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Fra invecchiamento e automazione: le «figure senior» sono a rischio

di Gianni Rusconi


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(AP)

3' di lettura

Il rapporto report «The Twin Threats of Aging and Automation», realizzato da Mercer e Oliver Wyman e focalizzato sulle principali trasformazioni nel mondo del lavoro nei prossimi 10 anni, parla purtroppo chiaro: l’Italia è il Paese europeo più esposto al «rischio-sostituzione», con il 58% degli addetti anziani tra i 50 e i 64 anni impegnati in lavori facilmente automatizzabili. Un rischio, quello sopra descritto, rafforzato anche da un altro parametro che pende in capo all’Italia, e cioè l’aumento di figure over 50 all’interno delle organizzazioni, che raggiungeranno il 38% della forza lavoro totale entro il 2030.

Lo studio ha analizzato gli effetti della convergenza di due fenomeni, l’invecchiamento della popolazione da un lato e l’automazione di attività e di processi (nel segno delle tecnologie di Industria 4.0) dall’altro. L’analisi verte quindi sul rischio-automazione che interessa quella parte della forza lavoro di età avanzata, impiegata soprattutto in ruoli di routine, e di norma poco qualificata, la cui mancanza di competenze può implicarne per l’appunto la sostituzione nelle attività ripetitive.

Stando ai dati dell’indagine «Future of Jobs», condotta da Mercer e presentata in occasione dell’ultimo World Economic Forum, tra il 2015 e il 2020 circa 7,1 milioni di posti di lavoro potrebbero scomparire a livello globale, interessando in modo particolare le funzioni amministrative, il settore manifatturiero e i processi produttivi. Di contro, solo due milioni di nuove occupazioni saranno create in ambiti che vanno dall’area finanziaria al management. Da qui il rischio che corre l’Italia, dove la percentuale di addetti “anziani” impiegati in attività manuali e non specialistiche è fra le più elevate al mondo.

Il nostro Paese è infatti immediatamente alle spalle solo di grandi nazioni manifatturiere come Cina, Vietnam, Tailandia e di economie sviluppate come Corea del Sud e Giappone, precedendo la Germania. La portata del problema, su scala globale, legato agli impatti della cosiddetta «quarta rivoluzione industriale» è tutta in queste percentuali: solo il 10% degli addetti tra i 55 e i 65 anni sono in grado di completare nuovi compiti complessi che prevedono l’uso di tecnologia mentre la percentuale sale a 42 punti per gli addetti tra i 25 e i 54. In altre parole, man mano che il machine learning, l’intelligenza artificiale e la robotica diventeranno più pervasive, il loro impatto sui lavori ripetitivi e a bassa specializzazione aumenterà. Cambiando la natura stessa del lavoro umano ed aumentandone la complessità.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Viani, responsabile del sud est Europa di Oliver Wyman.

La valorizzazione dei lavoratori più “anziani” passa necessariamente per la loro alfabetizzazione digitale?
Partiamo da un ritardo strutturale che riguarda le infrastrutture, come la banda larga, e le competenze digitali. L’alfabetizzazione è quindi una priorità, per tutti. Il rischio di progressiva sostanziale emarginazione dalla vita lavorativa, ma anche sociale e civile, è elevato in assenza di una capacità basica di approcciare il digitale e di svolgere agevolmente attività elementari di ricerca, informazione e transazione online.

Il rischio di disoccupazione legato all’automazione di alcune attività ripetitive tocca in qualche modo anche i manager?
Le figure manageriali sono oggetto di un trend negativo di lungo periodo: si perseguono modelli organizzativi più efficienti che naturalmente riducono il numero di queste figure, perché diminuisce il numero di livelli gerarchici per avvicinare i “vertici” aziendali alla linea produttiva e alla clientela.

Quale deve essere, in ogni caso, il loro ruolo in questa fase critica?
La digitalizzazione rafforza questi trend, permettendo di svolgere in maniera molto più efficiente ed efficace attività ad elevato valore aggiunto, per esempio nello sviluppo di processi decisionali che si fondano sull’analisi di grandi masse di informazioni o nell’ampliamento delle modalità di comunicazione ed interazione che permettono di estendere geograficamente la portata delle responsabilità manageriali. Come in tutte le grandi trasformazioni il ruolo del management è di anticipare, indirizzare, accompagnare il cambiamento.

Il responsabile delle risorse umane è parte integrante di questo processo di cambiamento?
Una buona funzione di HR deve essere guida del cambiamento, aiutare il top management ad interpretare i trend e pensare con anticipo alla trasformazione della forma lavoro.

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