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Fra dazi e nuovi mercati, ecco come sarà il 2020 dell’industria della moda

Nel report “The State of Fashion 2020” i manager si dicono pessimisti per l'andamento del settore. Ma le opportunità di crescita sono numerose , a patto che si investa su management e innovazione, specie nelle pmi italiane

di Marta Casadei


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3' di lettura

Il 2020 non sarà un anno facile per l’industria della moda a livello globale: secondo il McKinsey Global fashion index, infatti, la crescita sarà tra il 3 e il 4%, mezzo punto in meno rispetto all'incremento 2019. Chi guida le aziende, poi, è orientato al pessimismo: il 55% degli executives intervistati per il rapporto The State of Fashion 2020 , realizzato da McKinsey con The Business of Fashion, pensa che quello in apertura sarà un anno di peggioramento per l'industria e solo 9 su 100 (con un picco di 12 nel segmento lusso) pensa che ci sarà un miglioramento (lo scorso anno gli ottimisti erano il 49%).

Polarizzazione fra big e piccole imprese
All'interno del quadro “nuvoloso”, esposto a «instabilità politica, a potenziali nuove guerre commerciali, a volumi di vendite al di sotto delle attese nei mercati emergenti dell'Asia-Pacifico e a un atteggiamento più prudente da parte dei consumatori del Nord America», come spiega al Sole 24 Ore Antonio Achille, senior partner e global head of luxury di McKinsey & Company, spiccano diverse tendenze: come la progressiva polarizzazione del settore tra i cosiddetti super winners, le prime 20 aziende per profitto, e i player di dimensioni ridotte, ma anche le potenzialità dei mercati sud-est asiatici, la ripresa della Russia e l'importanza di sfide come la sostenibilità - indicata per la prima volta al 1° posto nella classifica delle parole chiave sia nella categoria “challenge” sia in quelle “opportunity”- e la digitalizzazione.

Il made in Italy soffre (ancora) di “nanismo”
Le aziende della moda italiana, un settore da 100 miliardi di euro di ricavi, non incarnano il prototipo del “super winner” essendo di piccole dimensioni, spesso di proprietà familiare, legate al territorio. Ma non devono lasciarsi intimidire: «Dovranno attrezzarsi per rispondere all'incertezza che sta caratterizzando il settore e per mantenere il passo dei super winners - spiega Achille -. In particolare, per rimanere competitive le piccole imprese del nostro Paese dovranno prima di tutto accelerare il proprio processo di managerializzazione, puntando su manager che abbiano deleghe sufficienti per far crescere un marchio in un'azienda».

Cruciale un approccio da start up
Un altro tema chiave, secondo Achille, è quello della flessibilità: «Le Pmi italiane dovranno sviluppare un approccio da startup, per migliorare la propria agilità, la collaborazione e l'apertura verso l'esterno. Quindi, ricercare una dimensione tale da garantirsi l'accesso a competenze, investimenti e alla “peace of mind” per gestire la crescita di un marchio. E dovranno investire nella formazione».

Un asset importante è il made in Italy: « È un acceleratore di valore per l'equity dei singoli marchi. La capacità di fare squadra e dare rilevanza insieme a questo asset unico richiederà lo sviluppo di una visione comune e sinergica», continua.

I nuovi consumatori in Asia
Ciò che il report evidenzia è il continuo, crescente, interesse dei mercati internazionali alla moda con 1,2 miliardi di giovani potenziali consumatori nei mercati cosiddetti “Beyond China” (oltre la Cina: dall'India al Brasile, passando per gli Emirati) e circa 517 milioni solo nella Repubblica Popolare. Considerando che l'Italia deve circa il 65% del valore del proprio sistema moda alle esportazioni, si tratta di un'occasione non trascurabile: «Da un punto di vista geografico, le sfide irrinunciabili restano la Cina e gli Stati Uniti, due grandi opportunità con un crescente livello di complessità - chiosa Achille -. In Cina il consumatore è sempre più maturo e autonomo verso le scelte di acquisto dei marchi, mentre gli Usa sono un mercato che presenta ancora un forte potenziale inespresso per l'alto di gamma, ma anche uno tra i contesti più competitivi in cui i brand europei devono confrontarsi con i marchi locali dell'affordable luxury e tenere il passo con i canali distributivi, commercialmente molto aggressivi».

Per approfondire:
Moda emblema del made in Italy tra nuove sfide e artigianalità
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