra queste c’è il reclutamento di personale specializzato per la difesa delle navi, oppure la raccomandazione agli equipaggi di attraversare lo stretto di Hormuz solo in orario diurno e alla massima velocità, una scelta che comporta una maggiore spesa per il carburante.

@SissiBellomo

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