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Forza e debolezza delle scelte europee

di Sergio Fabbrini

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(Picture-Alliance/AFP)

4' di lettura

C’è voluto più di un mese per individuare la nuova leadership dell’Unione europea (Ue). Non è stato un compito facile, vista la trasformazione in corso della politica continentale. Il Regno Unito è sulla porta di uscita dall’Ue, i Paesi dell’Europa orientale (il gruppo di Visegrad in particolare) stanno mettendo in discussione i presupposti liberali dell’Ue, l’Italia si è affidata ad un governo esplicitamente antieuropeista. Contemporaneamente, i due storici partiti europeisti (Popolari e Socialisti) stanno registrando un declino elettorale mentre nuove forze politiche sono entrate nell’arena elettorale rivendicando un rimpatrio di competenze e sovranità. In questo contesto, l’accordo tra i capi di governo del Consiglio europeo, sui candidati da proporre per le principali posizioni europee, fa un passo avanti politico ed un passo indietro istituzionale. Mi spiego.

Cominciamo dal passo avanti politico. Come ci si aspettava, i quattro candidati proposti per le cariche europee (la tedesca Ursula von der Leyen per la presidenza della Commissione; il belga Charles Michel per la presidenza del Consiglio europeo; lo spagnolo Joseph Borrell per il ruolo di Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza e la francese Christine Lagarde per la Banca centrale europea) sono espressione di governi e partiti europeisti. Tuttavia, essi rendono anche evidente la composizione geografica della nuova maggioranza europeista. Quest’ultima è nell’Europa occidentale, basata su un rinnovato accordo franco-tedesco, sostenuto dai Paesi del Benelux e dai due Paesi iberici (Spagna in particolare).

Sembra di essere ritornati all’Europa dei fondatori, con la Spagna al posto dell’Italia. Con il nuovo presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che può essere considerato il rappresentante di quella parte dell’Italia che si riconosce nel gruppo dei fondatori. Politicamente, rispetto al 1957, tale blocco geografico è più frammentato, ma egualmente solido. C’è dunque uno sdoppiamento di fatto dell’Ue, tra il core group dell’Eurozona e la periferia orientale e meridionale. Tale sdoppiamento può essere interpretato come lo sviluppo dell’Europa a due velocità, anche se in realtà si tratta dell’Europa a più finalità. Basti pensare che, ancora 5 anni fa, si cercò di tenere unite le due Europe, nominando il polacco Donald Tusk come presidente del Consiglio europeo (e contemporaneamente dell’Euro summit, il Consiglio dei capi di governo dell’Eurozona, pur essendo la Polonia esterna a quest’ultima).

Questa volta, nessun esponente dei Paesi dell’Europa centrale e orientale è stato proposto per le posizioni apicali dell’Ue. L’opposizione irriducibile da parte dei Paesi di Visegrad alla candidatura di Frans Timmermans alla presidenza della Commissione, opposizione motivata dal ruolo avuto dal politico olandese nel contrastare la degenerazione illiberale in corso in Polonia e Ungheria, ha rappresentato un punto di non ritorno. Che poi il governo italiano, assecondando la volontà dell’ungherese Viktor Orban, si sia associato all’opposizione a Timmermans, la dice lunga sulla sua idea di interesse nazionale. Infatti, se il politico olandese sarebbe stato aperto ad una gestione flessibile del Patto di stabilità e crescita, lo stesso non potrà dirsi per von der Leyen, nota per il suo rigorismo fiscale. L’Italia giallo-verde sta scivolando verso l’irrilevanza nella politica europea. Se poi nomina un estremista antieuro, come il senatore leghista Alberto Bagnai, a ministro per gli Affari europei, l’irrilevanza diventerà esclusione.

Vediamo ora il passo indietro istituzionale. L’Europa europeista che è emersa con le quattro nomine riflette una visione intergovernativa del progetto di integrazione. È un’Europa guidata dai principali capi di governo nazionali che rivendicano il potere di stabilire i tempi e l’agenda di quel progetto. Ma, in realtà, quei leader sono stati eletti da elettori nazionali per fare i loro interessi nazionali. Tale fusione di ruoli (di leader nazionale ed europeo) impedisce all’Ue di acquisire una sua forza istituzionale, oltre che una sua legittimazione autonoma. È interesse dei principali leader nazionali scegliere leader europei che non abbiano la loro stessa statura politica. Ovvero, che non rivendichino un ruolo europeo indipendente da chi li ha proposti. Tant’è che le tre nomine politiche (escludendo quella per la Banca centrale europea) riguardano candidati preparati e rispettabili, ma privi di una legittimazione elettorale autonoma. Per di più, nessuno dei tre ha l’autorità politica per parlare a nome dell’Ue con i leader di grande potenze mondiali, da Donald Trump a Vladimir Putin a Xi Jinping.

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Il metodo dello spitzenkandidat rappresentava una risposta irrealistica ad un problema (però) vero. È irrealistico pensare di trasformare un’unione di stati asimmetrici (demograficamente) e differenziati (per identità nazionale) in un’unione parlamentare (dove conta solamente la camera popolare). Però, è vero il problema a cui quel metodo cercava di rispondere. Ovvero che chi prende le decisioni sovranazionali deve emergere da un processo elettorale sovranazionale. In un’unione di Stati e di cittadini, i decisori debbono rappresentare sia i primi che i secondi. Occorre quindi democratizzare la selezione di chi esprime gli interessi degli Stati, esattamente come si è democratizzata la selezione di chi rappresenta i cittadini europei. Occorre riconoscere la natura duale del potere esecutivo europeo, attivando una separazione dei poteri tra l’esecutivo duale e il legislativo bicamerale. Ritornare all’Europa dei governi è una regressione istituzionale che indebolisce l’efficacia e la legittimità dell’Ue.

Tempo fa, Marine Le Pen disse che «l’Ue è morta anche se ancora non lo sa». Come nel caso di Mark Twain, la notizia del funerale dell’Ue si è rivelata esagerata. L’Ue è viva e vegeta, ma ha sfide importanti da affrontare. Deve trovare una soluzione al suo sdoppiamento di fatto, per impedire che esso minacci l’integrità del mercato unico. E deve trovare una soluzione al problema della legittimazione delle sue leadership, evitando la Scilla del parlamentarismo e la Cariddi dell’intergovernativismo. Insomma, ci vogliono sia audacia politica che innovazione istituzionale.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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